Il caso di Elizabeth Smart, la ragazza rapita dal profeta mormone racconta la sua storia in Kidnapped

Il 5 giugno 2002 Elizabeth Smart ha quattordici anni quando viene rapita dalla sua camera da letto a Salt Lake City, nello Stato dello Utah. Sta dormendo nella casa di famiglia, dove vive con i genitori e cinque fratelli, quando un uomo entra di notte e la porta via sotto minaccia. A sequestrarla è Brian David Mitchell, fanatico religioso che si autodefinisce profeta, aiutato dalla moglie Wanda Barzee. Per nove mesi Elizabeth viene tenuta prigioniera in un accampamento nel bosco, a pochi chilometri da casa, subendo violenze ripetute mentre l’intero Paese segue le ricerche per ritrovarla.
Ritrovata nel marzo 2003, a circa 29 chilometri dalla sua abitazione, Elizabeth Smart diventa uno dei volti più noti dei casi di rapimento negli Stati Uniti. Mitchell verrà condannato all’ergastolo solo nel 2010 e oggi è detenuto in un carcere di massima sicurezza in Indiana.
A raccontare cosa le è accaduto, questa volta, è la stessa Elizabeth. Nel documentario Netflix Kidnapped: il caso Elizabeth Smart è lei a ripercorrere il rapimento, la prigionia e le conseguenze di quei nove mesi. Oggi Smart è un’avvocata impegnata nella tutela delle persone scomparse e delle vittime di violenza sessuale, e ha scelto di trasformare la propria esperienza in uno strumento di testimonianza e supporto per altri sopravvissuti.
La notte del rapimento e la testimonianza della sorellina
Nelle prime ore del mattino del 5 giugno 2002, Brian David Mitchell fa irruzione nella casa della famiglia Smart, nel quartiere Federal Heights di Salt Lake City. La giovane Elizabeth sta dormendo nella stanza che condivide con la sorella minore, Mary Katherine, di nove anni. È proprio lei ad assistere alla scena: vede l’uomo entrare nella camera e portare via Elizabeth sotto minaccia. Mitchell avverte la ragazza che, se avesse urlato, l’avrebbe uccisa. Terrorizzata, Mary Katherine resta nascosta per circa due ore prima di trovare il coraggio di avvisare i genitori.
Quando finalmente li sveglia, il racconto inizialmente appare confuso, tipico di una bimba così piccola, ma diventa credibile nel momento in cui il padre nota una finestra aperta e la zanzariera della cucina tagliata con un coltello. Mary Katherine riesce a fornire una descrizione dell’uomo – alto, sui quarant’anni, con capelli scuri – e ricorda in modo vivido la sua voce. Un dettaglio che, mesi dopo, si rivelerà decisivo per l’identificazione del rapitore.
La prigionia e le violenze sessuali
Elizabeth viene costretta a camminare per circa quattro miglia nel bosco, in piena notte, indossando solo la camicia da notte. Raggiunto un accampamento isolato fuori città, incontra Wanda Barzee, moglie del rapitore, che la accoglie come se l’attendesse da tempo. Poco dopo, Mitchell le impone una nuova identità, presentandosi come “David Immanuel” e dichiarando di aver ricevuto da Dio il compito di rapire giovani ragazze.
In quel luogo inizia una lunga prigionia: nove mesi segnati da violenze sessuali ripetute e da un controllo costante. L'uomo sottopone Elizabeth a un finto rito religioso per “prenderla in moglie” e la sottopone a continue minacce per impedirle di fuggire. Per spezzarne la resistenza, la isola, la incatena a un albero e le mostra gli articoli di giornale che raccontano le ricerche in corso, convincendola che nessuno potrà salvarla. Spesso viene privata del cibo o costretta a bere alcol per abbassarne le resistenze.

Nel documentario su Netflix, la ragazza ammette peraltro di aver vissuto quegli abusi in uno stato di profonda vergogna e paura, temendo che la sua famiglia, se avesse saputo, non l’avrebbe più voluta.
Il ritrovamento
Con il passare dei mesi, le speranze di ritrovare Elizabeth Smart viva si fanno sempre più fragili. La svolta arriva nell’ottobre 2002, quando Mary Katherine, la sorellina che aveva assistito al rapimento, ricorda finalmente perché la voce dell’uomo entrato nella loro casa quella notte le fosse sembrata familiare. È la stessa voce di un uomo conosciuto come “Immanuel”, un operaio che mesi prima aveva svolto alcuni lavori per la famiglia, occupandosi di rastrellare le foglie nel giardino.
Nonostante le perplessità iniziali della polizia, che teme una possibile fuga, i genitori di Elizabeth decidono di diffondere il ritratto dell’uomo. Il volto viene riconosciuto dai familiari di Brian David Mitchell, che contattano le autorità e consegnano fotografie più recenti del quarantaquattrenne. Quelle immagini permettono di restringere rapidamente il campo: due coppie segnalano alla polizia la presenza di Mitchell e di sua moglie Wanda Barzee nella cittadina di Sandy, circa 20 km a sud di Salt Lake City.
Siamo nel marzo 2003. Elizabeth nel frattempo ha compiuto una scelta lucida e rischiosa: ha capito che per avere una possibilità di salvezza deve conquistare la fiducia del suo rapitore. Riesce così a convincerlo a tornare in città, sostenendo che fosse il volere di Dio.
Quando la polizia li ferma, Elizabeth è ancora accanto ai suoi rapitori. Nel documentario ricorda il terrore di quel momento: "Certo che volevo tornare a casa, ma loro erano lì, dovevo essere certa della risposta da dare". Alla domanda dell’agente, "Sei Elizabeth?", risponde con cautela: "Tu lo dici". Una risposta ambigua, ma sufficiente perché il poliziotto la porti via, sottraendola finalmente al controllo di Mitchell e permettendole di tornare dalla sua famiglia.
Il processo e la condanna di Mitchell e sua moglie
Per la famiglia Smart, la liberazione di Elizabeth non coincide con la fine dell’incubo. Il percorso giudiziario si rivela lungo e complesso e richiede quasi dieci anni prima di arrivare a una sentenza definitiva. Brian David Mitchell viene inizialmente rinchiuso nell’ospedale statale dello Utah, mentre avvocati e periti discutono sulla sua capacità di intendere e di volere. Nel 2004 si dichiara disposto a patteggiare per i reati di rapimento e furto con scasso, a condizione che Elizabeth non testimoni, ma l’accusa rifiuta l’accordo e mantiene le imputazioni per violenza sessuale.

Nel 2005 il profeta mormone viene dichiarato incapace di intendere e di volere e resta ricoverato fino al 2008. Solo due anni dopo, nel novembre 2010, il processo entra nel vivo davanti alla Corte distrettuale federale dello Utah. L’11 dicembre la giuria respinge la difesa per infermità mentale e lo riconosce colpevole di rapimento e trasferimento di un minore oltre i confini statali a fini sessuali. La condanna è l’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata. Mitchell è oggi detenuto in un penitenziario di massima sicurezza nell’Indiana. Anche Wanda Barzee si dichiara colpevole e viene condannata a 15 anni di carcere.
La vita di Elizabeth oggi
Dopo anni segnati dal trauma e da un lungo percorso giudiziario, Elizabeth Smart ha scelto di trasformare la propria esperienza in impegno pubblico. Oggi è un’avvocata che lavora a fianco delle persone scomparse e delle vittime di violenza sessuale, offrendo supporto legale e dando voce a chi fa più fatica a farsi ascoltare.
Nel 2012 si è sposata con un uomo conosciuto durante una missione mormone e insieme hanno costruito una famiglia, diventando genitori di tre figli. La sua vita, pur segnata da quanto accaduto, non è rimasta ferma a quei nove mesi di prigionia. Attraverso il documentario su Netflix, ha deciso di raccontarsi in prima persona anche come donna che ha ripreso il controllo della propria vita e continua a usarla per sostenere chi vive esperienze simili.