
L’attacco statunitense al Venezuela, con l’arresto (il rapimento, la presa in consegna, il trasferimento, lo capiremo nelle prossime ore) di Nicolas Maduro ha colto di sorpresa l’intera comunità internazionale, soprattutto per le modalità e la rapidità dell’operazione. Ma ha anche aperto l’ennesima crepa nella coscienza collettiva, perché rappresenta la conferma più brutale di quanto è evidente ormai da tempo: dei rapporti fra gli Stati basati sul diritto internazionale e mediati dagli organismi transnazionali non resta più nemmeno la parvenza, il multilateralismo si è tramutato nella divisione del mondo per sfere di influenza e nel trionfo della logica della forza.
Potevano esserci vie d’uscita diverse dalla globalizzazione, certamente. Non è accaduto per un’infinità di ragioni e responsabilità, ma il nuovo scenario internazionale è sostanzialmente questo.
Nel caso del Venezuela, è possibile tenere insieme la condanna del bonapartismo maduriano e il rifiuto delle logiche trumpiane, purché però si adoperino le categorie giuste e si parta da un concetto: parliamo di un atto di puro imperialismo coloniale, incompatibile col diritto internazionale. È la stessa matrice dell’attacco di Putin all’Ucraina, che affonda le sue radici nell’imperialismo russo e che trova una propria giustificazione nell’utilizzo distorto e strumentale di concetti come autodeterminazione e “liberazione” dall’oppressione (ci sarebbe da ridere, non fossimo in presenza di una tragedia collettiva). Con le dovute differenze, non è dissimile la pretesa egemonica cinese su Taiwan, che esce rafforzata dalla scriteriata gestione trumpiana delle crisi internazionali.
Quello cui stiamo assistendo, insomma, è un ulteriore segnale della profondità della trasformazione in atto, che sembra avere come sbocco ineluttabile un mondo dominato da cesarismi e autocrazie. Un mondo che vede la divisione in sfere di influenza in cui a prevalere è il diritto della forza, impermeabile alle azioni della comunità internazionale. E in cui assisteremo alla riscoperta di dottrine e prassi che negano de facto autodeterminazione dei popoli e solidarietà fra gli Stati (si parla tanto della dottrina Monroe e del corollario Roosevelt per interpretare le mosse di Trump, come se in mezzo non ci fossero state due guerre mondiali e la riscrittura del diritto internazionale…). Sfere di influenza in cui sono gli autocrati a decidere direttamente chi e come deve governare, quale ruolo occupare, in che modo utilizzare le risorse proprietarie. Come ha chiarito lo stesso Trump, ad esempio, nel caso venezuelano.
In tale contesto, non ci sarà più un luogo sicuro, un’oasi perenne di democrazia e libertà. Noi europei prima lo capiamo e meglio sarà. Perché, laddove esistesse e resistesse, rappresenterebbe un pericolo per gli autocrati e la loro corte (mai come ora affollata di oligarchi, tecnocapitalisti e affaristi di varia natura). È questa la portata della sfida che stiamo affrontando, in Europa e non solo, ed è al tempo stesso culturale, politica e strategica, in una dimensione collettiva. E che si gioca essenzialmente sulla possibilità di dimostrare che esiste un'alternativa, che è forte l'eredità di chi ha saputo costruire un modello diverso (con tutti i limiti e le contraddizioni che pure conosciamo), che non è irreversibile il lento sgretolamento dei meccanismi democratici e del diritto internazionale.
Il fatto che in molti non l’abbiano capito o, peggio ancora, stiano lavorando dall’interno per piegare e indebolire le nostre democrazie é il vero problema.
E, spiace sottolinearlo, ancora una volta il governo italiano si mostra in prima linea tra i collaborazionisti dei nuovi autocrati. È estremamente preoccupante, ad esempio, il comunicato con cui la nostra presidente del Consiglio condanna blandamente “l’azione militare esterna come strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”, ma al contempo mostra di credere alla favoletta secondo cui si sia trattato di “un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. O meglio, non è preoccupante. È indegno e pericoloso. Ma anche qui, nulla di nuovo, purtroppo.