“Dicono che non è normale, ma io non mi fermo”: la storia di Rawan, prima surfista di Gaza che sfida bombe e tabù

C’è una cosa che accomuna chiunque sia nato vicino al mare ed è il non poterne fare a meno. È così per Rawan Abu Ghanem che senza il mare, dice, potrebbe morire. "Il mare è il posto della mia libertà", afferma con la serenità d’animo di chi sa affidare il proprio tormento alle onde. Eppure Rawan la morte l’ha vista in faccia tante volte, proprio di fronte a quelle onde su cui oggi surfa. A 23 anni ha vissuto almeno sei offensive israeliane, di cui la sesta, la più violenta di sempre, ha raso al suolo la gran parte degli edifici della Striscia di Gaza uccidendo almeno 70.000 persone.
"Quando vedo il mare, dimentico tutto ciò che accade intorno a me. Sento una connessione speciale tra me e lui. È il luogo in cui mi sento libera, a mio agio, calma. Quando mi sento triste, stressata o depressa, vado al mare per toccare l'acqua, sedermi sulla spiaggia, stringere la sabbia tra le mani. Queste sono le mie cose preferite", racconta a Fanpage.it la giovane donna.
Ed è forse proprio questo legame intimo e speciale che ha spinto Rawan a superare ogni suo limite, fino a diventare la prima surfista donna della Striscia di Gaza. Laureata in letteratura inglese, oggi è sfollata vicino alla spiaggia di Gaza City, insieme al marito e ai suoi due figli Yaman e Muhammad, nato durante la guerra. Da qui, ogni volta che può, mette quel che resta della tavola in mare per surfare fin dove le è concesso. A Gaza, infatti, anche il mare ha dei confini che delimitano il tratto percorribile dai palestinesi e quello invece controllato dagli israeliani.
"Ho iniziato a fare surf quando ero ancora una bambina. La mia famiglia è sempre stata una famiglia di mare. Mio padre e mio nonno sono stati i pionieri del surf a Gaza, facevano surf con attrezzature di fortuna, come pezzi di plastica, perché in passato non avevano tavole da surf", spiega Rawan, "mio padre mi ha insegnato a nuotare, poi ho iniziato ad osservarlo surfare e un passo alla volta ho cominciato a farlo anche io. Lui è un pescatore, quindi passa la maggior parte del suo tempo in mare. Quando ero bambina andavo con lui, perciò sono cresciuta amando il mare proprio come mio padre. Nei mesi di guerra più intensi, quando era impossibile nuotare, mi sentivo come se avessi perso una parte di me stessa. Raggiungere l'acqua di nuovo per la prima volta è stato davvero emozionante: mi ha ricordato i momenti più felici della mia vita e mi ha regalato una sensazione di gioia, seppur per un breve momento".

Prima del 7 ottobre 2023 a Gaza c'era una piccola comunità di surfisti, conosciuta come Gaza Surf Club. Come la maggior parte dei luoghi sportivi e di aggregazione a Gaza, anche il Surf Club è stato distrutto dai bombardamenti israeliani. “La comunità di surfisti di Gaza è sempre stata composta perlopiù da giovani uomini. Erano circa 14 prima della guerra, ma oggi non so quante persone facciano ancora surf perché molti di loro sono rimasti uccisi o feriti”, racconta la donna.
Nonostante la guerra e in una comunità sportiva di soli uomini, Rawan si fa largo determinata a surfare esattamente come i suoi compagni maschi, diventando conosciuta in tutta la Striscia. “Quando ho iniziato a surfare, tutta la gente ha cominciato a guardarmi male e a dire che facevo qualcosa di anormale. Ma nonostante tutte le sfide che ho affrontato, ho sempre detto alla mia famiglia che volevo fare surf ed essere il primo esempio di donna surfista a Gaza”, continua Rawan in collegamento telefonico con Fanpage.it, “non è facile essere una surfista a Gaza perché quella gazawi è una società conservatrice e chiusa, molte persone credono che il surf sia solo per gli uomini. Crescendo, le aspettative sociali nei confronti di una donna diventano sempre più alte e molte famiglie smettono di supportare le ragazze nel fare surf appena diventano adolescenti”.
Ma nonostante la sua determinazione oggi Rawan, come tutti gli altri surfisti di Gaza, è costretta ad affrontare le restrizioni imposte da Israele nell'accesso al mare, oltre alla distruzione e alla perdita di tutto il materiale che le permetteva di surfare prima della guerra.
“Non abbiamo più nulla. Ho perso la mia tavola da surf all'interno della mia casa distrutta, ora surfo con un’altra tavola che ho riparato. Prima della guerra, il surf offriva ai giovani e ai surfisti un modo per sfuggire alle pressioni quotidiane e permetteva loro di godersi le onde. Ma oggi la distruzione e il limitato accesso al mare hanno reso il surf molto più difficile e pericoloso”, continua Rawan, “anche se il mare è vicino, raggiungerlo è rischioso e non sai mai se verrai colpito o meno”.
Intanto dentro la Striscia i camion di aiuti continuano ad entrare con il contagocce rispetto al fabbisogno dei gazawi e tanti materiali, tra cui quelli sportivi, non ricevono il permesso israeliano per entrare: “Hanno vietato l’accesso di tante attrezzature; sembra che vogliano fermare la pratica dello sport a Gaza”, commenta la donna che in tutti questi anni non ha mai potuto partecipare a una competizione internazionale. “Ho sempre sognato di competere a livello internazionale”, continua, “ma le opportunità non arrivano quasi mai per noi gazawi. Perché viaggiare fuori da Gaza è estremamente difficile”.
Oltre alle merci, infatti, Israele controlla meticolosamente anche chi può entrare e chi può uscire dalla Striscia.
Ma il mare anche questo può fare: annientare per un momento i confini. Tra la terra e la linea d’orizzonte in cui l’acqua incontra il cielo non ci sono limiti ed è lì in mezzo che maturano i sogni di Rawan.
“Il mio sogno, come prima ragazza surfista a Gaza, è che il mio nome venga riconosciuto in tutto il mondo, voglio poter uscire da qui, allenarmi e gareggiare con altre surfiste internazionali. Ma più di ogni cosa voglio sfidare l'idea che le ragazze debbano porre un limite ai propri sogni. Voglio dire alle donne di realizzare il loro desiderio, che nulla è impossibile e che basta cercare la strada per far sì che il loro sogno si avveri. Voglio dimostrare che anche nelle circostanze più difficili, il mare può essere un luogo per riscoprire la propria libertà, il proprio coraggio e la speranza”.
"Io, Rawan Abu Ghanem”, conclude la donna, “voglio mostrare al mondo una storia diversa su Gaza. Voglio mostrare una storia di talento, di resilienza e di resistenza. Una storia di persone che continuano a sognare, nonostante tutte le difficoltà che le circondano".