“La decisione del giudice statunitense Thomas Griesa di processare l'Argentina per oltraggio alla corte del tribunale di New York è una chiara violazione del diritto internazionale e, per questo motivo, non può avere alcuna ricaduta pratica”. Questo è il commento di Héctor Timerman, ministro degli Esteri argentino, a seguito dell'ennesima richiesta di condanna da parte del magistrato nordamericano del paese Sudamericano.
È in questi termini che prosegue la battaglia economica tra il paese guidato da Cristina Fernández de Kirchner e il giudice dello Stato di New York, titolare del giudizio tra lo stato Latinoamericano e due fondi speculativi statunitensi (Elliot Managment Corp's NML and Aurelius Capital Management) che avevano investito nei titoli di stato durante il crollo dell'economia di Buenos Aires avvenuto nel 2001.

L'allarme dei mercati internazionali

Le sirene della finanza internazionale hanno più volte lanciato febbrili allarmi sul nuovo rischio di default dello stato argentino (ovvero il rischio di non poter pagare i debitori e quindi di mandare il paese in fallimento), provando a mandare nel panico le borse dei mercati emergenti e soprattutto a destabilizzare il paese dell'Albiceleste.
Questa volta, a differenza del 2001, la situazione economica argentina centra davvero ben poco. Il paese non è in crisi e la stabilità del recupero economico nazionale è ugualmente nota.
Eppure sui quotidiani internazionali ed italiani si continua a parlare di rischio default per il paese, di prossimità del collasso economico e di crisi imminente. I fatti dicono che a mettere in discussione la stabilità del paese sono gli investitori Usa che hanno in mano meno dell'1 per cento del debito pubblico nazionale e che, dal 2001, aspettano di essere pagati. A proteggere, per così dire, gli interessi di tali investitori a Stelle e strisce, o per essere più precisi speculatori, c'è il giudice newyorchese Griesa.

“La stranezza della vicenda, forse un caso unico nella storia finanziaria internazionale – spiega Esteban Guida, presidente di Fundación Pueblos del Sur e partner del network internazionale OpenEconomics –, è che il 26 giugno scorso lo Stato argentino ha depositato presso la Bank of New York Mellon (agente finanziario dei creditori) i 539 milioni di dollari che corrispondevano esattamente al debito in scadenza al 30 giugno con i creditori che volontariamente accettarono la ristrutturazione del debito negli anni 2005 e 2010, ma per via di un ordine della giustizia statunitense di non pagare, la banca (dunque, non lo stato argentino) si trova nel trade off di adempiere il contratto che ha siglato con lo stato argentino in vantaggio dei suoi creditori particolari, versus l’obbedienza nei riguardi della decisione di un giudice che rappresenta l’interesse di un piccolo gruppo di investitori speculativi (chiamati fondi avvoltoi o in spagnolo fondos buitres)”.

L'origine della crisi

La proporzione della nuova (presunta) crisi argentina deve essere, dunque, riportata alla misura della realtà, ovvero alla volontà da parte del singolo giudice statunitense Thomas Griesa di imporre, attraverso una sua sentenza, allo stato sovrano argentino il pagamento di una cifra astronomica in favore di due società d'investimento nordamericane avendo tuttavia bloccato in precedenza l'erogazione dei fondi pattuiti per la ristrutturazione del debito.
La situazione presenta numerose anomalie e rappresenta una vera e propria stortura del sistema economico internazionale che subisce ancora una volta il potere politico ed economico di Washington.
Spiega ancora Guida: “Il fatto è anomalo al punto che l’International Swaps and Derivatives Association, Inc. ancora non ha deciso se il permanere di questa situazione diventerà un default oppure no, in quanto l’Argentina è in possesso dei dollari per pagare, anzi vuole pagare il suo debito, e a tal proposito ha già depositato i fondi in banca che non deve far altro che trasferire i soldi ai creditori che hanno accettato le condizioni di pagamento. In altri termini, anche se l’Argentina vuole pagare il suo debito, il giudice statunitense lo impedisce privilegiando il pagamento ai fondi speculativi che dopo la crisi del 2002, hanno acquistato a prezzi bassissimi i bond argentini, aspettando per avere un ritorno straordinario superiore al 1000 per cento”.
In questo momento storico ed economico l'Argentina ha tutte le capacità per pagare i debiti contratti in precedenza, visto che il paese è cresciuto nell'ultima decade del 7 per cento l'anno e ridotto il debito pubblico passando dal 140% al 43% del Pil riducendo inoltre il rapporto debito estero sulle esportazioni dal 300% nel 2002 al 60% nel 2014.

“Griesa ha il triste primato di essere il primo giudice a processare per oltraggio un paese sovrano per ripagare un debito – ha concluso il ministro Timerman –, dopo aver fallito nel suo tentativo di bloccare l'Argentina dalla ristrutturazione del debito. L'Argentina riafferma la sua decisione di esercitare il suo diritto di difesa degli interessi nazionali e esorta gli Stati ad accettare la giurisdizione della Corte di Giustizia internazionale al fine di risolvere la controversia tra i due stati”. A rincarare la dose, nei giorni scorsi, era stato il ministro dell'Economia Axel Kicillof secondo cui: “Il giudice statunitense Thomas Griesa ha stabilito che prima di versare gli interessi agli altri creditori, Buenos Aires deve pagare 1,3 miliardi di dollari agli hedge fund che non hanno accettato di essere ripagati con altri titoli di stato. È una situazione di estorsione che favorisce gli hedge fund statunitensi”.

Le conseguenze sull'economia argentina

Secondo gli analisti economici, in ogni caso, le conseguenze della crisi saranno comunque negative per l'economia argentina, questo poiché le aziende quotate sui mercati finanziari internazionali potrebbero subire dei contraccolpi dal nuovo braccio di ferro tra Buenos Aires e il giudice di New York. Intanto proprio nelle scorse settimane l'Esecutivo guidato dalla de Kirchner ha presentato un progetto di legge relativo al pagamento locale del debito sovrano della Repubblica Argentina e che secondo gli addetti ai lavori rappresenta una concreta alternativa al blocco dei pagamenti imposto dalla giustizia nordamericana ai creditori in possesso di buoni ristrutturati del debito di Baires.
“Se questa legge venisse approvata – spiega ancora il professor Guida – i creditori dello Stato potranno volontariamente decidere di scambiare i loro buoni con altri aventi delle stesse caratteristiche di moneta, capitale e interesse, ma con un altro agente fiduciario, con sede nella Repubblica Argentina. La stessa legge autorizzerebbe al Ministero delle Finanze di depositare l’ammontare corrispondente, immediatamente alla data di scadenza nel nuovo conto fiduciario presso la Banca della Nazione Argentina, permettendo ai creditori di ricevere i soldi senza nessun impedimento imposto dalla giustizia di un altro Paese”.
E a supporto della posizione Argentina è giunta, proprio poche ore fa, una risoluzione del Consiglio per i diritti Umani delle Nazioni Unite che attraverso una risoluzione votata a Ginevra ha condannato le società statunitensi che hanno trascinato l'Argentina in tribunale. La risoluzione condanna “le attività dei vulture funds (i cosiddetti fondi avvoltoi) e condanna gli effetti che potrebbero sortire dal pagamento dei debiti a tali società creditizie sulle capacità dei governi di adempiere al rispetto dei diritti umani”.