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Opinioni
16 Novembre 2015
18:49

Chi è il jihadista che uccide i suoi coetanei

Siamo sicuri che stiamo capendo il fenomeno? E che sia una questione di frontiere? O va capito il fenomeno del jihadista di come e dove si forma. E soprattutto da dove viene il suo istinto di morte.
A cura di Sabina Ambrogi
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Foto di AFP/Kenzo Triboullard.
Foto di AFP/Kenzo Triboullard.

Poiché il jihadista della porta accanto sarà una questione che interesserà da vicino la nostra cultura e modello di vita negli anni a venire, vale la pena capire come si introducono certi meccanismi e cosa cercano, in attesa che si traccino le identità e il profilo dei terroristi che hanno agito a Parigi il 13 novembre.

Almeno 2000 sono i potenziali jihadisti francesi pronti ad arruolarsi. In questo senso il ruolo di internet appare determinante. Aiuta a capire il fenomeno uno studio recente di un'antropologa francese, Dounia Bouzar, che dirige il Centro di prevenzione contro le derive settarie legate all'Islam (CPDSI) creato dal ministero degli Interni, un centro studi dei metodi di arruolamento e di incontro con giovani “pentiti”.

L'arruolamento consiste essenzialmente in due tipi di strategie. La prima è il metodo che l'Isis adopera con giovani in cerca di riferimenti sociali, di identità e la cui figura paterna è pesantemente alterata per diverse ragioni: disoccupazione, islamofobia, alcolismo, o abbandono. Questi giovani hanno un rapporto tormentato con la virilità e sono spesso in cerca di una collocazione nella società come uomini. Il discorso jihadista dà loro una collocazione, una missione, comunica soprattutto che il loro sentimento di “non-essere” è solo segno che sono stati eletti da Dio per detenere la verità, trasforma poi il loro sentimento di mancanza in una prova di onnipotenza. Ciò che interessa non è quello che dice Dio, ma prendere il posto di Dio.

L'altra strategia è quella adottata del Fronte Al-Nusra, cioè le frange estreme di ribelli al regime di Assad in Siria. Il capo del gruppo francofono di Al-Nusra, Oumar Diaby, è un ex delinquente di Nizza che parla francese e soprattutto sa parlare ai francesi: mischia le tecniche usate dalle sette, la teoria del complotto, la manipolazione della nozione umanitaria e la strumentalizzazione di riferimenti musulmani. E' lo stesso gruppo che indottrina le ragazze, in una sorta di sintesi tra “Madre Teresa” e “Lancillotto”. In questo modo delle giovanissime sensibili, magari destinate a fare studi di infermiera, medico, o assistente sociale si sentono coinvolte dalla missione di salvare bambini siriani abbandonati dalla comunità internazionale. Solo una volta sul posto, le ragazze si rendono conto della verità, cioè che vengono sterminati coloro che non si alleano col Fronte, compresi anche i musulmani non disposti a cedere alle loro regole. Per questo alcune ragazze si dissociano e vengono sequestrate. Nessuna è riuscita a scappare per ora.

In queste ore in cui si sta dando un'importanza maggiore alle frontiere in realtà internet e i siti dell'Isis acquistano alla luce di studi di analisti, una centralità decisiva. Certo ci vuole più di un click, ma l'indottrinamento si fa in modo virtuale, l'incontro fisico avviene in un secondo momento. La rete jihadista ha bisogno che il giovane sia persuaso di provare gli stessi sentimenti “di quelli del gruppo”, fino a quando l'identità del gruppo non sostituisce completamente la sua identità. Bisogna prima convincerli dell'esistenza di un complotto dei più forti contro i più deboli. Un giovane che digita la parola “ingiustizia” o anche “pubblicità menzognera” di video in video viene trascinato in un vortice di informazioni che provano che il mondo è tutto un complotto. Gli parlano di pesticidi di marche americane che controllano il mondo etc. E i primi montaggi mischiano il falso col vero. E' il principio cumulativo e partecipativo di Internet che permette alle reti di integralisti di attirare  i più giovani che non si erano mai posti neanche una questione spirituale. Poi, a partire dal rifiuto del mondo reale si accredita l'idea che solo uno scontro finale e totale potrà cambiare le cose. In seguito si crea un'esaltazione del gruppo, si fissano appuntamenti regolari prima della partenza. L'assenza di coinvolgimento religioso iniziale è la ragione per cui non vengono immediatamente riconosciuti.

Abdeslam Salah.
Abdeslam Salah.

La polizia non li intercetta in questi spostamenti semplicemente perché coloro che partono non sono religiosi. La maggior parte non parlano neanche arabo e non conosco il Corano. Tutti poi si convertono. Il fenomeno di radicalizzazione è rapido e estremo al punto che c'è una dicotomia stupefacente tra mangiare maiale e partire a fare la Jihad il giorno dopo. La foto segnaletica di Salah, il  terrorista in fuga, mostra il volto di un ragazzo con le sopracciglia depilate, esattamente come un accanito frequentatore di discoteche trash.

Ma qual è il peso della religione, in queste ore in cui si unisce indegnamente tutto sotto l'etichetta “islamico” (che ricordiamo è solo un aggettivo che indica “relativo all'Islam” ma che nulla ha a che vedere col radicalismo, semmai da indicare come “islamista”). Sicuramente ci sono dei testi di riferimento, che però vengono letti da autoditatti sulla base di testi francesi scambiati su Internet. Molti francesi praticano la religione da poco tempo. La loro conoscenza della religione è spezzettata. Il profilo del jihadista così è molto vario, ma con delle particolarità comuni: è vero che molti di loro vengono da ambienti popolari, delle banlieus francesi. Ma ce ne sono anche alcuni che provengono da ambienti agiati: alcuni di loro sono perfettamente inseriti nella vita e nella società.

Il punto in comune e di aver fatto un ritorno verso l'Islam o una conversione recente. Molti vivono una “jahaliya”, ovvero un periodo dell' “ignoranza”che consiste in uscite serali, alcool, ragazze. Poi c'è una rottura e un ingresso nell'Islam. Alcuni hanno un passato di delinquenti e vedono in questo ingresso una svolta di redenzione.

Non hanno un profilo psicologico tipo. Alcuni appaiono disturbati psicologicamente, ma non sono la maggioranza e la caratterizzazione psicopatologica è riduttiva. C'è però un vago sentimento religioso che somiglia al movimento “born Again” (fondamentalisti cristiani) che si è sviluppato negli Usa. Entrambi i movimenti hanno in comune un'idea di rigenerazione, una forte componente emotiva e una vita di ascesi controllata. Non sono reclutati nelle moschee ma nei social. Né gli imam li conoscono o hanno presa su di loro. Si auto reclutano spesso senza intermediazione. La seduzione principale è il coinvolgimento possibile nella lotta armata. Per questo il jihadismo è anche l'altra faccia della frustrazione sociale, un bisogno di essere riconosciuti dichiarando “l'Islam ci ha dato la dignità perché la Francia ci ha umiliati”.

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Autrice televisiva, saggista, traduttrice. In Italia, oltre a Fanpage.it, collabora con Espresso.it. e Micromega.it. In Francia, per il portale francese Rue89.com e TV5 Monde. Esperta di media, comunicazione politica e rappresentazione di genere all'interno dei media, è stata consigliera di comunicazione di Emma Bonino quando era ministra delle politiche comunitarie. In particolare, per Red Tv ha ideato, scritto e condotto “Women in Red” 13 puntate sulle donne nei media. Per Donzelli editore ha pubblicato il saggio “Mamma” e per Rizzoli ha curato le voci della canzone napoletana per Il Grande Dizionario della canzone italiana. E' una delle autrici del programma tv "Splendor suoni e visioni" su Iris- Mediaset.
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