Gerusalemme, cariche della polizia israeliana sui fedeli in preghiera: “Ho perso i miei nipoti nella folla”

Taim, Elias, Jana, Yamen e Lian sono vestiti a festa. Le madri hanno scelto per loro i migliori completi che avevano nell’armadio, comprati apposta per l’Eid al-Fatir (la festa in cui i musulmani festeggiano la fine del mese sacro del Ramadan). All’alba Fakhri Abu Diab, il nonno dei bambini, è andato a prenderli per andare a fare con lui la loro prima preghiera dell’Eid al-Fatir.
Hanno 6, 7, 9, 8 e 11 anni, attraversano in fila dietro il nonno il quartiere di Al-Bustan, a 300 metri dalla moschea di Al Aqsa. Ci troviamo a Gerusalemme. I cinque cuginetti escono da Dung Gate e scendono fino a Damascus Gate.
Sono circa le sei del mattino, di fronte alla porta di Damasco sono già radunate centinaia di persone, qui per la prima preghiera dopo la fine del Ramadan. Si sarebbe dovuta svolgere, come da tradizione, dentro la moschea di Al Aqsa ma al terzo luogo più sacro dell'Islam, dopo la Mecca e Medina, è oggi vietato l’accesso. Dal lancio dell’offensiva contro l’Iran le autorità israeliane, infatti, hanno vietato l’accesso dei fedeli musulmani alla spianata delle moschee.
“La polizia israeliana ha chiuso la Moschea di Al-Aqsa circa 20 giorni fa. Hanno detto che per via della guerra è molto pericolosa. Ma la polizia israeliana non ha mai avuto paura per le nostre vite, anzi. Israele ha una sua agenda politica e approfittano della situazione per chiudere il nostro luogo di culto. E’ una punizione collettiva”, spiega Fakhri Abu Diab a Fanpage.it.
L’uomo ha oggi 64 anni e per 55, ogni anno, l’ultimo venerdì di Ramadan ha pregato ad Al Aqsa.
“Oggi per la prima volta non sono potuto andare alla Moschea, ma ho deciso di portare lo stesso i miei nipoti e mia moglie a pregare, anche se non ci facevano entrare dentro Al-Aqsa. Noi e tantissime altre persone ci siamo messi di fronte alla porta di Damasco e abbiamo detto: ‘Vogliamo pregare qui’”, spiega ancora l’uomo, “ma la polizia ha iniziato a caricarci, a lanciare gas lacrimogeni e bombe assordanti, e sono stati molto, molto aggressivi. Ci hanno costretti ad allontanarci dall'area".
Succede tutto di fronte alla porta di Damasco, nella rotonda prima delle scale che portano giù verso la città vecchia. Abu Diab, la moglie e i nipoti, insieme a centinaia di fedeli ieri si sono radunati lì, nel luogo più vicino ad Al Aqsa che potessero raggiungere. In pochi minuti però, quella che doveva essere la preghiera del Fitr, si è trasformata nell’ennesima scena di violenza nella Città Santa: l’esercito israeliano ha assalito e disperso i fedeli con gas lacrimogeni, bombe sonore e manganelli.
“Ho visto la polizia bloccare alcune persone e portarne via tre o quattro. È stato molto, molto spaventoso. I miei nipoti erano terrorizzati e hanno cominciato a correre, io essendo un uomo anziano non potevo scappare veloce come loro. Due di loro sono finiti dall'altra parte della strada e io volevo correre a prenderli ma non riuscivo. Li ho persi in mezzo alla folla e poi ci siamo ritrovati. Se avessi saputo che sarebbe successo tutto ciò non li avrei mai e poi mai portati con me, ma io pensavo di andare a pregare, non in guerra”, continua Abu Diab che aggiunge: “I miei nipoti hanno pianto tutto il giorno oggi. Hanno avuto paura della polizia che ci correva dietro, delle bombe sonore, dei lacrimogeni”.
Dopo aver disperso i fedeli la polizia israeliana li ha lasciati pregare in mezzo alla strada, sui marciapiedi intorno alla città vecchia.
“Se fosse stato davvero per motivi di sicurezza perché ci hanno permesso di stare 200/300 metri di distanza da dove c'eravamo messi a pregare? Se è pericoloso, lo è ovunque. Non solo dove vogliamo pregare noi”, si chiede Abu Diab.
L’ultima volta che l’accesso alla Moschea di Al Aqsa era stato vietato da Israele era il 1967, dopo la guerra dei sei giorni e l’occupazione illegale di Gerusalemme Est.
“Quando i bambini hanno visto la polizia e i lacrimogeni si sono ricordati dei bulldozer e della polizia che ci demolì casa nel 2024. È tornato in loro lo stesso trauma provato allora. Da quando siamo tornati dalla preghiera non vogliono più uscire, non vogliono andare a fare la spesa, non vogliono andare a trovare gli altri parenti. Quando dico loro di uscire dicono: ‘No, no, no. Magari arriva la polizia a prenderci’. Io dico: ‘No, adesso non c'è la polizia’. E loro: ‘No, no, no, non vogliamo andare’”.
La famiglia di Abu Diab oggi vive in una roulotte, dopo che la loro casa è stata buttata giù dalle forze israeliane. Oggi, però, rischiano di perdere anche questa: “Dopo che hanno demolito la mia casa, abbiamo messo un caravan sulla nostra terra. Perché vogliamo restare vicino ai nostri ricordi e a quella che un tempo era la nostra casa. Ma adesso vogliono demolire anche quello”, spiega ancora l’uomo.
“Ieri”, conclude, “i miei nipotini mi hanno chiesto: ‘Possiamo andare alla festa?’. Ho detto: ‘Okay, vi porto’. Volevo regalargli un momento di gioia, ho pensato che era festa, che andavamo a pregare e che non sarebbe potuto essere pericoloso. Poi è successo quel che è successo: hanno distrutto di nuovo la loro felicità. Oggi hanno di nuovo reso la loro vita nera”.