Plastica incandescente sulla schiena. La tortura a un giovane migrante sudanese
in foto: Plastica incandescente sulla schiena. La tortura a un giovane migrante sudanese

In un tugurio in Libia, un migrante sudanese giace a terra, nudo. Un uomo lo tiene sotto il tiro del suo fucile mentre un altro gli versa sulla schiena della plastica fusa. Le urla sono strazianti, il corpo del giovane si contorce a contatto con il materiale incandescente. Ma la tortura non si ferma. In un altro filmato, altri uomini, distesi su luridi materassi, vengono picchiati con una frusta e costretti a dire il loro nome. Anche sul loro corpo sono ben visibili i segni delle sevizie. A riprendere con il cellulare sono gli stessi carcerieri. Lo scopo di tanta crudeltà è uno solo: inviare il video alla famiglie e obbligarle a pagare un riscatto per ottenere la liberazione dei loro parenti.

“Abbiamo ricevuto una chiamata dalla Libia – ha detto il fratello di uno degli uomini torturati – erano i trafficanti che minacciavano di ucciderlo se non pagavamo”. L’uomo, originario di Kotum nella regione di Darfur, ha detto che il fratello di 24 anni era partito dal Sudan sette mesi fa per cercare lavoro in Libia. In un'altra telefonata, uno dei sudanesi implorava in lacrime i suoi familiari di pagare la somma richiesta dai rapitori per salvargli la vita. “Le bande criminali libiche hanno inviato alle famiglie dei sequestrati i video che mostrano due giovani di Darfur sottoposti a torture brutali chiedendo un riscatto di 120.000 sterline sudanesi (poco più di 13.000 euro) per ciascuno di loro”, ha confermato Adam Hari Bosh, un attivista sudanese. Le immagini delle sevizie ai migranti hanno provocato rabbia e indignazione in Sudan tanto da indurre il ministero degli esteri a convocare l’incaricato d'affari libico a Khartoum per protestare contro il trattamento dei suoi connazionali in Libia. Gli attivisti sudanesi avevano anche organizzato una campagna sui social network per raccogliere il denaro necessario per salvare la vita degli uomini sequestrati.

Martedì sera c’è stata una svolta insperata. Le forze speciali libiche hanno fatto irruzione in un casolare a 130 chilometri a sud di Sirte e hanno arrestato cinque cittadini libici e un palestinese, gli aguzzini dei giovani migranti sudanesi. Nell'operazione sono state liberate otto persone che adesso si trovano in ospedale a Sirte. Ali Hussein, cugino di uno degli ostaggi, ha detto al Sudan Tribune di aver ricevuto una chiamata martedì sera da un sudanese in Libia, informandolo della liberazione da parte dell'esercito libico e dell'arresto degli autori del sequestro.

“Condanniamo questo crimine odioso e gli abusi inumani contro alcuni migranti africani”, ha dichiarato in una nota la Commissione nazionale per i diritti umani in Libia in cui accusava i governi europei di essere i responsabili della situazione che si è creata nel Paese nordafricano. “Siamo profondamente dispiaciuti di vedere come le politiche dei paesi europei mirano ad intercettare i migranti nel Mediterraneo per poi riportarli in Libia, lasciandoli vulnerabili agli abusi delle reti criminali e dei trafficanti di esseri umani”. A pensarla così è anche Kenneth Roth, il direttore di Human Right Watch. In una recente intervista, Roth, pur riconoscendo il diritto dell’Europa di limitare l’immigrazione, critica l’accordo con la Libia. “Il modo in cui vengono trattati in Libia è orrendo – ha affermato – e continuano ad emergere storie di lavoro forzato, abusi sessuali e torture”.

La Libia è da tempo al centro dell’attenzione internazionale per le violazioni dei diritti dei migranti: le denunce parlano di veri e propri lager dove le persone che cercano di raggiungere l’Europa sono rinchiuse per mesi, vivendo un autentico calvario fatto di violenze e soprusi.

 

A novembre dell’anno scorso, uno scoop della Cnn aveva rivelato il modo in cui i trafficanti vendevano alcuni giovani sub-sahariani come fossero schiavi. Nel 2017, secondo l’Organizzazione mondiale per le migrazioni, oltre 3.100 persone sono morte provando ad attraversare il Mediterraneo. Solo nelle prime settimane di quest’anno sono già 81 i migranti affogati in mare nel tentativo di arrivare in Europa.