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Opinioni
Conflitto in Ucraina
3 Giugno 2022
08:02

10 cose che dovremmo aver capito dopo 100 giorni di guerra in Ucraina

Era il 24 febbraio, 100 giorni fa, quando Putin decise di rompere gli indugi invadendo l’Ucraina. Quel giorno, la nostra percezione del mondo è cambiata per sempre. Ma il mondo era già cambiato da tempo, senza che ce ne fossimo accorti.
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Conflitto in Ucraina

Che Vladimir Putin è un dittatore

Partiamo dalle basi. Finalmente, dopo 23 anni illusioni e infatuazioni, abbiamo (quasi) tutti scoperto che in Russia non c’è nulla di democratico, che a Mosca governa un dittatore. E che questo dittatore, dalla Cecenia al Kosovo, dalla Georgia alla Crimea, dalla Siria al Mali, ama iniziare guerre e combatterle nel modo più brutale possibile, senza alcuna remora per l’incolumità dei civili. Potevamo accorgercene prima che il 24 febbraio invadesse l’Ucraina, ma abbiamo preferito credere alla favoletta del difensore dei valori tradizionali e del sincero democratico amico dell’Italia che ci hanno regalato – soprattutto – i politici di centrodestra come Berlusconi e Salvini. Una favoletta che ci facevamo comodo raccontarci tutti, visto quanto abbiamo deciso di dipendere dal gas di Mosca. Una favoletta che oggi ci sta costando carissima.

Che la guerra non è un residuo del passato

“Grazie” a Putin abbiamo anche scoperto che la guerra, in questi anni, è stata un residuo del Novecento solo in Europa e Nord America. Mentre nel resto del mondo, prima che Putin decidesse di invadere l’Ucraina, c’erano già 59 conflitti aperti, che riguardavano circa 200 milioni di persone: Israele, Palestina, Afghanistan, Nigeria, Myanmar, Yemen, Mali, Siria, Etiopia, Libia, giusto per ricordarvene qualcuna. Il fatto che ne sia scoppiata un’altra a poche centinaia di chilometri da casa nostra è un accidente che poteva succedere, prima o poi. Il fatto che non ce ne fossimo mai accorti, o quasi, dice molto di quanto siamo stati distratti, negli ultimi vent’anni.

Che il mondo è pieno di armi e di bombe atomiche

E già che parliamo di distrazione, qualcuno si sarà forse accorto che in questi ultimi anniil mondo si è armato fino ai denti.Che nel solo 2020, in piena emergenza Covid, gli Usa hanno speso 37,4 miliardi in armamenti, la Cina 10 miliardi, la Russia 8 miliardi, il Regno Unito e la Francia 6 miliardi. E che a dispetto di tutte le chiacchiere sul disarmo nucleare, già prima del 24 febbraio scorso c’erano 13mila bombe atomiche, di cui oltre tremila sono già dispiegate e pronte all’uso degli eserciti di Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. E che tutto questo non rende necessariamente il mondo un posto più sicuro.

Che globalizzazione non è sinonimo di pace

Altro giro, altra favola: che la globalizzazione e l’interdipendenza economica sono sinonimo di armonia tra i popoli. Che due Paesi che commerciano tra loro non si faranno mai la guerra. Che in un mondo interconnesso tutto tende naturalmente alla democrazia. Ditelo alla Russia, che sul ricatto del gas e del granoha costruito la sua strategia bellica in Ucraina. Ditelo alla Cina, che domani potrebbe invadere Taiwan minacciando la paralisi dell’economia globale, se qualcuno muove un dito. Ditelo all’India e al Brasile, che improvvisamente possono fare quel che vogliono, basta che ci diano i loro cereali. E ditelo pure a Egitto, Turchia, Iran e Arabia Saudita, già che ci siete.

Che combatteremo sempre più per materie prime ed energia

A proposito: cos’hanno in comune tutte le piccole e grandi potenze regionali che rivendicano potere su ciò che le circonda? Esatto, sono tutti Paesi produttori di energia. O che hanno mire su territori ricchi di fonti energetiche e minerali rari, necessari a far funzionare tutto ciò che chiamiamo smart, o digitale. L’aumento dei prezzi di gas e petrolio, e la difficoltà a far fronte alla dipendenza dalle fonti fossili russe è la rappresentazione plastica di come tutto questo stia plasmando i nuovi rapporti di forza nel mondo. E di quanto per l’Europa sia fondamentale investire in energie rinnovabili per emanciparsi in questa nuova geografia dei poteri.

Che di grandi potenze non ce n’è più solo una

Se pensavate davvero il ventunesimo secolo dovesse essere quello americano, dell’unico grande impero, del mercato e della liberaldemocrazia, dei diritti umani universali e di un mondo governato dai valori e dai sistemi di governo occidentali, abbiamo una brutta notizia per voi: quel secolo è già finito dopo poco più di vent’anni, ammesso che sia mai iniziato. Oggi di grandi potenze mondiali ce ne sono almeno due – e una, la Cina, è tutto fuorché liberale e democratica -, di piccole potenze regionali coi loro piccoli tiranni regionali ce n’è almeno una decina, e non tutte hanno scelto gli Stati Uniti come fratello maggiore. Anzi. Citofonare Putin per informazioni.

Che mezzo mondo odia l’Occidente

Complice l’invasione russa, abbiamo pure scoperto che mezzo mondo odia l’Occidente. O che, perlomeno, non ha paura di non accordarsi al gigante americano: Cina, India, Pakistan, Iran, Bolivia, ma anche l’80% dei Paesi asiatici e una buona fetta di Paesi africani si sono infatti opposti o astenuti alla mozione di condanna dell’Assemblea Generale dell’Onu all’invasione russa in Ucraina. 40 Paesi contro 141, ok. Ma che da soli fanno più della metà della popolazione del pianeta. E che sovente, almeno nella condivisione del loro odio contro l’Occidente, trovano il favore della loro opinione pubblica. Difficile dire oggi che questo configuri la nascita di un nuovo equilibrio geopolitico bipolare. Ma dalle parti di Washington, Londra e Bruxelles qualche domanda forse bisognerebbe cominciare a farsela.

Che l’Unione Europea e gli Usa sono sempre più distanti

E già che ci siamo parliamone, dell’Occidente. Di questa espressione geopolitica che ci siamo abituati a immaginare come un monolite, senza mai dare troppo peso alle sue crepe. Ecco: la guerra in Ucraina ha reso evidenti pure quelle. Che Germania e Italia, per dirne due, sono molto più legati alla Russia di quanto a Washington speravano fossero. E che un bel pezzo di Europa occidentale lascerebbe volentieri un pezzo di Donbass a Putin pur di evitare una doppia ondata di profughi in fuga da guerra e carestie, mentre un altro pezzo d’Europa – quello orientale – si sente troppo minacciata da Mosca per non desiderare di vederla soccombere, una volta per tutte. Difficile tenere assieme tutto.

Che la nostra democrazia non è scontata

La storia di questa invasione ci insegna che è un attimo scivolare nell’autoritarismo. Che è un attimo fare liste di proscrizione in puro stile maccartista di giornalisti e opinionisti sgraditi in quanto dissenzienti con il senso comune. Che è un attimo imporre pensieri unici sulla guerra e sulla pace. Che è un attimo dimenticarsi che il pluralismo e la dialettica, anche in un momento delicato come quello che stiamo vivendo, sono il sale delle società occidentali. Se c’è una cosa di cui dobbiamo stare davvero attenti è non farci conquistare la testa da Putin e dal suo autoritarismo. Che niente è per scontato, e niente è per sempre. Nemmeno la democrazia.

Che da due anni di pandemia non ne siamo usciti migliori

L’ultima lezione di questa guerra, in fondo, è la più dura. Perché in fondo ci speravamo che due anni di Covid-19 ci avessero insegnato a spendere di più in sanità e ricerca medica, e meno in armi e ricerca militare. A ricercare accordi globali per la prevenzione di catastrofi di dimensione mondiali – oggi il virus, domani il clima. A comprendere che nessun posto è un’isola e che il benessere di ciascuno di noi passa dal benessere di tutti. A cento giorni di distanza da quel 24 febbraio possiamo dirlo con certezza: missione fallita, tanto quanto la guerra lampo di Putin. Niente sconforto, però: esserne consapevoli è il modo migliore per iniziare a riprovarci.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro. 15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019)
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