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8 Luglio 2022
12:09

Secondo l’Istat il Reddito di cittadinanza ha evitato 1 milione di poveri in più

L’Istituto di statistica segnala nel 2020 Reddito di cittadinanza e di emergenza hanno evitato a un milione di persone di trovarsi in povertà assoluta.
A cura di Giacomo Andreoli
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Reddito di cittadinanza e reddito di emergenza hanno evitato a un milione di persone di trovarsi in condizione di povertà assoluta. A certificarlo è l'Istat, nel suo rapporto annuale sulla situazione economica e sociale del Paese, prendendo in esame il 2020, primo anno di pandemia. Per circa 500mila famiglie, quindi, i sussidi statali sono stati fondamentali e senza di questi l'intensità della povertà sarebbe stata di 10 punti percentuali più alta, raggiungendo il 28,8% (invece del 18,7% osservato).

Nonostante questo, però, il numero di persone in povertà assoluta è quasi triplicato dal 2005 al 2021, passando da 1,9 a 5,6 milioni (il 9,4% del totale), mentre le famiglie sono raddoppiate da 800 mila a 1,96 milioni (il 7,5%). La povertà assoluta è poi tre volte più frequente tra i minori (dal 3,9% del 2005 al 14,2% del 2021) e una dinamica particolarmente negativa caratterizza i giovani tra i 18 e i 34 anni (l'incidenza ha raggiunto l'11,1%, valore di quasi quattro volte superiore a quello del 2005, il 3,1%).

Un milione di dipendenti sotto la soglia del salario minimo a 9 euro/h

Dallo stesso rapporto emerge che un milione di dipendenti del settore privato percepiscono per il loro lavoro meno di 8,41 euro all'ora e una retribuzione totale al di sotto di 12mila euro l'anno. Si tratta di un livello inferiore alla proposta di salario minimo depositata in Parlamento, che prevede un pagamento orario di 9 euro l'ora.

Nel frattempo l'inflazione continua a farsi sentire con forza, erodendo salari già in media più bassi rispetto al resto d'Europa. Secondo l'Istat la crescita dei prezzi osservata dalla seconda metà del 2021 fino a maggio 2022, in assenza di ulteriori variazioni, potrebbe determinare a fine anno una variazione del 6,4%. Quindi, "senza rinnovi o meccanismi di adeguamento ci sarebbe un'importante diminuzione delle retribuzioni contrattuali in termini reali che, a fine 2022, tornerebbero sotto i valori del 2009". In tutto ciò nel 2021 la dinamica salariale si è mantenuta molto moderata, con aumenti delle retribuzioni contrattuali per dipendente dello 0,7%. Stessa situazione nei primi mesi del 2022, ma dovrebbe accelerare "sostanzialmente" nella seconda parte dell'anno, alla luce dei rinnovi in corso e della previsione dell'inflazione, utilizzato come base per i rinnovi contrattuali.

La forte accelerazione dell'inflazione negli ultimi mesi rischia poi "di aumentare le disuguaglianze, poiché la riduzione del potere d'acquisto è particolarmente marcata proprio tra le famiglie con forti vincoli di bilancio", osserva l'Istat. Per questo gruppo di famiglie a marzo l'inflazione è stata del 9,4%, 2,6 punti percentuali più elevata di quella misurata nello stesso mese per la popolazione nel suo complesso. L'inflazione per questi nuclei "riguarda beni e servizi essenziali, il cui consumo difficilmente può essere ridotto. Oltre agli alimentari vi figura la spesa per l'energia, che questo segmento di famiglie destina per il 63% all'acquisto di beni energetici a uso domestico (energia elettrica, gas per cucinare e riscaldamento)".

Lo Ius scholae coinvolgerebbe 280mila ragazzi e ragazze

Nel documento si parla poi di Ius scholae, la proposta di legge in discussione in Parlamento per concedere la cittadinanza a chi è arrivato in Italia entro i 12 anni e ha completato un ciclo scolastico di 5 anni. Con questa legge, secondo la stima dell'Istat, circa 280mila ragazzi acquisirebbero la cittadinanza e tra coloro che sono potenzialmente interessati oltre il 25% risiede in Lombardia. Al primo gennaio 2020 sono oltre 1 milione i minorenni nati in Italia da genitori stranieri (di seconda generazione in senso stretto), il 22,7% dei quali (oltre 228mila) ha finora acquisito la cittadinanza italiana.

Nel report, quindi, si segnala che il blocco delle assunzioni e le riforme pensionistiche hanno portato a una riduzione del pubblico impiego di 200 mila occupati negli ultimi venti anni e all'innalzamento dell'età media di poco meno di 6,5 anni fino a 49,9 anni. "Tra le economie europee – fa notare l'Istituto- i dipendenti pubblici in Italia sono i meno numerosi in rapporto alla popolazione (5,6 ogni 100 abitanti) e i più anziani".

In un milione e 900 mila famiglie, poi, l'unico componente occupato è un lavoratore a tempo determinato, collaboratore o in part-time involontario. Questi occupati vulnerabili sono ormai quasi 5 milioni, il 21,7% del totale. E in 816 mila sono "doppiamente vulnerabili", perché risultano sia a tempo determinato o collaboratori, sia in part-time involontario. Sono lavoratori cosiddetti "non standard" il 39,7% degli occupati under 35, il 34,3% dei lavoratori stranieri e il 28,4% delle lavoratrici. La quota di lavoratori non-standard raggiunge il 47,2% tra le donne sotto i 35 anni e il 41,8% tra le straniere.

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