Il reddito di cittadinanza è ormai ritenuto una misura intoccabile dal governo. Ma l’ipotesi di qualche cambiamento resta ancora in piedi, soprattutto per quanto riguarda la seconda fase, quella della ricerca del lavoro per i beneficiari del sussidio. Un’ipotesi confermata anche dai numeri e che potrebbe portare il governo a riflettere sulla possibilità di migliorare la parte di politiche attive, peraltro più volte criticata – soprattutto prima di andare al governo – da Pd e Italia Viva. Le modifiche al reddito di cittadinanza potrebbero quindi arrivare in seguito a una discussione di maggioranza. E sulla base dei numeri sul mercato del lavoro che vengono evidenziati dal Sole 24 Ore.

Reddito di cittadinanza, il flop sul mercato del lavoro

I beneficiari del reddito di cittadinanza sono 2,3 milioni. Di questi quelli occupabili sono circa 791mila. Ma, stando ai dati aggiornati al 10 dicembre, quelli che hanno trovato lavoro sono solo 28mila, il 3,6% del totale. Una percentuale marginale e che non è necessariamente legata al reddito, considerando che si tratta delle assunzioni avvenute da aprile, quando ancora la fase due – quella nei centri per l’impiego – non era stata avviata. Solo da novembre, infatti, i datori di lavoro possono accedere all’incentivo fiscale per le assunzioni a tempo indeterminato. Il che vuol dire che almeno una parte di quei beneficiari potrebbe aver trovato lavoro autonomamente e indipendentemente dal reddito.

I contratti a termine e il decreto dignità

I dati sul mercato del lavoro rimarcati dal Sole 24 Ore fanno pensare anche a una revisione del decreto dignità, introdotto durante questa legislatura per volontà del Movimento 5 Stelle. Le cifre elaborate dal giornale di Confindustria riguardano soprattutto la scadenza dei 12 mesi per i contratti a termine: alle aziende costa di più rinnovarli, motivo per cui i datori di lavoro preferiscono prendere altri lavoratori.

I dati Istat su cui si basa il Sole riguardano il periodo che va dal luglio 2018 all’ottobre 2019: i dipendenti a termine sono stati 56mila in più, diventando poco più di 3 milioni e 100mila. Però il saldo tra assunzioni e cessazioni dei contratti a termine stimato dall’Inps evidenzia che si passa da un saldo positivo di 33.770 contratti a luglio 2018 a un saldo negativo di 20.133 unità a ottobre 2019. Stesso fenomeno, registrato in maniera più evidente, anche per le somministrazioni.

La stretta sui contratti a termine viene compensata solo parzialmente dall’aumento dei contratto a tempo indeterminato e dalle stabilizzazioni: il saldo totale è negativo per 54mila unità. A luglio 2018 il saldo era positivo per 35mila rapporti. In sostanza molte imprese invece dei contratti stabili hanno preferito contratti flessibili, considerando che il decreto dignità ha reso meno costosi i contratti stagionali e le partite Iva, in pratica tutte quelle forme contrattuali che prevedono meno tutele per i lavoratori.