“Non c’è rischio di commissariamento. Entro Natale la banca sarà salva”. È il 10 dicembre quando Gianvito Giannelli e Vincenzo De Bustis, rispettivamente presidente e amministratore delegato della Banca Popolare di Bari prendono la parola in una riunione con i manager della banca pugliese. Tre giorni prima del Consiglio dei Ministri del 13 dicembre che ha deciso per il commissariamento dell’istituto, cinque prima di quello che ha deciso per il salvataggio della banca attraverso un esborso complessivo di 900 milioni di euro.

Nella registrazione di quell’incontro, che Fanpage.it pubblica in esclusiva, i due parlano a ruota libera ai dipendenti di quel che sarà il futuro prossimo della banca, e ostentano un’insolita tranquillità nel delineare gli scenari, quasi davvero non si aspettassero l’intervento a gamba tesa Consiglio dei Ministri: “Ci appoggia il mondo politico, e ci appoggia anche la vigilanza”, continua Giannelli. “Bontà loro, e per ragioni strategiche altissime, qualcuno ha deciso che la banca debba sopravvivere”,  gli fa eco De Bustis. Loro, per la cronaca, sono il Ministero del Tesoro e Bankitalia, che attraverso l’iniezione di capitale di 1 miliardi di euro attraverso il Mediocredito Centrale e il Fondo interbancario di tutela dei depositi avrebbero dovuto mettere in sicurezza il patrimonio dell’istituto. Gli stessi che daranno il via libera al commissariamento, meno di 72 ore dopo.

“Li sfondate”

Resta da chiedersi come mai, quindi Giannelli e De Bustis fossero così sicuri del loro, tanto da esporsi personalmente coi manager della banca. Addirittura, l’amministratore delegato delinea una road map che passa dall’assemblea dei soci del 18 di dicembre, quella in cui la Popolare di Bari diventerà una Spa – dopo la quale «non ci sono più le regole: si funziona come una spa, contano solo i risultati» – sino a un nuovo piano industriale in cui la banca dovrà aumentare notevolmente i ricavi attraverso politiche commerciali aggressive. Su questo De Bustis è più che didascalico: “La banca diventerà molto forte dal punto di vista patrimoniale, avrà lo Stato dietro – istruisce i suoi direttori di filiale -, quindi potrete dire che la Popolare di Puglia e Basilicata ‘sta un po’ così’, che la Banca Popolare Pugliese traballa, che i soldi vi conviene darli a noi che c’abbiamo lo Stato dietro. Li sfondate, se c’avete la forza e l’energia commerciale”.

Curioso, al pari, che quegli stessi direttori di filiali che De Bustis sferza ad andare dai clienti “col coltello tra i denti”, e ai quali imputa “qualcosa come 6-7 miliardi di raccolta che mancano”, siano gli stessi che lo stesso amministratore delegato, pochi minuti dopo, accusa di aver truccato i conti della banca per anni: “Quando sono arrivato la prima volta (De Bustis è già stato direttore generale dell’istituto barese tra il 2011 e il 2015, ndr) c’era un signore coi capelli bianchi a capo della pianificazione e controllo, a cui chiesi di vedere i dati delle filiali. Tutti truccati. Truccavate persino i conti economici delle filiali. Taroccati. Chiesi anche di vedere la lista delle prime 50 aziende affidatarie e non me l’hanno mai portata. Quell’epoca è finita. Su queste cose i nuovi padroni vi faranno l’esame del sangue”, sembra quasi minacciarli.

“Un taglio degli organici molto importante”

Nella sua disamina, De Bustis sorvola l’ultima delle indagini in cui è stato coinvolto – di cui si è avuta notizia il 5 dicembre, cinque giorni prima dell’incontro registrato -, indagine relative all’emissione di un bond da 30 milioni di euro, sottoscritto dalla società maltese Muse Ventures Ltd con un capitale di soli 1.200 euro. Un’operazione di cui De Bustis informerà il consiglio d’amministrazione a fine 2018, dandola per conclusa, ma che salterà pochi giorni dopo quando l’istituto di credito coinvolto nell’emissione dei titoli, Bnp Paribas, rileverà problemi di trasparenza, di rispetto delle regole e di gestione dei rischi finanziari.

Al contrario, l’amministratore delegato di PopBari è molto loquace e diretto quando si tratta di parlare dei tagli del personale e dei nuovi strumenti finanziari della banca: “Il piano di ristrutturazione prevede un taglio degli organici molto importante”, racconta, facendo eco ad interviste in cui parla di 800 uscite, senza licenziamenti. Prepensionamenti, quindi, ma anche in questo caso il De Bustis privato alimenta dubbi, anziché fugarne: “Si va a tagliare i rami secchi e i rami secchi sono fatti di numeri. Non ci sono giovani e vecchi, figli e figliastri. Sono i risultati a parlare”, spiega. Parole che paiono preludere a licenziamenti, più che a prepensionamenti. 

“Che c… me ne frega del verde?”

Anche relativamente a nuovi strumenti finanziari come i green bond De Bustis è molto diretto: “Perché ho rotto tanto le scatole per lanciare questo green bond? Mica per il verde! A me che cazzo me frega del verde? Niente! Per carità è un settore importante, ma è la tecnica che mi interessa tantissimo, è il capital light. Cioè di fare assistenza alle imprese cercando di non assorbire il patrimonio e portare i soldi a casa – spiega ai suoi manager – Certo, abbiamo cominciato con una cosa un po’ sofisticata, che è quella del verde, perché abbiamo un problema di reputazione della banca”.

Ed è qui, in fondo, il cuore di tutto: come può una banca che ha perso il 90% del valore delle sue azioni in pochi anni, che ha truccato i conti delle filiali, che ha fatto comprare ai propri correntisti obbligazioni e azioni della banca in cambio di credito, fidi e mutui – esattamente come accadeva per le banche venete – e che da anni provano invano a vendere quei titoli e che ha il management e la proprietà, al netto della vicenda del bond maltese, sotto inchiesta per associazione per delinquere, truffa, ostacolo all’attività della Banca d’Italia, false dichiarazioni, mobbing e minacce, a salvarsi dal proprio enorme problema di reputazione? “È stato veramente irresponsabile quello che è successo negli ultimi tre, quattro anni. Questa banca è un esempio di scuola di cattivo management, irresponsabile, esaltato”, conclude De Bustis. E dargli torto, in questo caso, è davvero difficile.