Improvvisamente, quindi, ci siamo accorti che FCA, quella che un tempo chiamavamo Fiat, ha domicilio fiscale a Londra, sede legale ad Amsterdam e chiede aiuti di Stato in Italia. Già che c’eravamo, abbiamo scoperto pure che quella stessa Olanda che fa scudo contro qualunque ipotesi di mutualizzazione del debito pubblico in Europa, è il medesimo Paese che ci leva ogni anno qualche miliardo di gettito fiscale, che diventano decine di miliardi se aggiungiamo al mazzo anche Irlanda e Lussemburgo, gli altri due paradisi fiscali europei, non formalmente tali solamente perché servirebbe pure il loro voto, in sede comunitaria, per definirli così.

Improvvisamente, abbiamo scoperto la faccia oscura del nostro capitalismo – da Fca a Mediaset, da Eni a Enel, da Campari a Luxottica, da Ferrero a Illy, dal made in Italy alle banche –  che per anni si è nascosto dietro la grande elusione dei titani del web – Facebook, Google, Amazon, Apple e i loro fratellini – per costruirsi le sue holding di comodo al di fuori dei confini del fisco italiano, cassaforti entro cui far confluire tutto ciò che grande capitale, dai dividendi ai guadagni da cessioni di partecipazioni, dagli interessi incassati per i prestiti infragruppo, alla cessione di royalties per l’uso di marchi e brevetti, lasciando all’Italia la sola tassazione del lavoro dipendente, o di quel che ne è rimasto mentre le produzioni venivano spostate altrove, in un altro genere di “paradisi” – virgolette d’obbligo -, quelli in cui la manodopera non costa nulla.

Improvvisamente, ahi noi, abbiamo pure scoperto che l’Unione Europea – a dispetto del grande lavoro di Margrethe Vestager come commissario alla concorrenza – è il più feroce tra i cani da guardia dello status quo, incapace persino di sostenere Francia, Danimarca e Polonia nella decisione di escludere dall’erogazione di aiuti pubblici quelle imprese con sede in paradisi fiscali. E capacissima, invece, di farci lacrimare sangue quando si tratta di ricapitalizzare un istituto bancario in crisi, o di sostenere il reddito delle famiglie in difficoltà.

Intendiamoci: qui nessuno chiede di sostituire il libero mercato con assistenzialismo e nazionalizzazioni. E nemmeno ci mettiamo a questionare che FCA Italia – la filiale italiana della multinazionale anglo-olandese-americana – si metta a batter cassa, grazie ai suoi bravi commercialisti e avvocati, garantita dallo Stato italiano. Quel che chiediamo, è che la politica e l’opinione pubblica italiana, per una volta, smettano di indignarsi per quattro migranti e quattro commercianti che non battono lo scontrino e aprano per una volta gli occhi. Eccovelo qua il capitalismo del terzo millennio: le cose si fanno in Cina e le tasse si pagano in Olanda, mentre nel resto d’Europa si tagliano posti di lavoro, si gioca a distruggere diritti – no, l’articolo 18, giusto o sbagliato che fosse, non è scomparso da solo – e si batte cassa per il sussidio, alla bisogna. E forse, da europei, qualche domanda dovremmo farcela, a meno di non voler continuare a farci spennare vivi.

Magari dovremmo chiederci, Olanda, Lussemburgo e Irlanda a parte, chi ci guadagna nell’avere dei paradisi fiscali all’interno del mercato comune più grande e ricco del mondo. Esatto: la risposta è che non ci guadagna nessuno, né noi, né la Germania, né la Francia, né la Spagna, che di quel mercato siamo la fetta più spessa. E allora perché non pensare a un’imposta europea che ogni azienda sopra una certa dimensione deve pagare per poter operare in Europa, ad esempio? Perché non pensare a un medesimo quadro regolatorio e fiscale per le operazioni infragruppo delle multinazionali? Perché non immaginare, già che ci siamo, pure uno statuto dei lavoratori europei?

La grande catarsi dell’epidemia di Coronavirus, ce lo ripetiamo dal 21 febbraio, può essere una straordinaria opportunità per scardinare rendite di posizione, fallimenti di mercato, ingiustizie economiche e sociali. Perché non partire da qua, per fare davvero l’Europa?