È strano ascoltare il presidente e l’amministratore delegato di Banca Popolare di Bari, Gianvito Giannelli e Vincenzo De Bustis, dire sicuri ai loro dipendenti che non ci sarà alcun commissariamento, meno di tre giorni prima del commissariamento della banca da parte del governo. E no, non è strano solamente per un mero dato temporale, ma perché basta essere minimamente avvezzi alle “cose di banca”, per capire che c’è più di qualcosa che non torna.

Non torna la sicumera dei vertici dell’istituto, che se si espongono così tanto con i manager e i direttori di filiale dell’istituto in merito alla garanzia di non commisariamento perché “non siamo Genova, né tantomeno le banche venete”, è probabile lo facciano perché rassicurati in tal senso nelle ore precedenti dal Tesoro o, più probabilmente, da Bankitalia. Cos’è che fa cambiare le carte in modo così radicale, nel giro di poco meno di 72 ore? Cos’è che ha scatenato la scelta di convocare un consiglio dei ministri di venerdì sera alle 22 per commissariare in fretta e furia l’istituto? Non lo sappiamo, ma per ora ci limitiamo a segnalare un’evidenza: una banca commissariata non è tenuta a presentare il bilancio dell’ultimo esercizio. Domanda numero uno: cosa c’era di tanto pericoloso in quel bilancio, per decidere di commissariale la banca e defenestrarne i vertici?

Non torna il ruolo di Bankitalia, perlomeno nelle parole di Giannelli e De Bustis. Che ostentano come un trofeo il supporto della vigilanza ai loro piani – “ci appoggia il mondo politico, ci appoggia la vigilanza” -, salvo poi scoprire che gli ispettori di Bankitalia avevano messo nel mirino la Popolare di Bari dal 2010, ritenendone il management inadeguato a gestire la banca. Nonostante questo, la vigilanza – o perlomeno i suoi vertici – hanno lasciato che le azioni della Popolare di Bari perdessero il 90% del loro valore, senza battere ciglio. E nel frattempo hanno fatto comprare alla banca barese pure la cassa di risparmio di Teramo. Domanda numero due: che gioco ha giocato, ancora una volta, Bankitalia in questa ennesima vicenda di malagestio bancaria?

Non tornano nemmeno i modi e le parole scelte da De Bustis per parlare ai dipendenti, quasi surreali nella bocca del navigatissimo banchiere romano, già al centro della “carissima” acquisizione della salentina Banca 121 da parte del Monte dei Paschi di Siena, pagata quattro volte il suo valore, e poi passato dalla stessa Mps e da Deutsche Bank, prima di ritornare in Puglia, alla Popolare di Bari. Perché l’amministratore delegato della Popolare di Bari decide improvvisamente di puntare il dito sui direttori di filiale, accusati senza mezzi termini di aver “truccato tutto”? Perché parla di “un esempio di scuola di cattivo management, irresponsabile, esaltato”, se di quel management ha fatto parte, da direttore generale, tra il 2011 e il 2015, proprio quando la banca decise di acquisire, su suggerimento di Bankitalia, la Cassa di Risparmio di Teramo (per gli amici Tercas) in forte crisi e di non diventare Spa, in deroga alla riforma delle banche popolari promossa dal governo Renzi? Domanda numero tre: che necessità aveva, De Bustis, di mettere a nudo i guai e le responsabilità dell’istituto, in una fase tanto delicata?

Non torna, infine, la strana diserzione, a Palazzo Chigi, dei ministri di Italia Viva, diserzione che, almeno in prima battuta, viene letta come una contrarietà all’ipotesi di salvataggio e nazionalizzazione. Ecco: perché Matteo Renzi e i suoi, che hanno salvato e commissariato le banche venete, le quattro banche dell’Italia centrale e persino il Monte dei Paschi di Siena decidono che no, la Banca Popolare di Bari non merita il medesimo trattamento? Risuonano, nelle orecchie, le parole che lo stesso Renzi, nel 2017, pronunciò per benedire la nascita della commissione parlamentare sulla crisi delle banche: «Non vedo l’ora che parta questa commissione d’inchiesta sulle banche – disse l’ex premier -. Per mesi è sembrato che il problema fosse solo di due-tre banchette toscane. Ma quanto sarà affascinante e appassionante poter discutere delle banche pugliesi, della Banca Popolare di Bari, della 121». Al tempo sembrò un attacco a Massimo D’Alema e alle passate polemiche per i suoi presunti legami con Vincenzo De Bustis. Oggi, dopo il commissariamento della Popolare di Bari, quella suggestione acquista un senso del tutto nuovo.  Domanda numero tre: che cosa sa della Banca Popolare di Bari, Matteo Renzi, che noi non sappiamo?