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Il 20 aprile 2013 resterà alla memoria come il giorno della prima rielezione di un Capo di Stato. Il giorno del "sacrificio di Napolitano" o quello dell'arroccamento dei partiti nei palazzi del potere, a seconda di come la si guardi. E' il giorno della sconfitta teorica del Movimento 5 Stelle (che non riesce a far convergere voti sul suo candidato e vede ricompattarsi un fronte "ostile" intorno alla figura di Napolitano) e allo stesso tempo il giorno in cui si delinea con maggiore chiarezza che il futuro del Paese non appartiene più alla vecchia politica. C'è un abisso, una frattura forse insanabile fra la politica incapace persino di trovare un'alternativa all'ultraottantenne Napolitano e la domanda di cambiamento che proviene dal Paese. Un grido, un appello che rimbalza dalle piazze reali e virtuali e che è caduto sostanzialmente nel vuoto. E a raccoglierlo, salvo clamorosi colpi di scena, ci sarà solo il Movimento 5 Stelle.

In questo senso la linea scelta da Beppe Grillo ha un potenziale enorme. Perché, pur con tutti i limiti dell'esperienza a 5 Stelle (di carattere programmatico, comunicativo e politico in senso stretto), si posiziona senza indugio dall'altro lato della barricata. Da una parte la politica nel bunker, intenta all'autoconservazione del sistema ed ormai incapace finanche di agitare lo spauracchio dell'instabilità e della crisi economica per giustificare l'ennesimo compromesso al ribasso. Dall'altro un Paese ormai stanco di questi giochetti, esasperato dal teatrino delle trattative, degli accordicchi e delle mezze verità smozzicate nei salotti televisivi. E il Movimento è riuscito ad operare una decisa scelta di campo, pur tra mille contraddizioni. E' chiaro dunque, che se Grillo riuscirà a tenere a freno il suo ego smisurato e a tener dritta la barra dando dignità politica e concretezza pratica alle istanze che arrivano dalle piazze, davvero "sarà solo una questione di tempo". In tal senso, il limite è proprio nella percezione dello "stato d'assedio" in cui vivrebbe il Movimento, con tanto di deriva oltranzista nei confronti del resto "dei servi del regime". Lo ha in parte capito Grillo, che non si è prestato alla sciocchezza clamorosa della "calata a Roma", preferendo una conferenza stampa ed una manifestazione che hanno il compito di mettere in chiaro le cose. Da una parte "loro", dall'altra il Movimento "e gli italiani".

La prima vera operazione tutta politica del capo del Movimento, che finalmente si sta convincendo che, almeno in Italia, "la politica è ancora l'arte della complessità" e che pian piano si sta liberando di quella insopportabile allergia al confronto democratico (anche interno). Dopo gli scivoloni delle ultime settimane, è questo il primo vero campanello d'allarme per la politica tradizionale. E, nella sostanza, a capirlo sono stati per primi i parlamentari di Sel e del Pd che non si sono prestati all'operazione traghettata dalla dirigenza democrat. Perché hanno capito che il rischio era  quello di perdere il contatto con il loro popolo, con i tanti che in loro hanno riposto fiducia. E di pregiudicare la possibilità di essere interpreti del cambiamento. Che arriverà, piaccia o meno agli highlander della politica nostrana.