
Vincenzo D'Agostino è uno dei parolieri più prolifici d'Italia. E anche uno con una carriera costellata di successi: da Gigi D'Alessio a Sal Da Vinci, passando per Andrea Sannino, D'Agostino ha firmato canzoni che fanno parte della storia musicale italiana. In questa intervista ripercorre la sua storia, raccontando i primi passi a Napoli, l'autotune, il rapporto con D'Alessio e quello con Geolier.
Quante canzoni hai scritto?
Ho scritto quasi 3600 canzoni. La più famosa tra gli anni 2000, e non degli anni '80 o '90, è "Cient'ann". Poi ci sono le altre, ma tra il 2000 e gli anni '80, Cient'ann è senza dubbio la più conosciuta. Un’altra canzone che resterà per sempre è "Per l'eternità, Annare'" La canzone che ha fatto più streaming è "Rossetto e caffè", cantata da Sal Da Vinci. Quella che mi ha dato più soddisfazione in assoluto è Napul, perché sono riuscito a mettere insieme quattro voci importanti: D’Alessio, Finizio, Sal Da Vinci e il grande Lucio Dalla. La canzone che ha venduto di più in tutto il mondo è "Mon amour mon amour", quasi 11 milioni di copie. In Australia era prima in classifica a Sydney, a Perth e ad Adelaide, e ha avuto successo anche a New York e in Europa. Avrei voluto qualche altro pezzo di successo al posto di "Mon amour", ma mi accontento, resta comunque una grande soddisfazione.
Il cantante al quale sei più legato?
Affettivamente sono legato a Gigi D’Alessio, per una questione di tempo e annualità. Siamo insieme da 40 anni, con un piccolo periodo di separazione, ma poi ci siamo ripresi. Naturalmente stimo molto anche Gigi Finizio, Sal Da Vinci, Sannino e un po’ tutti gli altri artisti che cantano le mie canzoni, ma il legame affettivo più forte è con Gigi D’Alessio. Lui all’inizio non cantava nemmeno, faceva solo l’autore. Siamo proprio in simbiosi.
E invece la canzone che secondo te hai scritto meglio?
La più poetica è un pezzo che si chiama "Liberi da noi", cantata da Gigi D’Alessio. È una canzone che considero una medaglia personale. Rispetto alle altre non ha avuto il successo che meritava, ma la storia della musica è sempre così, è spietata.
Togliendo gli artisti con i quali hai lavorato, secondo te chi è il più grande paroliere italiano?
Ho molti riferimenti. A parte Mogol, che è un’icona e ci insegna ancora cosa significa fare musica. Sono molto legato a Bigazzi, che per me era un grande amico. Lui diceva: "Vieni da me in Toscana, portami la tua napoletanità e faremo grandi cose". Se devo parlare di simpatia e affetto, scelgo Bigazzi. Lo stra-amo, l’ho sempre amato.
Come musicista?
Come musicista vengo un po’ dalla corrente baglioniana. Claudio Baglioni ci ha insegnato a mettere insieme due note che poi hanno creato armonie incredibili, come in "Questo piccolo grande amore" o "Mille giorni di te e di me". Da lui ho imparato a costruire un certo tipo di melodia. Successivamente ho riscoperto la bravura dei cantautori come De Gregori e Dalla, ma lo feci più tardi, perché nella mia adolescenza ero legato soprattutto a Baglioni. Comunque Baglioni rimane uno che ha dato tantissimo alla musica italiana.
Dove sei nato?
Io sono nato in un quartiere, a Piazza Capodichino, in un vicolo detto ’o Perron, che è all’inizio di Corso Secondigliano. Poi mi sono trasferito nel quartiere di mia mamma, perché mio padre partiva, e sono cresciuto lì. Ho conosciuto altri adolescenti come me, che poi sono diventati grandi artisti, come Adriano Pennino. Abbiamo passato un periodo bellissimo. Poi c’era Eduardo De Crescenzo, che è sempre del quartiere Ferrovia: ci siamo voluti bene da lontano.
Se potessi tornare indietro, o se potessi scegliere, quale canzone italiana vorresti aver scritto?
Bella domanda. Ce ne sono tante, ma ce n’è una che mi piace tantissimo: "La storia di Marinella" del grande Fabrizio De André. Questi grandi talenti li ho riscoperti un po’ dopo, perché all’inizio ero più legato ad altri riferimenti, però "La storia di Marinella" rimane unica. Poi ce n’è un’altra, sempre di De André, che si chiama "La guerra di Piero". Sono dei pezzi stupendi. Mi piace anche "La donna cannone" di De Gregori. Ci sono molte canzoni che avrei sognato di poter scrivere, ma ci vuole davvero una marcia in più per arrivare a quel livello.
E se potessi scegliere un artista per il quale avresti voluto scrivere una canzone e non hai potuto farlo?
Mi sarebbe piaciuto scrivere per un’artista che ha cantato una mia canzone come cover, ma che ho sempre amato: Mirna Doris. Per me è stata una delle voci più belle di Napoli. Lei me la chiese, ma poi purtroppo morì.
E secondo te come mai non ci sono più questi tipi di artisti?
Perché non c’è più palestra. Oggi cantano, fanno successo, e a volte si ritrovano a dover cantare anche ai matrimoni in playback, perché non sanno nemmeno come si fa.
Negli anni ’80 eravate considerati "male". Perché la vostra musica era vista così?
Perché ci associavano… negli anni ’80, la nostra unica fonte di esposizione, rispetto a oggi che grazie alla tecnologia abbiamo avuto più spazio, erano i matrimoni. Quella era l’unica vetrina. Ovviamente, sui matrimoni o sulle festività, ci si associava con chi era "bravo" e chi era "malamente". Purtroppo era così, e quindi in quel periodo eravamo considerati un po’ i cantanti trash dell’epoca. Fortunatamente la tecnologia ci ha salvato e ci ha dato finalmente il ruolo che ci spettava.
Quindi secondo te, lo sdoganamento è avvenuto grazie alla tecnologia?
Sì, perché quello che cantavamo allora era bello, anzi, forse negli anni ’80 cantavamo canzoni più belle di oggi. La tecnologia ci ha dato molto, però ci ha anche un po’ "inguaiato", perché a volte, con enorme dispiacere, vedo sui social cose che non mi fanno piacere. Una canzone viene trattata alla leggera, dilettata come se fosse qualunque cosa, e questo non va bene. Ma purtroppo bisogna stare al gioco, questa è la verità.
E la critica quando vi ha sdoganato?
Io penso che lo sdoganamento sia avvenuto con il primo Sanremo di Gigi D’Alessio. Per quanto mi riguarda, noi eravamo proprio sotto, sotto i fucili. Ricordo che nella canzone "Non dirgli mai" c’è una frase che dice: "Di quella volta, per un tuo ritardo, ci tremava il cuore". Mi ricordo anche l’articolo e il giornalista, Luigi Pirito, di Genova, che scrisse: "Chi è questo Gigi D’Alessio che arriva con il ciclo mestruale a Sanremo?". Ci finirono di uccidere, quindi eravamo proprio sotto. Poi, il martedì della prima uscita al Festival, il mercoledì mi chiamò la BMG per dire: "400.000 copie vendute in un solo giorno". Quella è stata la più grande vittoria, lì ci siamo sdoganati un po’. Dopo quella botta di vendite, cominciavano a guardarci in un altro modo. Ma prima, veramente, abbiamo subito di tutto e di più.
Se ci fossero stati i social negli anni ’80 non sarebbe successo?
Lo sai, è una domanda che mi sono sempre posto: se ci fossero stati i social negli anni ’80 forse ci sarebbe stata più professionalità e meno confusione. Negli anni ’80 c’erano meno cantanti di oggi, ma vi assicuro che cantavano tutti: dal più piccolo al più grande, erano tutti bravi cantanti. Oggi, purtroppo, ci sono pochi cantanti veri e tanti improvvisati. Non me ne vogliano gli altri addetti ai lavori, ma oggi, forse perché il mio lavoro mi ha portato a vivere bene, se posso fare una rinuncia per non mettere in pasto un altro "leone" che mangia la musica e la brandella, lo faccio. Ci rinuncio anche economicamente.
Autotune sì o autotune no?
Io penso che l’autotune esista da sempre. Non li ha fatti diventare famosi, ma è sempre esistito. L’autotune si andava a mettere per correggere alcune piccole imperfezioni. Io lo usai, per esempio, nell’81 per una canzone di Mario Trevi, "’A mia donna", un successo enorme. Mario Trevi, che ha una delle voci più belle di tutto il panorama campano, aveva un’interpretazione splendida, ma con l’autotune correggemmo un po’ le tonalità, i calanti e i crescenti, perché succede a tutti. Quella era la funzione dell’autotune: non perdere l’interpretazione. Oggi, però, fa cantare anche i morti, e non va bene. Penso sempre che ci debba essere un confronto con il pubblico, e il pubblico non puoi ingannarlo così. Se vuoi fare il cantante, devi cantare davvero.
E questa cultura musicale come l'hai appresa?
Io vengo da una scuola che non c’entra niente con questa. Vengo da una scuola rock degli anni ’70. Sono nato, come tutti i miei coetanei, fan dei Pink Floyd e dei Deep Purple: quella era la musica. Poi mio papà mi regalò la prima batteria. Da lì cominciai ad avere le prime nozioni fino a formare una band. In questa band c’eravamo tutti adolescenti: il pianista era Ernesto Vitolo, storico pianista di Pino Daniele; l’altro pianista era Adriano Pennino; al basso c’era Aldo Mercuri, bassista di Gino Paoli; alla chitarra Corrado Rustici, bassista e chitarrista degli Osanna. Eravamo una band che portava gli strumenti ovunque: avevamo la batteria dentro il pullman. All’epoca si chiamava ’o compless.
Dove suonavate?
Nei locali famosi di Napoli: a Mergellina, in Villa Comunale, negli chalet, e in inverno nei night di Piazza Municipio. Ho fatto questa gavetta dai 16 ai 19 anni, tre anni di fila. A un certo punto, a Mergellina, prendevo una paga di 4.000 lire al giorno. Venne un cantante napoletano, Mauro Caputo, autore di "Pe’ semp’", che aveva bisogno di una band per i matrimoni. Io non avevo capito: pensavo fosse un matrimonio solo. Invece, erano 5.000 lire a matrimonio e in una giornata ne facevi anche dieci. Così passammo dalla Villa Comunale alla Galleria e lì cominciai a conoscere Mario Merola grazie a Mauro Caputo. Era un mondo che all’inizio non mi apparteneva. Io ero ancora nella mia fase “Sapore di mare 2”, ’o caschetto, ’e guagliuncielle e ’a Vespa. Alla prima festa di piazza, mi misi la batteria davanti alla capa per lo scuorno. Ero abituato a suonare Black Night o Smoke on the Water, e dover suonare Pe’ semp’ era un po’ strano. Man mano, però, ho capito quanto fosse bello questo mondo e quanto l’altro fosse inarrivabile.
E per te, che venivi da quella musica, come ti sentivi con l’etichetta di “neomelodico”?
A me ha sempre dato fastidio questa parola, ma non mi schiacciava perché io non facevo il cantante. Dava fastidio molto di più a Gigi e agli altri cantanti neomelodici. Un altro che impazziva per questa etichetta era Gigi Finizio. La sua decisione di cantare direttamente in italiano nacque proprio per questo motivo. A me dava fastidio soprattutto per loro, perché andava a offendere un po’ quello che era il mio operato. Una bella canzone, nel neomelodico, pareva sporcata solo dal termine. Io non l’ho vissuta direttamente. Per esempio, Nino D’Angelo ha sempre detto che negli anni ’80 non era neomelodico, cosa che non ho mai capito. Quella definizione decretava tutti neomelodici, anche negli anni ’80. Se Gigi D’Alessio era il principe dei neomelodici, Nino D’Angelo era ’o re. Di sicuro ci sono stati errori madornali, fatti anche da me. Abbiamo fatto errori bestiali nelle canzoni, però Gesù ci ha benedetto e hanno avuto successo.
Tu hai detto che sei famoso in tutti i quartieri di Napoli. Perché?
Diciamo che io possiedo una marcia in più rispetto agli altri: quella di essere un autore quasi più famoso di qualche cantante. A Napoli, di solito, io sono un autore conosciuto quasi quanto un cantante, o forse di più, perché ho sempre raccontato le storie del popolo, della povera gente, del vascio, dei quartieri.
Questo legame con la gente come si manifesta nella vita quotidiana?
Una volta camminavo a piedi alla Sanità, stavo andando da Gigi perché la prima moglie era della Sanità. Passai per il Vico dei Lampadari e c’era una famiglia che stava cenando. La signora mi disse: "Possiamo avere il piacere che veniate a mangiare da noi?" Io risposi: "Qualche volta…". Ma lei insistette: "No, mo’ dovete venire!". La mattina ascoltavano i nostri servizi e le nostre canzoni alla radio, e la sera guardavano la televisione. Mi offrirono la caponata, la fresella… non era chissà che, ma per loro quello era tutto. E non è stato un caso isolato. Mi capita ancora oggi, soprattutto con gli adolescenti, perché questa tradizione si tramanda. Ti dicono: "Papà si è sposato con le tue canzoni", oppure "Il nonno dice che tu sei un suo amico". Per me questo è motivo di orgoglio. Mi sento parte povera di tutti i quartieri di Napoli.
Ti definisci un autodidatta?
Sì, un autodidatta, sì. Però ho sempre avuto una certa velocità di apprendere. Per esempio, ho studiato… oggi fino ad arrivare a oggi, perché fino a qualche tempo fa, sulla piazza, avevamo dei forti musicisti. I ragazzi nuovi sono molto programmatori, ma ci sono anche grandi talenti.
Secondo te Sanremo è migliorato negli ultimi anni?
Sanremo, secondo me, si è svecchiato. È già importante così. Abbiamo avuto grandi pionieri, come Pippo Baudo, ma alla fine anche lui era diventato una persona anziana e prendeva le sue decisioni da solo. Io sono d’accordo che ogni tanto bisogna accontentare chi guarda il Festival, ma togliere un posto a un giovane per darlo a Orietta Berti… basta. Tiene ottant’anni Orietta Berti, e ancora si scannano per partecipare. Rita Pavone, Orietta Berti… non ha senso togliere un’opportunità a un giovane. Non è egoismo, è solo obiettività.
Tu oggi hai lavorato anche con giovanissimi come Geolier?
Sì, abbiamo lavorato con Geolier, ma anche con Loredana Bertè, con Gigi a Sanremo, con Mannoia, Emma, Alessandra Amoroso. Però, dove veniamo fuori davvero, è quando lavoriamo per noi. Quest’anno, il 2025, la cosa più eclatante è stata Rossetto e caffè, che ci ha portato tante soddisfazioni inaspettate.
Come ti sei interfacciato con un ragazzo così giovane come lui?
Lui si interfaccia con me perché ha il suo momento, quello dove fa il free style. Quello non lo puoi mettere dentro, è loro, capito? Devi fare un passo indietro e lasciare spazio: lì diventa tutto magico. È come voler fare un gol da centrocampo come Maradona: non puoi forzarlo, devi rispettare il momento. I loro momenti sono belli, e si interfacciano con i nostri in modo naturale. Per esempio, c’è una versione di un pezzo di Gigi D’Alessio dove hanno fatto un duetto spettacolare con un free style di Emanuele: ti fa venire un brivido dentro. Loro hanno forze che non puoi combattere né prendere per te; se provi a forzarle, diventa ridicolo. Ma se li lasci liberi, diventa magico.
Hai parlato di fare una scuola per autori. In un mondo in cui tutti possono fare musica, avrebbe senso?
Sì, assolutamente, ma prima bisogna selezionare i ragazzi. Scrivere una canzone oggi è facile, ma la continuità fa l’autore. Vengo da una scuola di autori, il mio maestro era Vittorio Annona, che mi diceva: “Tu sei un gallo che canta dentro tutti i gallinai”. L’autore si vede nella continuità, non in un singolo pezzo. Vorrei creare un pool di giovani talenti, rispettando le glorie del passato come Bruno Lanza, e concentrarmi sui ragazzi nuovi. Il problema non è la loro musica, ma come parlano e come comunicano. Se riesci a capire il loro linguaggio, allora hai successo.