Vannacci usa la voce di Pavarotti, la famiglia insorge: “Mai data alcuna autorizzazione”

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Roberto Vannacci e Luciano Pavarotti
La famiglia Pavarotti protesta contro Vannacci per l’uso della voce del tenore nel suo video: “Mai autorizzato, ci dissociamo”. Torna in auge lo scontro tra gli artisti e i politici che usano le loro canzoni decontestualizzandole.

La famiglia Pavarotti ha protestato per l'uso della voce del tenore da parte di Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, che ha utilizzato il celebre verso finale del "Nessun dorma" in un video. Con una nota, gli eredi del tenore italiano si sono discostati dal contenuto, precisando di "non aver mai concesso alcuna autorizzazione all'utilizzo della voce, del nome o dell'identità di Luciano Pavarotti". E specificano anche che si dissociano "fermamente da qualsiasi associazione della sua figura a messaggi, posizioni o iniziative di carattere politico". Non è la prima volta che artisti o eredi criticano l'uso di alcune canzoni da parte di politici.

Vannacci ha postato sui propri profili social un brutto video generato con l'AI in cui si vede la sua testa accerchiata da armi da fuoco. Armi che sono metafora delle tante accuse che gli sono state fatte in questi mesi e che elenca nella didascalia con cui lo accompagna. "Xenofobo, omofobo, sessista, misogino, fascista, negazionista, razzista, ignorante, falsificatore, populista, traditore, pagliaccio, buffone, troglodita, fenomeno da baraccone ed ora, cavallo di Troia di Mosca. Bene, vuol dire che siamo sulla giusta strada. Ci vediamo all'alba" ha scritto facendo riferimento anche alle ultime accuse che gli sono state rivolte. Il Financial Times lo ha definito proprio come il "cavallo di Troia" di Putin, come ha confermato anche l'ex militare e analista John Foreman a Fanpage.

Nell'intervista ha anche ricordato le simpatie fasciste del generale che non a caso chiude il video delle accuse con un "Me ne frego", celebre motto del ventennio. Proprio alla fine di questo video parte la voce di Pavarotti che canta "All'alba vincerò", uno dei momenti più emozionanti della Turandot di Puccini. La protesta da parte della famiglia del tenore riporta ad altre critiche che anche in anni recenti hanno visto i cantanti attaccare l'uso politico e strumentale dei propri testi. In questi ultimi anni, negli Stati Uniti, numerosi artisti hanno chiesto al Presidente Donald Trump di non utilizzare le proprie canzoni.

È noto il litigio con Taylor Swift e quello con Bruce Springsteen, ma tra i cantanti noti che hanno protestato ci sono Ariana Grande, che criticò l'Amministrazione per aver usato la sua canzone "Bye" come sottofondo di un'operazione dell'ICE, così come agenzia di polizia federale statunitense fu il motivo per cui Olivia Rodrigo chiese di eliminare la sua canzone "All-American Bitch" da un altro video. Bad Bunny, invece, fu costretto a togliere l'audio usato dall'account ufficiale di TikTok della Casa Bianca, così come i Rolling Stones chiesero al Presidente di non usare le loro canzoni durante i comizi elettorali. Ma gli esempi sono tanti e vanno dai REM e Neil Young a Sabrina Carpenter e finanche il nostro Umberto Tozzi, la cui "Gloria" è molto amata negli Usa.

Casi analoghi ci sono stati anche in Italia: La Rappresentante di Lista chiese a Matteo Salvini, leader della Lega, di non utilizzare la loro "Ciao Ciao" nei comizi. Sempre la Lega utilizzò "Ma il cielo è sempre più blu" di Rino Gaetano durante una manifestazione, scatenando le proteste della famiglia del cantautore calabrese, così come pochi mesi fa gli eredi di Lucio Dalla protestarono contro l'uso che Futuro Nazionale fece di "Futura" dicendo che il cantante si sarebbe rivoltato nella tomba. Al contrario c'è anche chi, come Sal Da Vinci, non ha avuto alcun problema a vedere la sua canzone "Per sempre sì" usata da Fratelli D'Italia in un loro comizio. La battaglia tra gli artisti e la politica è destinata a continuare, dal momento che non esiste un divieto "politico" per l'uso delle canzoni, basta mettersi in regola con il pagamento dei diritti, come spiegammo durante il caso Sal Da Vinci-Meloni.

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