Il modo più semplice -fin troppo semplice, forse- per iniziare una recensione ad Aldo Busi è paragonarlo a tutto il resto degli scrittori: ciò che lo rende veramente speciale è che a più di trent’anni da Seminario sulla Gioventù Busi non ha perso di vista l’unica, vera, assoluta, radicale, essenziale, fondamentale e imprescindibile necessità, o se si vuole l’unico vero motivo di interesse che la letteratura può mai offrire, e cioé il grido linguistico, l’esercizio costante della parola come forza e della ricerca stilistica come modo di sfondare barriere di pensiero e limiti concettuali; così la sua scrittura sembra un’attività ginnica, un allenamento costante per fare aria nella mente e, in questo caso, nei ricordi.

Si, perché Vacche Amiche (un'autobiografia non autorizzata) sembra essere un libro gioioso e malinconico sulla perdita dei legami affettivi. La struttura monologante e diaristica ci cattura in un gioco ergotante e strutturato in grado di conciliare riflessioni sulla cultura e sulla vita comune, da cui traspare la vocazione intellettuale – moralista e  illuminista, come sa chi conosce lo scrittore di Montichiari- di Busi, con la sua altrettanto consueta immaginazione caleidoscopica. Si potrebbe definire questo tipo di scrittura modernista? In modo alquanto pressappochista la potremmo definire sperimentale? definizioni di questo genere, soprattutto se date su due piedi risultano più che azzardate, poiché l’unicità di una prosa simile ha solo vaghe eco di modernismo, così come è inesatto dirla sperimentale, data la sua solidità.

In ogni caso tali riflessioni andrebbero fatte soprattutto alla luce del contenuto del romanzo che è – in breve- l’elenco di una serie di occasioni mancate. Le vacche amiche del titolo sembrano essere le tre vecchie amiche di cui parla il libro, tre donne di cui l’autobiografo afferma di essersi intellettualmente invaghito, tre donne in cui l’autobiografo sembra avere intravisto una promessa del bene che ora gli manca, ovvero l’amicizia.

L’impianto narrativo di queste tre storie di amicizia mancata, sovrapponendosi al diario di viaggio, alla riflessione priva di schermi sulla propria interiorità e sui propri bisogni, ci offre pagine di romanzesco puro che entra in un lampo al cuore drammaturgico di una relazione fra due persone e poi la svuota per estrarne il distillato esistenziale; fondendo così l’esperienza del romanzo, o se si vuole della lingua come nucleo percettivo dell' esperienza stessa, con la capacità di far luce sulla coscienza, sul senso dei rapporti sia con queste amiche, sia con la famiglia, sia con la comunità che, faticosamente, lo scrittore è riuscito a fargli essere “non ostile” come ha detto in una recente intervista su Repubblica.

Ma il punto è che tutte queste considerazioni, anche se vere, non valgono niente, non hanno nessun senso, se non si tiene d’occhio con precisione e coerenza il “progetto-Busi”, un progetto che attraversa i sette romanzi e gli altri libri, progetto in cui letteratura e vita si invertono un po’ come i lati di una di quelle coperte double-face che non si producono più. Si vuol dire che l’eccellenza della prosa ha senso essenzialmente perché è una prosa vissuta, o ancor meglio è la testimonianza di un modo di concepire la vita che è totalmente votata all’obiettivo di questa attività, l’attività letteraria, ed è da questa posizione privilegiata di praticante che lo scrittore, il progetto-Busi, può osservare tutta la società.

Se non si capisce insomma che la solitudine, l’alienazione, così come in qualche modo l’atteggiamento di distanza, la tenue così repulsiva per taluni, nello schema intero del progetto-Busi in realtà non vogliono essere nient’altro che un dono dell’autore, un dono dello scrittore a chi li riceve, se non si capisce che non sono altro che un atto di generosità che l’autore compie uniformando la sua vita alla letteratura come forma di pensiero, sarà difficile apprezzare a fondo questo libro.

In altre parole la solitudine di Aldo Busi, così meticolosamente cercata, vuol essere –ci sembra- l’unica condizione, o quanto meno la condizione ideale per poter scrivere, per poter fare della letteratura al contempo storiografia e trasfigurazione della vita e della società. L’autore ha dichiarato: “sono più grato a coloro che mi hanno rifiutato che a coloro che mi hanno preso”, etero-flettendo, così, il gesto culturale che Busi fa ogni volta che offende il Papa, ogni volta che provoca le persone alienandosi dalla comunità,  comunità che, però, in questa provocazione, nel brusco rifiuto delle sue idee, può leggere esattamente una via di fuga da se stessa, un po’ come il giovane Busi quando racconta di essere stato mortificato dalla violenza del padre.

Entrando nella logica antifrastica del dono, che consiste nel cogliere il ruolo che lo scrittore sente di doversi ritagliare nella comunità, si può collocare anche in un orizzonte più ampio la gioia che, pur essendo un romanzo sulla solitudine, Vacche amiche vuole comunicare, una gioia ricercata nonostante tutto e, soprattutto, una gioia ancora una volta donata ai lettori o, si potrebbe dire, loro scolasticamente spiegata, mostrata come possibile nonostante la lucida denuncia del cinismo, dell’impossibilità di avere relazioni durature e- ben oltre quest’ultimo libro- nonostante la maschera sociale che l’autore ha scelto come alveo per la sua attività.