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Umanesimo e cultura digitale in Italia: due facce della medesima povertà

Eric Schmidt di Google e il Ministro della Cultura Dario Franceschini si confrontano a Roma su digitale e storici del Medioevo. Diario esatto di un Paese tutto pieno di sole parole.
A cura di Massimo Mantellini
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In un confronto pubblico tenutosi alla Facoltà di Architettura dell’Università di Roma il Ministro della Cultura Dario Franceschini ha così replicato a Eric Schmidt di Google che lamentava la scarsa cultura digitale dell’Italia:

Ogni Paese ha la sua peculiarità, noi magari abbiamo giovani più competenti in storia medievale",

Ora, prima di commentare la frase del Ministro (il quale Ministro non per niente negli anni si è guadagnato fra i suoi estimatori il simpatico soprannome di vicedisastro) forse serve una premessa che riguarda il contesto e la vecchia questione del nostro indomabile provincialismo.

Il capo di Google scende in Italia a spiegarci come funziona il mondo: noi lo accogliamo con un misto di venerazione (la grande azienda nata dal nulla e ora gigantesca e planetaria) e alterigia (lei non sa chi siamo noi, dott. Schmidt, guardi per favore i Fori Imperiali laggiù sullo fondo). Queste premesse sono già da sole espressione di un disagio a metà fra le aspirazioni della nobiltà decaduta con le pezze al culo e l’idolatria per le nuove tecnologie che oggi dominano il mondo.

Così Franceschini, da un certo punto di vista, ha ragione. In una frase che avrebbe potuto risparmiarsi afferma una piccola verità: i nostri storici del medioevo sono spesso i migliori del mondo (mia moglie che è incidentalmente uno storico del medioevo dice che probabilmente i migliori sono i francesi ma che gli italiani e i tedeschi seguono a ruota). Quello che Franceschini non dice è che gli storici del medioevo italiani e in generale gli umanisti sono trattati in Italia molto peggio che altrove (certamente molto peggio di come siano trattati i loro meno talentuosi omologhi anglosassoni, compresi quelli a casa di Eric Schmidt in USA).

Quindi va da sé che i giovani italiani competenti in storia medievale lo siano nonostante Franceschini e nonostante un Paese che da decenni li snobba e li costringe ad andarsene altrove. Questo dato sarebbe forse sufficiente perché il Ministro della Cultura, assalito da improvviso pudore, evitasse di lanciarsi in una simile paragone.
Ma il punto centrale non è nemmeno questo: non si tratta di fare braccio di ferro fra storici ed informatici, in una battaglia inutile fra intelligenze differenti che nessuna persona sana di mente vorrebbe mai mettere in conflitto. Il punto è che la cultura informatica è necessaria ed è da anni il motore di vaste innovazioni in tutto il mondo e questo Paese ne è quasi completamente privo. Talvolta orgogliosamente privo. E se Franceschini non fosse Franceschini capirebbe che non esiste alcuna rendita di posizione da vantare da quelle parti esattamente come di fronte all’ultrabroadband forse non è il caso di lanciarsi nell’apologia del telegrafo. Così i giovani storici del Medioevo italiani bravi e preparati lo sono dentro e nonostante un Paese devastato nel quale nessun presidio culturale è oramai rimasto in piedi. Vale per il Medioevo ma anche per le facoltà scientifiche. Lo sanno tutti, è sotto gli occhi di tutti.

In altre parole non abbiamo granché di cui essere orgogliosi; non abbiamo molto da opporre al racconto didascalico a stelle e strisce dell'Amministratore Delegato di Google con le sue ovvie indicazioni su come cavalcare il mondo che cambia, indicazioni buone per l’Italia come per la Cambogia. Fossimo svegli e innovativi potremmo anche immaginare di risalire la corrente con scelte di campo che comprendano al loro interno la nostra antica cultura umanistica, magari trovando la maniera di inserirla dentro l’ecosistema dell’innovazione digitale. Ma se la Francia finanzia da anni Gallica noi al massimo ci dedichiamo a qualche piacevole chiacchierata del nostro Ministro della Cultura con i padroni del mondo. Così da poter spiegare ai padroni del mondo, senza imbarazzi, la nostra evidente centralità.

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Massimo Mantellini da oltre un decennio scrive di internet e di tecnologia sul web e sulla carta stampata, trattando in particolare i temi del diritto all'accesso, della tutela della privacy e della politica delle reti. Editorialista di Punto Informatico fin dalla sua nascita, nel 1996, collabora con L'Espresso. Dal 2001 cura un blog personale, Manteblog
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