Lo abbiamo notato fin dal principio delle inchieste e delle indagini sui fondi alla Lega provenienti dalla Russia, fin da quando abbiamo iniziato a sentire il nome di Savoini: in questo campo c'è qualcosa di strano nella condotta dell'ex ministro Matteo Salvini (e dei leghisti in genere). Pensiamo al vigore aggressivo con cui parla dell'Unione Europea e di ciò che in essa non va, delle fantasmatiche influenze di Germania e Francia, a come si accalora in modo fazioso per la legittima difesa, al modo in cui ha sempre parlato (e straparlato, è indagato per diffamazione) delle ONG e dei migranti. Pensiamo all'atteggiamento da paladino degli italiani, che vuole sia il suo tratto distintivo, pensiamo alla valanga di tweet, comizi, interviste. Forse la sua non sarà una retorica macerata nello studio, ma anche se fosse tutta istinto è molto efficace, e tutte le altre parti politiche si sono trovate a inseguirlo. Senza dubbio questa strategia è la carta che può farlo vincere.

Quando si parla di Savoini, però, Matteo Salvini si è sempre arroccato su una posizione insolita rispetto a quella che ha avuto davanti alle decine di altre accuse che gli sono state mosse in questi anni: ha solo negato. Davanti alla denuncia di Carola, davanti alle indagini per sequestro di persona si è scagliato in invettive. Qui ha solo negato. Ha negato tutto, tutto il negabile, anzi anche l'innegabile, anche l'evidente. Non lo conosco, non so che cosa ci facesse lì con me, io non l'ho invitato. Non è un modo strano di comportarsi davanti a un'accusa, anzi è legittimo e piuttosto comune, addirittura un adagio: non so, non c'ero e se c'ero dormivo. Ma questo è l'unico caso in cui Salvini e i suoi non partono all'offensiva, ma compattamente si stringono in una strategia difensiva totale di silenzio e negazione, completamente priva di argomenti.

«C'è qualche altro punto su cui vorrebbe portare la mia attenzione?»
«Sul fatto curioso del cane durante la notte.»
«Il cane non ha fatto niente durante la notte.»
«Questo è il fatto curioso.»
Sherlock Holmes in Barbaglio d'argento fa notare all'ispettore Gregory che anche il silenzio del cane da guardia è un indizio per risolvere il caso (se non gli ha abbaiato doveva conoscere bene il ladro che ha agito nottetempo, e questo restringe la rosa dei sospettati). Ebbene, non sono solo le parole dure, accese e affilate, quelle retoriche che espongono e fanno sprizzare scintille a fornire indizi per orientare indagini e pensieri. Sono anche i silenzi anomali. Sulla questione dei fondi russi alla Lega gli indagati non si comportano come, conoscendoli, hanno sempre fatto in casi non molto diversi. Con l'equanimità di Sherlock Holmes, che non salta a conclusioni affrettate, possiamo notare che è un fatto davvero curioso.