Un vecchio maglione rosso, simbolo di un'età perduta, fa da apripista alla storia del professor Luca Salomè, ed ideologo sessantottino, protagonista di Rosso antico di Simone Nebbia (Giulio Perrone Editore), che in esergo presenta due citazioni, rispettivamente di Paolo Volponi e Pier Paolo Pasolini. Di quest'ultimo, in particolare, assume da Le ceneri di Gramsci i versi per dire ciò che per un romanzo sarebbe indicibile: "Ma io, con il cuore cosciente/di chi soltanto nella storia ha vita/potrò mai più con pura passione operare/se so che la nostra storia è finita?".

Il contesto drammaturgico entro cui si muove Simone Nebbia, scrittore e critico teatrale, animatore del quotidiano di informazione teatrale online www.teatroecritica.net è presto detto: è un sabato mattina dell'inverno più freddo degli ultimi cinquant'anni quando il professor Luca Salomè si sveglia a casa da solo. Sua moglie è partita per andare a trovare i nipoti in montagna e anche lui sta per iniziare un viaggio. Per l'appunto gli basta indossare il maglione rosso della sua gioventù per ridestare tutto di quegli anni: vecchie amicizie, antiche passioni e la fiamma politica che resiste malgrado la stanchezza. Il tentativo di risalire il flusso del tempo lo porta fuori città, proprio mentre il centro viene occupato da giovani manifestanti universitari, alla ricerca di interlocutori e di risposte. Le due generazioni finiscono per incontrarsi, per davvero e per metafora, sui binari della stazione centrale.

Interessante punto di partenza, a cominciare da quei versi pasoliniani su un'idea di una storia ormai finita, che arriva nelle settimane dell'equivoco attraversato nelle ultime settimane sui media, in cui si è celebrato il centenario del PCI, difatti il compleanno di un partito che non esiste più, di una cosa importante ma sepolta, testimonianza vivida (le celebrazioni, non la storia di quel partito) dei feticci di cui l'Italia si fa gloria per continuare a essere il solito "paese mancato" di crainziana memoria.

In Rosso antico, invece, l'incidente, se così si può dire, arriva col Sessantotto che è stato, secondo il grande racconto novecentesco, un assoluto, una ricorrenza assimilata alla società contemporanea senza un impianto critico efficace, celebrata con immutata distanza codificata anno dopo anno, meglio ancora, decennio dopo decennio. Il libro di Simone Nebbia è il tentativo di interrompere il festeggiamento sistematizzato, per rintracciarne i valori, le responsabilità, gli errori e le possibilità di oggi: così Luca Salomè, ideologo dell’epoca e ormai assunto alla funzione di vecchio saggio in ambito politico e culturale, nel giorno in cui decide di assolvere l’incarico cui è chiamato di scrivere il libro per i 50 anni del Sessantotto, conscio di aver attraversato per intero questo mezzo secolo, si blocca ed entra in crisi, portando con lui la fiducia in una generazione invecchiata nell’eccessiva convinzione di aver incarnato una rottura definitiva con un passato cristallizzato.

Lo smarrimento dei punti cardinali per un intellettuale del suo rango è uno specchio allegorico dell’attuale società italiana che sta disperdendo in una degenerazione politica e culturale quanto di buono conquistato nel recente passato, come la ciclicità della storia avesse riconosciuto in tradizione ciò che, un tempo, fu chiamata avanguardia.