Le classifiche dei libri più venduti, così come le analisi del voto elettorale, sono sempre un'arma a doppio taglio. Non solo per la loro variabilità. Tuttavia non può non saltare all'occhio il fatto che, almeno a giudicare dai dati sulle vendite dei libri, i lettori italiani sembrano aver scelto. "In mare non esistono taxi" di Roberto Saviano è primo nella classifica della saggistica in Italia. Niente a che vedere con il rumore generato attorno all'ormai famigerato libro-intervista del ministro dell'interno pubblicato da una casa editrice il cui responsabile si è dichiarato apertamente fascista, che alla prova dei lettori non si è rivelato propriamente un best-seller.

Con Roberto Saviano abbiamo conversato, restringendo il campo ai temi di "In mare non esistono taxi", volume edito da Contrasto, la casa editrice per eccellenza della fotografia nel nostro Paese. Al suo interno ci sono gli scatti di Martina Bacigalupo, Olmo Calvo, Lorenzo Meloni, Paolo Pellegrin, Giulio Piscitelli, Alessandro Penso, Moises Saman, Massimo Sestini, Carlos Spottorno, che documentano cosa accade in mare quando delle persone si mettono in marcia per salvarsi la pelle. Attorno a essi, a cucire in un discorso quel mosaico di una realtà complessa come quella del fenomeno migratorio, le parole dell'autore partenopeo. Parole necessarie che, nei giorni in cui le prime pagine dei giornali si aprono con l'affermazione della Lega alla recenti Elezioni europee, oggi sembrano diventare ancor più urgenti.

Di recente ho intervistato lo scrittore spagnolo Manuel Vilas che, a proposito dell'uso delle fotografie nel suo splendido romanzo, In tutto c’è stato bellezza, ha detto: “M’interessa molto la fotografia, perché permette di vedere il passato e permette di credere che sia esistito. Roland Barthes diceva che il tema della fotografia è la morte.”. In un certo senso, possiamo dire che, all'inverso, in In mare non esistono taxi le fotografie hanno come tema la vita?

Sì, è così. Sono foto di vita, foto che raccontano come la fame di vita e il desiderio di difendere la vita porti le persone a solcare il mare e a rischiarla, a metterla totalmente in gioco, e come ci siano altre persone che vogliono salvare quella vita perché, salvando quella vita, stanno proteggendo anche la propria e tutto questo era possibile farlo con la testimonianza. Mai come in questo nostro tempo la fotografia è stata così dominante, il pianeta non è mai stato così sommerso da foto. Dalla comparsa del primo dagherrotipo a oggi non era mai successo che la foto fosse in assoluto così dominante.

Tuttavia, proprio per questo, sembriamo incapaci di farci attraversare dalla forza di un'immagine. Non si tratta solo di assuefazione, ma di "incredulità" verso ciò che le immagini mostrano…

Una fotografia va letta, non semplicemente vista e osservata. La "sintassi dei social", in realtà, ci porta a consumare una enorme quantità di immagini da non consentirci più né di leggerle, né di avere fiducia in esse. A fine giornata, probabilmente, nessuno di noi si ricorda cosa ha visto sui social. Ecco la ragione d'esistere di questo libro, per quanto mi riguarda: perché ferma le immagini, le fa leggere. Sono foto che più osservi e più al loro interno ne intuisci dei significati nuovi. Tutto questo per dire che la fotografia che scelgo è una foto testimoniale: portare gli occhi di chi non poteva stare sulle navi delle Ong in mezzo al Mediterraneo, portare gli occhi a casa propria, una casa – il nostro Mediterraneo – che non riusciamo più a osservare.

A chi è rivolto "In mare non esistono taxi"?

A chi non ce la fa più a sentire questo fuoco d’artiglieria di balle e di propaganda e vuole avere elementi, prove, testimonianze, ragionamenti in grado di difendere il proprio ragionamento, di non sentirsi più orfano, solo, quasi con le spalle al muro di fronte all’aggressione della propaganda. In questi anni più volte mi sono sentito solo, ci sentiamo soli e quasi come messi in dubbio, non in ciò che conosciamo, osserviamo e studiamo ma il dubbio è semplice: “Ma è davvero questo il nostro paese? Ma davvero questo schifo è l’essere umano? Ma davvero si bevono le idiozie di questi piccoli, modesti capi politici disposti a cambiare idea ogni ora pur di raggiungere il potere?" Ecco per rafforzarci dobbiamo andare a fondo nelle cose, condividerle, unirci, confrontarci, persuaderci l’uno con l’altro ancora sulla nostra giusta posizione, metterci in dubbio e rafforzarci nelle nostre convinzioni attraverso il ragionamento.

Credi che le “prove” portate ai lettori riescano a parlare anche a chi su questo tema si trova su posizioni diverse?

Quando credi all’ideologia sovranista, la verità diventa non dimostrabile. Qualunque prova, foto, ragionamento, non ci credi, perché la verità è semplicemente un assioma ideologico. La stessa cosa vale per élite e popolo: non c’entra niente la classe sociale, il comportamento, la provenienza familiare, il ruolo. Sei élite se sei contro questo potere. Puoi anche essere, miliardario, evasore, imbroglione, ma sei popolo se condividi i governi sovranisti. Oggi non conta più convincere, ma attirare l’attenzione, basarti sulle sensazioni e sul percepito, sull’emozione del momento, manipolare il percepito avviene quanto più infantilismi e banalizzi il dibattito politico, abbassandolo e riducendolo a pura percezione.

La cosa che mi ha sempre impressionato di chi lavora sulle imbarcazioni delle Ong è la sproporzione di prospettiva tra chi ogni giorno si trova ad affrontare problemi di portata gigantesca e l'ottica – quantomeno ristretta – dei politici. Voglio dire: conoscere da vicino un operatore di Medici Senza Frontiere, significa incontrare qualcuno per cui i personaggi politici di cui noi discutiamo ogni giorno nemmeno esistono.

Chi opera con le Ong ha un principio: "Indipendentemente da conseguenze e giudizi, se non opero in questo modo non mi sento degno di respirare". Il concetto di eroe è un concetto scivoloso, perché se esiste l’eroe tu puoi fare a meno di prendere posizione, di impegnarti tanto c’è lui che purifica la tua imperfezione. No, non sono eroi, ma persone con contraddizioni, vizi, dolori, imperfezioni molteplici ma che agiscono scegliendo da che parte stare. Le Ong sono state vittime di una campagna di fango incredibile di cui parleranno le generazioni a venire. Nel libro porto le prove di queste campagne, di queste balle.

In tutto questo, l'arte e gli artisti che ruolo occupano nel nostro Paese?

Il simbolo dell’arte oggi in Italia è la cacciata di Banksy da Venezia, la nave che entra e l’arte che esce. A Napoli – la mia città – è lo stesso: un turismo da razzia, da cavallette che porta il sostentamento economico ma non ricchezza e sviluppo. È un turismo da saccheggio, cioè l’ultima cosa che abbiamo da venderci sono le mura e le bellezze. Venezia non è più una città crea e produce, si vende e si fitta. L’arte sempre più è un’attività di riciclaggio o evasione fiscale: compri i quadri, li nascondi, li ricicli, nascondi i soldi e gli artisti sono sempre più codardi, perfettamente in sintonia con il turismo Italia.

Una fotografia può cambiare il mondo?

Sai, io non credo che esista qualcosa che da solo possa cambiare il mondo, però noi possiamo misurare quanto alcune foto hanno cambiato la percezione di un problema. Magari ci sono foto identiche che girano da mesi e poi una sola riesce a entrare nel cuore e nella carne delle persone. Succede sempre così, spesso per ragioni casuali. Il giornalista sudafricano Kevin Carter che fotografò la bambina africana malnutrita con un avvoltoio alle spalle si suicidò dopo il Pulitzer. Dopo aver fatto la foto venne accusato di aver speculato su quella bambina. Incredibile ma è sempre così: quando non riesci ad affrontare dei problemi perché quei problemi pretendono un tuo impegno totale, allora ignori il problema e attacchi chi lo affronta. Carter fu accusato di aver costruito una carriera su quella fotografia. Eppure, se avesse solo salvato la bambina senza fotografare, avrebbe oscurato quella tragedia. Quella foto cambiò la nostra percezione della fame nel mondo.

Il libro è dedicato ad Alessandro Leogrande. A due anni dalla scomparsa, quale credi sia il suo lascito più importante?

Alessandro Leogrande ci ha lasciato il suo più grande dono con le sue opere, che può essere sintetizzato dalla sua massima : “Le future generazioni ci chiederanno come è stato possibile restare in silenzio, ecco noi non lo siamo stati”.

Un ringraziamento a Titti Pentangelo per la collaborazione nella stesura di questa intervista.