Riccardo Bertoncelli: “Vasco? Rock per chi non conosce il rock. A Guccini non diedi liberatorie per L’Avvelenata”

"Sono nato lo stesso giorno in cui nacque il rock & roll, non so se mi spiego; pensavo di avere scelto io, ma mi pare di capire che gli astri avessero deciso prima di me". Così Riccardo Bertoncelli apre il nuovo libro, "Abitavo a Penny Lane" (Feltrinelli), collegando la propria storia personale a quella musica che avrebbe raccontato e analizzato per il resto della vita. Il riferimento è al 21 marzo 1952, data che uno speciale di Life indicò simbolicamente come la genesi del rock: un ballo pubblico alla Cleveland Arena. Critico musicale e autore di alcune delle prime enciclopedie italiane dedicate al genere, Bertoncelli in questa intervista a Fanpage ripercorre la formazione di una generazione cresciuta negli anni Sessanta e Settanta tra dischi difficili da trovare e poca informazione: "Andare a cercare, faticare, desiderare erano esercizi fantastici", ricorda. "Più è difficile trovare qualcosa e più il tuo amore ne esce rafforzato", sottolinea.
Nel racconto riemergono gli artisti che hanno segnato quella stagione, come "i due capoclasse" Beatles e Bob Dylan. Oppure i concerti segnati da problemi tecnici e organizzativi, dal live dei Led Zeppelin nel '71 al Velodromo Vigorelli, inserito nel contesto del Cantagiro, a quello di Lou Reed del '75 al Palalido di Milano in mezzo a una sassaiola. Tra i ricordi non mancano le polemiche che hanno segnato la sua carriera, come la citazione ne L’Avvelenata di Guccini, il capostipite di tutti i “dissing”, o il diverbio con Finardi. Oppure i giudizi senza filtri su artisti contemporanei: "Vasco è il rock che piace a quelli che non conoscono il rock". Sui Måneskin, invece, preferisce non aprire una contestazione: "Sono dei bravi ragazzi che hanno dato la loro versione del rock". Mentre su Lucio Corsi è ancora più indulgente: "Un tenerone divertente, non vedo come lo si possa criticare".
Nel libro Abitavo a Penny Lane racconti quanto fosse difficile, negli anni Sessanta, trovare dischi rock in Italia: negozi rarissimi, importazioni lente, programmi radio ascoltati quasi di nascosto. Quanto ha influito quella "caccia al disco" nel creare una generazione di ascoltatori appassionati e competenti?
La chiave è questa. Andare a cercare, faticare, desiderare erano esercizi fantastici. Come il bello di un viaggio non è la meta ma il percorso che fai per arrivarci. Ricordo quando scrissi la prima Enciclopedia rock nel 1985: fu tremendo per il tempo e la fatica necessari a trovare tutti i riferimenti, mentre oggi la puoi realizzare cliccando qualche bottone online. Allora era un mondo che non aveva le mappe precise di quello che c’era in giro, ma proprio per questo aveva il suo fascino. Più è difficile trovare qualcosa e più il tuo amore ne esce rafforzato.
Una bella differenza rispetto a oggi.
In quest’epoca c’è una grande diffusione di qualsiasi cosa, ma proprio per questo mi sembrano amori più superficiali. Mi auguro di aver raccontato qualcosa in cui in molti, della mia generazione, possano riconoscersi. Ero interessato a fotografare un’epoca e a chiamare a testimoniare chi, come me, era appassionato di rock in quel periodo.
L’arrivo dei Beatles non viene descritto solo come un fenomeno musicale ma come una vera rivelazione culturale per chi era adolescente in quegli anni. Che cosa avevano di così radicale rispetto a tutto ciò che era venuto prima?
I Beatles e Dylan, che possiamo definire due capoclasse, sono quelli che hanno insegnato a tutti gli altri a rendere seria e nobile la canzone, oltre a farla diventare la musica del ’900. Prima le canzoni, anche definite “canzonette”, erano considerate musica bassa oppure musica di consumo. Loro hanno cambiato tutto. Dylan per i testi e i Beatles per la musica. Nello stesso modo hanno spinto su questa strada tutta una generazione successiva di artisti.
Racconti anche il lato più enigmatico di Bob Dylan, che spesso inventava storie sulla propria vita contribuendo a costruire la propria leggenda. Quanto conta, nel rock, il mito rispetto alla musica?
Lo ha fatto d’istinto, non ho mai creduto che, almeno inizialmente, avesse una strategia alle spalle. Forse voleva semplicemente nascondere le radici della sua famiglia piccolo-borghese ebraica, proveniente da un paesotto del nord-est dell’America come Duluth. E quindi ha provato a romanzare la sua biografia. È interessante il film I'm Not There di Todd Haynes, dove vengono immaginati cinque o sei diversi Dylan. Ed erano tutte più o meno proiezioni tra la realtà e la fantasia, che poi era quello che Bob Dylan voleva raggiungere. Voleva essere Woody Guthrie e nello stesso tempo un rocker, per cui raccontava di essere scappato di casa a sedici anni, ma non era vero. La costruzione del mito è importante, anche se a noi di questi aspetti interessava relativamente poco. Molto di più ci interessavano i testi. Il problema è che delle buone traduzioni non c’erano, a parte qualche poesia sul retro dei suoi dischi. Tra l’altro poesie difficili, enigmatiche, che traducevamo un po’ a spanne.
Dalle pagine del libro emerge quanto fosse povera, all’epoca, l’informazione sulla musica rock.
Era poverissima. La mia generazione è stata la prima a dare valore a una musica che veniva svilita. I giornalisti non erano assolutamente preparati. Chi aveva dieci o quindici anni più di noi non ne capiva veramente niente. Infatti circolava un detto: "Non credete a chi ha più di trent’anni". Oggi quel gap è impensabile, allora c’era ed era anche dannoso per la musica.
A proposito di Dylan, una domanda secca: meritava il Nobel per la letteratura?
Se mi avessi fatto la stessa domanda anni fa ti avrei detto di no, poi ci ho ripensato. Come per Dario Fo, che è stato premiato per la capacità di usare un medium come il teatro utilizzato da efficace predica sociale, nello stesso modo hanno premiato Dylan. Il paradosso è che gli è stato conferito nel 2016 per quello che aveva fondamentalmente fatto sino al 1970.
Nel libro ricordi i primi concerti rock come eventi mitologici ma spesso tecnicamente disastrosi: amplificazioni scadenti, organizzazioni improvvisate, pubblico impreparato. Quali sono stati i concerti peggiori di grandi artisti a cui hai assistito?
Ho raccontato del concerto di Lou Reed del '75 al Palalido di Milano, quando ha rischiato di essere centrato da un sampietrino lanciato dal secondo anello. Oppure un festival del '74 in Francia a Orcines, vicino a Clermont-Ferrand, dove imperavano disorganizzazione e squallore. E mi ha fatto capire tante brutte cose sugli anni '70 che in molti, complice il tempo che passa, vedono in sfolgorante technicolor. Non esisteva una tecnologia per far arrivare la musica nella maniera giusta. I primi concerti a Milano venivano organizzati nel palazzetto dello sport e l’acustica era pessima. È lì che ho maturato l’idea che preferivo ascoltare i dischi con un buon impianto hi-fi a casa. Anche se, a volte, l’aspetto scenico è impagabile.
Per esempio?
Ricordo un concerto su tutti, anche se non è citato nel libro: i Talking Heads nel 1981. È stato per me il più bello, carico di energia e di idee che abbia mai visto nella mia vita. E lì contava esserci, davvero, con la musica che ti arrivava addosso. A proposito di momenti complicati nei live ho ricordato nel libro il concerto dei Led Zeppelin al Velodromo Vigorelli di Milano nel '71. Io c’ero quella sera e fu una tristezza incredibile. L’organizzazione aveva un peccato originale: il più grande gruppo rock del mondo era stato invitato in coda al Cantagiro, in buona sostanza mettendo insieme due mondi inconciliabili. Infatti fu un disastro.
Oggi siamo arrivati al gigantismo dei concerti: show sempre più grandi, sold out continui e biglietti acquistati anche con un anno di anticipo.
È un malcostume ormai inevitabile. Ma c’è un altro aspetto che mi pare non sottolinei mai nessuno: all’epoca si andava ai concerti anche o soprattutto per curiosità. Non conoscevi tanto l’artista e quindi lo andavi a vedere dal vivo per farti un’idea. In questo modo, spesso, poteva capitare che qualcuno se ne andasse prima, oppure che fischiasse e protestasse. Ho visto gente andarsene prima della fine di un concerto dei Soft Machine perché non era pronta a una musica così particolare. Oggi invece a un concerto vanno soprattutto i fedelissimi, una sorta di chierici dell’artista di turno, e lo venerano in un rito di accettazione. Per quanto riguarda i biglietti comprati in anticipo, io sono uno di quelli che si infastidisce se il cassiere al cinema gli chiede: "Che posto vuole?". Ho anche smesso di andare allo stadio da quando i posti sono assegnati. Preferivo arrivare molto prima, scegliere il mio posto e nell’attesa leggermi la Gazzetta dello Sport. No, mi spiace, non mi sento un pollo da allevamento.
È tutto troppo organizzato e si è persa una certa spensieratezza?
È tutto irregimentato, dalle promozioni discografiche fino alle radio che trasmettono solo il pezzo del disco che è in lancio. Una volta il disc jockey sceglieva quello che voleva e faceva sentire anche tutto un disco. Oggi no, e contribuisce a togliere il fascino della scoperta. Probabilmente perché le nuove generazioni sono un po’ anestetizzate. Non voglio essere troppo critico, ma le vedo meno esigenti rispetto al passato. I nostri eroi sbagliavano, però noi li bastonavamo. Oggi invece vedo intorno a me una accettazione acritica rispetto a qualsiasi cosa riguardi gli eroi di quest’epoca.
Nel libro emerge anche il dialogo continuo tra rock e jazz, con figure come Miles Davis e John Coltrane che hanno influenzato indirettamente anche il rock più sperimentale. Quanto erano permeabili quei mondi musicali?
C’è meno creatività oggi perché quella di allora era un’Amazzonia piuttosto vergine e non ancora disboscata. Oggi godiamo di un frutto che viene da quegli anni: l’abbattimento delle frontiere culturali e musicali e la capacità di mescolare. È stato un grandissimo lascito. Io, per esempio, sono nato come appassionato di blues e il rock è arrivato di conseguenza, mentre il jazz l’ho incontrato negli anni strada facendo. Prima non era così: il mondo musicale era verticale e gerarchico, mentre oggi è un mondo totalmente orizzontale.
Si può dire che negli anni Settanta Francesco Guccini, nella canzone L’Avvelenata, ti ha dedicato quello che oggi chiameremmo “dissing”, dopo una tua recensione molto critica su Gong del suo disco "Stanze di vita quotidiana"?
Sì, oggi si parlerebbe di dissing. Ti dirò di più: non ho mai firmato nessuna liberatoria per quella canzone. Era un mondo dove valeva la parola data. E sia io sia Francesco siamo due gentiluomini d’altri tempi. Quando me la fece sentire disse, dopo avermi conosciuto, che voleva togliere il mio nome, ma gli risposi che era una cronaca del tempo e quindi non c’era nessun problema. Mi aveva detto anche che non l’avrebbe mai pubblicata in un disco, che era un pezzo da inserire solo nei concerti, e quando poi è uscita in un album nessuno mi ha avvisato. Prova a immaginare oggi cosa succederebbe: mi farebbero firmare una liberatoria in venti lingue per il timore che, una volta uscita, potrei fargli causa. E c’è un altro aspetto che rende l’idea di come sono cambiati i tempi: quando ho contattato Guccini, perché mi era giunta voce la canzone girava, ho trovato il suo numero sull’elenco telefonico di Bologna.
Un altro episodio molto discusso è stato quello con Eugenio Finardi, che poco tempo fa ti attaccò pubblicamente durante un evento dedicato a Demetrio Stratos accusandoti di averlo trattato male nei tuoi articoli.
Sono contento che tu mi chieda di quell’episodio, perché tanti conoscono il primo atto, quello che hai citato, ma c’è stato anche un secondo atto. Qualche mese fa Finardi mi ha chiamato per chiedermi scusa, e io ho accettato molto volentieri le sue scuse. Sono molto felice che sia finita così. Quel giorno mi aveva descritto come un nemico di Demetrio Stratos negli anni Settanta, ma non è vero. Ci sono stati dei contrasti, non c’è dubbio, ma devono essere contestualizzati, come ho fatto negli anni in tanti articoli dichiarando anche il mio amore per la sua musica e parlando di contrasti dovuti anche ai nostri caratteri, un capitolo del libro infatti è dedicato proprio a quello. Lo stesso Eugenio mi ha confessato che il suo malumore è esploso senza motivo. Purtroppo, in seguito a quel diverbio, in molti hanno spettegolato e c’è anche chi si è preso una querela da parte mia e una condanna per diffamazione. A me aveva stupito, ricordavo delle belle interviste con Finardi piene di gentilezze e quell’Eugenio non lo riconoscevo. L’ho riconosciuto dopo che mi ha chiesto scusa e ci siamo spiegati su tante cose.
Su Wikipedia, alla voce "Riccardo Bertoncelli", c’è una voce controversa che recita: "È sulle pagine di questa rivista (Musica 80, ndr) che nacquero le polemiche con Claudio Sorge per le stroncature dei Joy Division in un articolo dal titolo La Gioia Divisa e dei The Cramps in Crampi a New York". Cosa accadde davvero?
Io di certo non ho mai stroncato quelle band. All’epoca dirigevo Musica 80 e, se ricordo bene, fu Claudio Sorge a scrivere quelle recensioni, tutt’altro che stroncature. Con Claudio ho sempre avuto ottimi rapporti. Forse lui in quel periodo voleva più spazio e io non gliel’ho concesso. Forse può essersela presa per i titoli, che erano dissacratori. Ma queste sono le distorsioni di Wikipedia, perché è un luogo in cui spesso finiscono citazioni a caso, si attinge a fonti pessime e vengono riportati riferimenti generici. Il problema è che poi si generano delle bufale che girano e creano altre bufale. La verità è che Sorge aveva voglia di farsi un giornale suo: infatti poi passò a Rockerilla e fondò Rumore. Si era accorto che lo spazio a Musica 80 non era più di tanto e quindi cambiò strada. Ha avuto ragione, fra l’altro. Musica 80 è finita poco dopo, le sue riviste sono durate a lungo.
Invece questa è una tua definizione: "Per me Vasco Rossi è il rock che piace a quelli che non conoscono il rock". La rivendichi?
È vero, questa l’ho detta e la rivendico. Per me il rock è un’altra cosa. Vasco mi sembra un artista interessante per certe cose, anzi negli ultimi tempi mi sembra più lucido di tanti suoi coetanei. Però, in generale, si vede anche dal suo pubblico medio: sono appassionati di Vasco Rossi e sono convinti che il rock sia solo quella cosa lì. È quella cosa lì, non c’è dubbio, ma anche mille altre cose. E io non ci trovo profondità, slancio e fantasia. È una mia opinione, brusca se vuoi, ma in cui credo.
Altra domanda da dentro o fuori: i Måneskin sono rock oppure no?
Sono dei bravi ragazzi che hanno dato la loro versione del rock in un momento nel quale il rock non è più una musica egemone. Il rock, purtroppo, non interpreta più da tanti anni la nostra epoca. Lo interpreta più il rap, riprendendo tutto il vecchio mondo dell’hip hop che ha alle spalle. Io me ne sono occupato poco, perché sono più interessato a riscoprire il passato. Mi sento uno storico della musica: mi concentro sul passato e in particolare sul Novecento. Con i Måneskin non ho voglia di ingaggiare polemiche, e non vedo neanche perché dovrei farlo. Fanno il loro mestiere e lo fanno bene, quindi gli auguro di andare avanti così.
Lucio Corsi ha dimostrano che il cantautorato ha ancora un ampio pubblico?
Lo trovo un tenerone divertente, ho sentito alcune sue canzoni ma sinceramente non mi occupo più di attualità, perché ho ascoltato troppa musica in passato e ho ancora troppe scoperte da fare in quella direzione per concentrarmi sull’oggi. Anche perché non credo ci caverei qualcosa di buono. Detto questo, Lucio Corsi mi è sembrato per certi versi disarmante. Non vedo come lo si possa criticare, a meno che uno non abbia voglia di compiere critiche di ideologia musicale.
Parlando di informazione, il critico musicale americano Lester Bangs ha portato nel giornalismo una forte dimensione autobiografica. I suoi emuli hanno fatto dei danni?
Guarda, Lester Bangs è stato sconosciuto da noi almeno fino agli anni ’90, il mito è iniziato dopo e i libri, divertentissimi, sono usciti anche dopo. Secondo me chi ha fatto più male a questo mestiere sono stati certi critici inglesi, soprattutto quelli che scrivevano sul New Musical Express. Avevano una scrittura molto autoreferenziale, si credevano loro stessi dei personaggi. Credo fosse Nick Kent ad aver raccontato di essere stato a pranzo a New York con David Bowie e Lou Reed e che la cameriera aveva chiesto l’autografo a lui e non a loro. Erano arrivati a questi livelli. Sul piano dello stile io sono stato criticato per una vita. Scrivevo alla mia maniera, sicuramente sbagliando si impara, crescendo si cambia, ma per superare gli errori li devi commettere e per trovare il tuo stile devi scrivere tanto. Oggi quello che leggo non mi entusiasma, specie in rete, però è un mondo diverso. Quelli della mia generazione avevano un vantaggio: la terra era ancora deserta e noi andavamo a colonizzarla. Oggi c’è molto più traffico.
La critica musicale Marinella Venegoni dice che "il giornalista non deve avere amici".
Il mio amico giornalista Flavio Brighenti, che adesso sverna su un’isola greca dopo anni a la Repubblica, parlava di "contiguità", utilizzando un termine brigatista. Effettivamente, se c’è contiguità tra il giornalista e l’artista, sei più indulgente nei giudizi. Lester Bangs ha scritto pagine fantastiche su questa condizione. E c’è anche il film Almost Famous, molto bello, dove a un certo punto al ragazzino spiegano: "You cannot make friends with the rock stars" ("Non puoi diventare amico delle rockstar"). Si può comunque scrivere senza essere nemici. Io credo di aver avuto diversi amici tra gli artisti ma rimanendo critico il giusto e, quando è il momento di farlo, dire quello che pensi senza perderti in finti peana. Fatte tutte queste premesse, la regola di Marinella la trovo sempre valida.
Più lapidario un altro tuo collega come Paolo Zaccagnini, che ha detto: "La musica di oggi? Non esiste. Il passato è irripetibile. I paragoni? Sono da idioti". Sei d’accordo?
È un po’ tranchant, non ha tutti i torti ma con un distinguo. I paragoni sono da idioti sì, ha perfettamente ragione. Che la musica di oggi non esista no, non sono d’accordo. Ma sul passato irripetibile devo ammettere che non sbaglia. Noi siamo stati fortunatissimi a intercettare un’epoca fantastica e ad esserne testimoni. Anche senza esagerare dicendo agli altri "io c’ero e tu no", perché non è colpa di chi è più giovane se è nato dopo. Lester Bangs scrisse che il rock era morto nel 1973, l’anno in cui ho scritto il mio primo libro (Pop Story. Suite per consumismo, pazzia e contraddizioni, Arcana). E dicevo più o meno la stessa cosa: stava già finendo un’epoca e ne iniziava un’altra. Con il Novecento se n’è andato un certo spirito. Oggi ce n’è un altro, con differenti suoni e una diversa diffusione della musica. Molti si divertiranno, io mi tengo stretto le mie esperienze e la mia carta d’identità.