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Polemica sul telamone rialzato di Agrigento, l’architetto si difende: “È un intervento reversibile”

Non si placano i toni del dibattito dopo il posizionamento in verticale del colosso nel Parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento. Le associazioni denunciano e gli studiosi si dividono. L’esperto scientifico del progetto, Alessandro Carlino: “Si tratta di un’esposizione temporanea come fosse una vetrina”.
A cura di Claudia Procentese
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L’hanno ormai definito in tanti modi: Frankenstein, uno dei moai dell’Isola di Pasqua, omino Michelin, Jeeg robot, l’impiccato, crocifisso senza braccia. La ricostruzione e il sollevamento da terra del telamone di Agrigento stanno animando la controversia tra chi plaude ad un’innovativa impresa di musealizzazione del sito archeologico siciliano e chi invece la ritiene una pacchianata antistorica. Giovedì scorso nella Valle dei Templi è stato “svelato” il gigante di pietra nato dall’accorpamento dei resti delle statue che erano sistemate tra le colonne del famoso tempio di Zeus Olimpio e ne sostenevano l’architrave.

Fino ad oggi soltanto due statue (l’altra ricomposta a fine Ottocento è ospitata in una sala del vicino museo Pietro Griffo, mentre una copia in tufo giace dentro la cella del tempio) delle trentotto originarie sono state recuperate e riassemblate. La critica oggi riguarda proprio la ricomposizione dell’ultima, “innalzata” pochi giorni fa e giudicata dai contestatori un pasticcio conservativo e allestitivo di un progetto finora costato 500mila euro alle casse del Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi. A sostenere la statua, alta quasi 8 metri, è una lastra in acciaio corten di 12 a cui sono ancorate le mensole sulle quali poggiano i singoli pezzi.  Novanta frammenti appartenenti ad otto diversi telamoni e uno di loro, conservato per due terzi, utilizzato per la ricostruzione del telamone: si legge in una nota del Parco dell’antica Akragas.

Molte le voci che si sono sollevate dopo il “risveglio” del telamone. Sono i dettagli a non convincere, la loro realizzazione approssimativa e sgraziata nel faccione di calcarenite e la loro non prosecuzione per simmetria sulle parti integrate del resto del corpo. «La statua è un orrendo collage – commenta Simona Modeo, vicepresidente regionale di SiciliAntica che dal 1996 si occupa di tutela e valorizzazione dei beni culturali – di pezzi appartenenti a telamoni diversi per realizzare quello che è a tutti gli effetti un falso storico con il solo intento di attirare turisti che, peraltro, vengono già numerosi a visitare i templi. L’unico telamone originale superstite è esposto al museo archeologico di Agrigento». La messa in opera è giudicata discutibile dal momento che la presenza di tanti pezzi da telamoni diversi tradirebbe la veridicità del risultato. «Che bisogno c’era di sperperare denaro pubblico per erigere un inutile e dannoso guazzabuglio? – si chiede Modeo – I soldi potevano essere spesi per investire nella tutela dei cosiddetti siti minori, chiusi o abbandonati, depredati dai tombaroli. E invece il nostro patrimonio culturale è alla mercé di una becera propaganda politica e di un’oscena spettacolarizzazione. Il sonno, anzi il letargo della Regione, genera mostri».

Alla cerimonia di presentazione lungo l’elenco delle autorità istituzionali che hanno sfilato all’ombra del colosso resuscitato, accolte dal direttore del Parco, Roberto Sciarratta. Il telamone è “uno dei migliori biglietti da visita di Agrigento Capitale della cultura 2025” per il presidente della Regione siciliana, Renato Schifani, che ha posto l’attenzione sul turismo. Migliorare i servizi di accoglienza, aumentare la capacità ricettiva, destagionalizzare. «Alla fine è solo un inseguire a tutti i costi il turismo “guarda e fuggi” come diceva Antonio Cederna – ribatte Michele Campisi, segretario nazionale di Italia nostra -, mentre bisognerebbe rivedere le finalità dei parchi archeologici: cosa sono, luoghi di divertimento oppure della conoscenza? A me questo risollevamento appare come un fatto suggestivo fine a se stesso, strumentale al contemporaneo». Il telamone della discordia è frutto di quella unione dei pezzi che in termine tecnico si chiama anastilosi, una pratica ampiamente diffusa fino a qualche secolo fa, ma che in seguito ha imposto grande cautela. «Del tempio di Zeus in realtà conosciamo pochissimo – chiarisce Campisi -, il telamone è parte della compagine di una facciata molto più alta, estrapolare dall’intero complesso un singolo elemento è scorretto. È una lettura fuorviante dell’antichità che non corrisponde alla verità».

Il telamone di Agrigento
Il telamone di Agrigento

Per Campisi si tratta, dunque, soltanto di un colpo d’occhio ad effetto, in cui si vede il telamone sorgere isolato dalle rovine di quello che fu l’Olympieion. Busto massiccio e braccia ripiegate dietro la testa i telamoni erano una componente del tempio eretto per ringraziare Zeus dopo la vittoria a Imera dei Greci delle colonie siciliane sui Cartaginesi del 480 a.C., lo stesso anno della battaglia di Salamina vinta dai Greci sui Persiani, e crollato dopo il terremoto del 1401, diventando perfino una cava di pietra, la “cava gigantium”, tanto che alcuni blocchi vennero impiegati nel Settecento per costruire il molo di Porto Empedocle. «I processi di valorizzazione – sottolinea Campisi – sono positivi nella misura in cui riescono a comunicare non una suggestione, ma informazioni con le quali ognuno di noi può anche idealmente ricostruire un’architettura, siamo in grado di farlo e senza teatralità. Che dire poi del restauro. Nel Cinquecento, quando inserivano pezzi mancanti come nasi e braccia, adottavano accorgimenti per l’accompagnamento, per garantire l’uniformità dell’opera d’arte. Qui l’uniformità non c’è. È un mero apparato scenografico. Dimenticando che il colossale per gli antichi non era lo stupore davanti, come quando si guarda il grattacielo americano, ma era il registro interiore che si confrontava con il divino».

Sfacciata spettacolarizzazione o nuovo modo di valorizzazione? Nella diatriba c’è chi difende l’impresa sostenendo che non tutti vanno a vedere il telamone del museo e che la resa in loco, su una cresta di roccia che guarda il mare dove sorgono i templi dorici della “più bella città dei mortali” di pindarica memoria, è completamente diversa. Ma com’è nata l’idea di collocare in piedi il telamone? «Rispetto le naturali critiche – intende subito chiarire Alessandro Carlino, esperto scientifico del progetto, raggiunto da Fanpage.it -, ma è importante ribadire che l’operazione è nata fin dall’inizio come un’esposizione temporanea, totalmente reversibile, cioè che si può smontare in qualsiasi momento e portarla altrove. I blocchi restaurati sono semplicemente poggiati perché, nel caso si trovi una situazione più congeniale, possono essere trasferiti anche all’interno di un museo». Una sorta di allestimento in fieri in cui è la stessa collina a diventare museo en plein air. «Non si tratta di un’anastilosi – spiega l’architetto -, ma di un intervento di musealizzazione di elementi di statuaria di V secolo a.C. che si trovavano erratici all’interno del tempio e difficilmente comprensibili. È un progetto che nasce nel 2006 con Pietro Meli, l’allora direttore del Parco, con la collaborazione del prestigioso Istituto archeologico germanico di Roma impegnato in una campagna di rilievi e catalogazione nell’area del tempio di Zeus, non solo per progredire con la ricerca archeologica, ma anche per tentare di capire quale potesse essere un nuovo assetto dei reperti decifrabile a tutti i visitatori del sito».

Restituire l’opera facendovi accostare ogni singolo spettatore, tuttavia quanto è efficace il metodo? «Si parla di chissà cosa di clamoroso sia stato fatto – replica Carlino -. In pratica, a differenza della statua coricata a terra, quella in piedi offre un’altra percezione. Fa immaginare quanto era grande il tempio? No, poiché, malgrado le dimensioni incredibili della statua, questo tempio era alto sui lati più di 30 metri e una struttura di 12 metri non dà l’idea della grandezza reale, però aiuta a capire cosa potesse essere. Comunque, al di là di ogni speculazione tecnica, la si consideri come una vetrina: prima i blocchi erano stesi per terra, ora hanno un’altra sistemazione. È un’ipotesi di montaggio che può subire mutamenti di pari passo con l’avanzamento degli studi sui telamoni». Del resto i telamoni di Agrigento fanno parlare di sé da sempre. A partire dal Settecento, quando la Sicilia entra nelle tappe del Grand Tour, fama e mistero hanno accompagnato il controverso santuario dorico girgentino, più grande addirittura del Partenone. Charles Cockerell è l’architetto britannico che nel 1812 indagò a fondo l’Olympieion nel tentativo di “venire a capo dell’enigma” che l’edificio rappresentava sia per la forma che per le dimensioni inusitate. La sua scoperta dei telamoni rappresenta un punto di svolta nello studio del tempio perché l’elemento architettonico oggettivo prenderà il posto di quello romantico descrittivo, fino alla ricostruzione di Raffaello Politi nel 1825 del telamone oggi visibile al museo in posizione verticale. E il crescente interesse per i titanici inserti scultorei antropomorfi non ha mai smesso di accendere il dibattito internazionale tra archeologi e non solo.

«Siamo di fronte al più grande tempio dorico costruito nell’Occidente greco – illustra Carlino -, andava fuori da ogni canone, con enormi statue che si trovavano ad un’altezza da terra di 18 metri, cioè un palazzo di sei piani, su una facciata di 32 metri. La pianta era di 112×56 metri. Immaginiamoci un campo di calcio, ma alto come un palazzo di dodici piani. Fino al 1401, come sappiamo dalla testimonianza di Tommaso Fazello, tre di questi telamoni erano ancora in piedi e tre sono i giganti che troviamo nell’antico stemma di Agrigento. Il nostro restauro è un intervento di natura didattica affinché faccia avvicinare alle specificità di questo tempio. E non è l’unico intervento». Testimonianza, memoria, interpretazione sono le parole chiave del progetto di cui è curatore l’attuale direttore del Parco di Segesta, Carmelo Bennardo. «Il progetto prevede – continua Carlino – pure la ricostruzione a terra di una parte di trabeazione, oltre allo stand espositivo con i pezzi più peculiari. Inoltre, notizia passata del tutto inosservata, è stato rimesso in collegamento il tempio con l’altare ubicato di fronte la facciata orientale, lungo 110 piedi, liberato dai massi collocati da Pirro Marconi durante gli scavi del 1926-28. Finalmente è stato ripristinato un rapporto visivo diretto tempio-altare, occluso per tanti anni».

Il telamone di Agrigento
Il telamone di Agrigento

Carlino insiste sulla volontà di continuare a studiare per trovare soluzioni, in modo cauto e prudenziale: «Il telamone del museo – puntualizza -, ricostruito con i disegni di Cockerell e poi rimesso insieme da Politi, è un pot-pourri di elementi sparpagliati. I pezzi del telamone appena rialzato vengono da elementi lapidei omogenei per struttura e ritrovamento e possono essere riferiti a uno, forse due telamoni, di un intercolumnio del lato meridionale del tempio. Dalle misure, dalla collocazione posso affermare con ragionevole certezza che sono elementi provenienti da telamoni omogenei tra loro. Per colmare le lacune, cioè per realizzarlo completo, avremmo potuto utilizzare i pezzi provenienti dagli scavi di Marconi, ma abbiamo scelto questa linea di ricomposizione. L’archeologia necessita non di critiche, ma di confronto, ed è quello che c’è stato all’interno del Parco, negli ultimi vent’anni, nel nostro gruppo di lavoro. Il telamone in piedi non è frutto della trovata ingegnosa improvvisata di uno solo studioso, ma si sviluppa dentro un’indagine collettiva sedimentata nel tempo».

Lo scontro è aperto e senza esclusioni di colpi. Al di là dell’estetica secondo la quale alcuni ritengono il volto del telamone uscito da un quadro di Modigliani mentre per altri rispecchia perfettamente la natura mostruosa dei telamoni che di certo non possedevano i lineamenti delicati del Doriforo di Policleto, tra contrari e favorevoli spunta il rimprovero di sacrilegio per l’irrompere così prepotentemente nel paesaggio della Valle dei Templi, al pari di un ecomostro. «È un tollo che deturpa l’ambiente» disapprova Giuseppe Castellana, archeologo già direttore del Parco agrigentino nel 2010-2011 e del museo dal 1983 al 2009. Ci si chiede se tecniche di realtà aumentata, immersiva, digitale avrebbero avuto maggiore potere evocativo, lasciando alla forza dell’immaginazione il compito di riportare in vita il gigante dormiente. «Un’operazione anacronistica, di squallido marketing commerciale – continua Castellana -. È come se avessero eretto l’angolo di un palazzo di quattro piani in una distesa di macerie, a che serve? Chi ha un minimo di sensibilità storica è inevitabile che storca il muso. L’anastilosi è una pratica ormai superata, è stata adoperata nel tempio delle quattro colonne, di Giunone, di Eracle per rialzare, appunto, colonne, ma si era ancora in presenza del concetto sorpassato di bello ideale».

La querelle sul telamone agrigentino registra anche la posizione di chi ricorda quanto sia necessario che il bene culturale venga messo al servizio della comunità, senza esclusività e classismo. «Come docente – dichiara Eleonora Pappalardo, professoressa di Archeologia classica del corso di laurea in Scienze del turismo all’università di Catania -, perciò profonda sostenitrice di un allargamento del sapere e votata alla democraticizzazione dell’archeologia, ritengo che questo tipo di operazione non sia da condannare tout court. Penso, inoltre, che come strategia di musealizzazione, di proposta al pubblico, tutto l’aspetto scientifico della ricostruzione, dalla ricerca dei blocchi ai metodi per ricomporli, alle persone che vi hanno lavorato per vent’anni, potrebbe essere oggetto di una narrazione, che sia però sincera e accessibile a tutti. In tale maniera il negazionismo puro è riconciliabile con le necessità di promozione. Se poi si riuscisse a collegare il nuovo telamone con la visita al suo gemello nel museo, ricostruendo un contesto, allora il senso sarebbe completo e allontanerebbe la ricerca del sensazionale». Un suggerimento che va incontro alla necessità di una cultura lontana dalla mera contemplazione del passato che non torna più e che invece è parte del nostro presente e può aiutarci a capire.

«Insomma – continua Pappalardo – occorre accompagnare il manufatto, raccontando una storia in cui alla fine i protagonisti sono le persone, siamo noi. La Storia ha una sola costante: l’uomo. Chi va a visitare un’area archeologica va a vedere se stesso duemila anni fa. E questo, al di là dell’economia, fa bene allo sviluppo sociale dell’identità comunitaria, oltre che personale». L’alzata del telamone non come atto sovversivo, ma resoconto di una scelta. «Il nostro territorio – evidenzia la docente – deve essere meta di un buon turismo e per farlo è necessario non alzare muri, non puntare il dito, non utilizzare i social per inveire senza argomentare. Mettiamo al centro il dialogo e, me lo si lasci dire, l’Olympieion, perché non tutti conoscono cos’era il tempio di Zeus, l’importanza che ha avuto nel 480 a.C. in Sicilia la battaglia di Imera e il contraltare delle guerre persiane in Grecia». E allora come spiegare ai contemporanei l’Olympieion di Agrigento? «Con i corsi e ricorsi storici – risponde Pappalardo -. La vittoria di una grande guerra portava nelle casse delle città vincitrici tanto denaro e veniva celebrata ringraziando gli dei, ad esempio con la costruzione di un tempio. E ieri come oggi, ieri con una guerra ad Agrigento e oggi con l’emergenza Covid, le comunità in un momento di crisi solidarizzano. Da qui la magnificenza del tempio che ha al centro non l’edificio ma l’uomo».

Intanto la polemica corre veloce e pervasiva sui social, alimentando caustiche battute. Ma alto è il rischio di livore da fazione. Ieri sulla pagina Facebook del museo archeologico nazionale di Venezia è stata pubblicata una foto in cui si mettono a confronto il telamone agrigentino con la statua colossale di Agrippa, alta 3 metri, della fine del I secolo a.C. conservata nel museo di piazza San Marco. Un post da molti ritenuto di cattivo gusto perché ai limiti dello sfottò e che mette in relazione due opere realizzate in età diverse e con finalità differenti, tanto che poi nei commenti la polemica si trasforma in uno scontro tra Nord e Sud con le risposte degli amministratori della pagina che rispondono in maniera provocatoriamente scherzosa. Gli animi non si placano. Eppure, se oggi l’archeologia tiene banco con toni così accesi nei temi di attualità coinvolgendo tanti, allora vuol dire che non parla solo di passato, ma sa ancora interrogare il presente.

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