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Opinioni

Perché le cover di Laura Pausini di Io canto 2 non funzionano

Le nuove cover di Laura Pausini in “Io canto 2” non funzionano: idee che non valorizzano le canzoni e interpretazioni che non convincono.
A cura di Federico Pucci
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Laura Pausini – ph Nicolas Loretucci
Laura Pausini – ph Nicolas Loretucci

Quando, vent’anni fa, Laura Pausini pubblicò "Io canto", fu l’inizio di una passerella trionfale per la più popolare cantante italiana nel mondo. Il disco fu accolto con calore straordinario: da quando uscì a novembre e per sei settimane di fila stazionò al primo posto degli album più venduti, in tempi in cui per finire in classifica si dovevano vendere quegli oggetti rotondi di plastica con le canzoni dentro (sarebbe tornata al numero 1 per altre due settimane, e non avrebbe lasciato la top 10 fino a marzo).

Qualche mese dopo, quando la superstar romagnola avrebbe infranto uno dei suoi molti record andando a esibirsi come prima artista donna nello stadio di San Siro, la scaletta conteneva quasi per intero le tracce di quella raccolta di cover, ora interpretate in italiano, ora in spagnolo per soddisfare i molti fan ispanofoni arrivati a vederla su quel palco in quel momento di gloria.

Oggi, vent’anni dopo, non si può dire che quel medesimo entusiasmo abbia circondato il sequel, "Io canto 2", pubblicato la scorsa settimana dopo un lancio oggettivamente infelice, tra sfortunate incomprensioni che hanno creato un mezzo caso diplomatico con Gianluca Grignani e l’accoglienza fredda riservata alla reinterpretazione francofona di "Due vite" di Marco Mengoni. Cos’è cambiato? Sono arrivati i social, potrebbe dire qualcuno. Ma buttare la palla in tribuna dando la colpa all’epoca che viviamo e alle cattive abitudini della gente (o tempora, o mores) non ci aiuta a illuminare la situazione, anzi la offusca in una nube di paranoia e complottismo. Anche ammesso che esistano truppe di hater organizzate, magari automatizzate con qualche bot da qualche fantomatico manovratore occulto, come mai questo nuovo giro di cover non ha catturato l’immaginazione degli italiani?

Cantare cover non è mai stato facile. Anche prima che ci interessassimo dei fandom e dei meccanismi (spesso parasociali) un po’ perversi della passione musicale nell’era digitale, l’appeal della cover era in crisi: non se ne vede una in cima alla Billboard Hot 100 americana dal 2001 (era "Lady Marmalade", per la cronaca), e anche da noi nell’ultimo ventennio hanno scarseggiato, tranne rare eccezioni (ti sblocco un ricordo: "La compagnia" di Vasco). Questo perché il valore culturale della reinterpretazione era andato smarrendosi con i cambiamenti radicali della discografia, partiti ben prima dell’avvento di internet. Dalla metà degli anni ‘60 in avanti, poi, con l’ascesa dei cantautori e delle cantautrici, andò a ridimensionarsi anche lo spazio di manovra dei cantanti di repertorio, ai quali sempre più si chiedeva in termini di interpretazione.

In tempi molto più vicini a noi, intanto, la scialuppa di salvataggio dell’industria nota come talent show stava abituando il pubblico ad affilare il suo metro di giudizio proprio intorno alle cover. Chiunque guardasse X Factor (in onda dal 2008) o qualcuno dei suoi antenati o epigoni era invitato a mettersi nei panni del giudice di turno e, nei momenti cruciali, a decretare con un televoto la superiorità di questa o quella interpretazione. Si può dire, anzi, che mentre la discografia trovava poco posto per le cover, dentro la scatola sempre più stretta della comunicazione musicale televisiva si parlava quasi solo di queste (e di fantomatici “percorsi”, surrogati di narrazioni a misura di reality show). Così, mentre le conversazioni degli spettatori si spostavano sulle bacheche aperte di Twitter e Facebook e poi su quelle sempre più chiuse di Instagram, i giudizi si affilavano e le intransigenze si consolidavano. Avere un’opinione su una cover d’improvviso non era più uno sport da nerd della critica, ma un gioco nazionalpopolare, come avrebbe sancito all’inizio del decennio scorso l’istituzionalizzazione della “serata cover” (variamente intesa e organizzata) del Festival di Sanremo.

Avere un’opinione forte su una cover, insomma, è diventato un terreno aperto di confronto (e talvolta scontro) dove artisti, esperti e ascoltatori comuni possono partecipare alla discussione più o meno alla pari: quando un cantante rifà una canzone, infatti, si presenta al pubblico non più solo come artista, ma anche come fruitore di musica, perché è il suo gusto e la sua capacità di “fare propria” una canzone che andiamo a misurare. Mentre prendere in prestito un pezzetto di canzone, tramite campionamento o interpolazione, è diventata pratica quasi obbligata per convincere le nostre orecchie stanche che ci sia un certo legame tra la musica di oggi e quella di ieri, prendersi in carico una cover per intero è diventato un affare più serio.

È il nostro modo di valutare se quanto sentiamo noi in una certa canzone equivalga o meno a quanto ci sente il tale artista. È una chiave di lettura del palato sonoro dell’interprete. È uno spazio terzo sul quale soppesare scelte stilistiche. E sì, certo, per molti fan degli artisti eventualmente “coverizzati” è anche un campo di battaglia culturale e sociale, sul quale arroccandosi in difesa o muovendosi all’attacco si esprime la propria ansia di appartenenza. E così, nel 2026, "Io canto 2" arriva in un mondo dove allo stesso tempo le cover smuovono opinioni e fomentano chiacchiere vane o serie valutazioni mentre, dal punto di vista commerciale, valgono poco. Tutto sommato una fotografia spietata e onesta del mercato musicale globale.

Ma è proprio in questo terreno nuovo e familiare che, d’un tratto, si può “tornare a parlare di musica”, come si chiede spesso a gran voce. Una cover, insomma, è un esercizio critico di massa. E per questo, mentre le nostre decisioni su quale musica sentiamo risultano paradossalmente sempre meno autonome, perché con la complicità di Spotify e compagnia bella abbiamo smesso di ascoltare, la nostra opinione su una cover diventa uno spazio di ascolto attivo, dove la propria impressione sui pregi e i limiti dell’artista che coverizza può contare qualcosa. Talvolta questo assume un aspetto un po’ maleducato ed eccessivo, lo so, ma non ditelo a chi si è fatto le ossa sui forum musicali. E allora, come sono le cover di Laura Pausini in questa nuova raccolta di omaggi? Sono piuttosto scarse, e alla luce di quanto abbiamo appena detto, mettono in rilievo in modo impietoso alcune lacune nel gusto dell’artista. Andiamo a fare qualche esempio, saltando volutamente "La dernière chanson".

Partiamo dall’ultimo singolo, "16 marzo" reinterpretata con il suo artista originale, Achille Lauro. Qui, l’accostamento tra la voce modesta ma di carattere di Lauro e quella energica e generica di Pausini fa emergere la povertà della scrittura di un testo, che in origine si basava sul carisma dell’artista più che su una qualche forza lirica intrinseca. Ne deduciamo che per la Pausini selezionatrice di brani questo ostacolo non ci fosse, e quindi ci viene da ridimensionare decisamente il suo gusto. Altrove, sono le produzioni che lasciano uno strano sapore.

"Ma che freddo fa" con Annalisa, sorretta (per così dire) da un molle ritmo dembow del reggaeton (tum ta-tum ta) perde tutta l’urgenza dell’originale, dove il tempo dritto come un treno incalzava l’ascoltatore in un crescendo di ansia: al contrario, questo mood rilassato sembra contraddire quello che le parole vorrebbero comunicare, e che i ruggiti a pieni polmoni delle due artiste ci vorrebbero altrimenti suggerire. Una profonda confusione è lo stato in cui ci si ritrova dopo quest’ascolto. L’appropriazione (legittima) del reggaeton sembrerebbe più giustificata dalla rilettura di "La isla bonita", peraltro già parte del repertorio di Pausini. Eppure, per chi si ricorda (o per chi c’era) nel 2007 a San Siro, questa lettura impallidisce rispetto alla versione latin-rock che si prestava molto di più al timbro da cannone della voce della cantante.

Naturalmente, ogni artista ha diritto di trovare in una canzone quello che crede, esattamente come fa un ascoltatore qualunque. Ma in ogni caso esistono interpretazioni che vanno a segno e altre che mancano il bersaglio. "Já sei namorar", per esempio, trovava nella spigliatezza sciolta della produzione originale uno specchio perfetto per le parole da spirito libero pronunciate nel testo, parole di una persona abbastanza idealista da vedere ancora nel mondo un mare di possibilità aperto, da attraversare in modo spensierato. La versione di "Io canto 2", viceversa, ha una preoccupazione fortissima: farci cantare in coro il na-na-na-na-na-na-na, battendo le mani a tempo della batteria pestata da pazzi, mentre la superstar impiega l’ultimo minuto in evoluzioni mirabili. Insomma, si può dire che della hit brasiliana si tramanda il tormento(ne) più che il piacere.

Sono scelte, che compongono dell’artista in questione un quadro impietoso ma preciso: il suo compito è intrattenere grandi masse, e farà di tutto per raggiungere questo obiettivo, anche travolgerci con una schiacciasassi. Metaforica, s’intende. Anche se un po’ di ansia viene quando si viene investiti dall’enfasi su "Immensamente" di Umberto Tozzi, una canzone a misura dell’avverbio che la intitola, o quando ci si strappa il legamento crociato tra il soffio della strofa e lo strillo del ritornello in "Un senso" di Vasco. Sono canzoni per tirare giù gli spalti a cannonate, il che – è legittimo – non piace proprio a tutti.

Perfino la rilettura dell’inno nazionale, cantato da Pausini a San Siro durante la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi Invernali, ha lasciato qualche amaro in bocca. Al netto delle opinioni più tranchant dei tradizionalisti, c’era qualcosa di profondamente asimmetrico e sbilanciato nella distribuzione ritmica della melodia: per esempio, una battuta intera di silenzio dopo “s’è desta” per lasciar risuonare la nota finale; la mancanza di una pausa dopo “la testa”, quando al limite si sarebbe potuto lasciar respirare la strofa prima dell’arrivo di una nuova sezione; e di nuovo l’esitazione dopo “la chioma” che teoricamente la sintassi vorrebbe legata al periodo successivo; tutto questo fa sospettare che non ci fosse un ragionamento di fondo nella rilettura, ma solo il desiderio di aprire una breccia di Porta Pia tra Mameli e Novaro a colpi di melismi e acuti.

Vasco Rossi è intervenuto nelle Stories del suo Instagram per difendere la collega, per quanto sia legittimo dubitare del giudizio del Blasco almeno in campo di cover, visto il livello molto basso che raggiunse con "Ad ogni costo", la sua discutibilissima versione di Creep. Ma le critiche a una cover fanno parte del gioco. Il canzoniere appartiene a tutti, e chi vi si avvicina deve sapere che sarà messo sotto esame in modo impietoso.

A volte, come abbiamo visto, la scrittura originale di una pagina musicale è un fortino che nemmeno un colosso del pop è in grado di far capitolare con la sola forza bruta: bisogna venire a patti con la sua natura originale, conoscerne i punti di forza, anche eventualmente per tradirla. La versione disperata, autocommiserante, incartapecorita di "Hurt" di Johnny Cash non ha un’oncia della gravitas tossica, cinica, gelida dell’originale dei Nine Inch Nails? Siamo d’accordo, ma chi l’ha riarrangiata sapeva che il motivo strumentale arpeggiato, l’abbondanza di spazi vuoti e il crescendo strumentale del refrain avrebbero funzionato alla grande con la voce affaticata del "Man in Black", e le parole sarebbero venute a traino.

Così oggi (sbagliando) molti considerano la copia superiore all’originale. Ma la confusione è legittima: un interprete deve anche, eventualmente, farci vacillare dalle nostre convinzioni, farci dubitare delle nostre idee preconcette su una canzone che già conosciamo. Questo non capita dentro "Io canto 2", dove nel migliore dei casi ("Non sono una signora" o "Ci vorrebbe il mare") possiamo vedere il debito dell’interprete verso il materiale originale, ma nel peggiore dei casi ci viene da dubitare del suo orecchio. Per azzeccare una cover, prima di cantare, bisogna saper ascoltare. Anche le critiche, in qualche caso.

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Federico Pucci è un giornalista musicale. Ha collaborato con ANSA dal 2012 al 2019, occupandosi di spettacoli e cultura per la sede di Milano. Tra il 2020 e il 2023 ha diretto il magazine musicale online Louder, creando e producendo oltre 200 videointerviste e format originali. Nel 2019 ha scritto un libro sui sessant'anni di storia di Carosello Records. Ogni settimana pubblica una newsletter chiamata Pucci.
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