Perché la vittoria di Per sempre sì di Sal Da Vinci a Sanremo non è la fine del mondo

Ogni anno la conclusione del Festival di Sanremo cala su di noi come un giorno del giudizio sulla cultura del Paese, e spesso capita che i toni di chi commenta il successo finale di questa o quella canzone siano apocalittici: ma la vittoria di Sal Da Vinci con Per sempre sì rappresenta la fine del mondo? In un certo senso sì: la fine di un modo di intendere l’evento topico dell’intrattenimento italiano come fucina e laboratorio dei nostri gusti, come fedele radiografia del pop contemporaneo. Tutto questo è concluso, e non da ieri a ben vedere. Ma non è come pensi, perché la colpa di questo epilogo non è della canzone vincitrice.
D’altro canto, Per sempre sì non ha nulla da invidiare alla scrittura musicale di quasi tutte le altre canzoni in gara, che raramente hanno brillato per scelte avventurose. Come molte orecchie hanno colto da subito, la progressione del ritornello (la sequenza cioè degli accordi sopra i quali viene intonata la melodia) ricalca in modo fedelissimo un classico della canzone, Se bruciasse la città di Massimo Ranieri. Questo non significa che la vincitrice di Sanremo 2026 sia un plagio del classico di Canzonissima 1969, perché questo tipo di architetture armoniche sopra tonalità minore (il Mi minore per Ranieri, il Do minore per Da Vinci) sono piuttosto universali: sentiamo simili salti in canzoni come Flowers di Miley Cyrus e It’s a Sin dei Pet Shop Boys; apprezziamo il loro equilibrio energetico di accordi minori e maggiori nel Morricone di Nuovo Cinema Paradiso ma anche in un classico preludio di Bach; ritroviamo la loro mesta tensione nell’italo-dance di Only You di Savage come in una recente candidata al “Sanremo svedese”, il Melodifestivalen.
Certo, l’associazione tra la canzone napoletana e il pop nazionale che si poteva intravedere nel classico di Ranieri potrebbe trasparire anche nella prova di Da Vinci, ma la verità è che fra le canzoni corre un oceano di differenze. Tanto per citarne alcune: in Per sempre sì non c’è nessun’affinità con il rock’n’roll degli urlatori; manca il groove di batteria pestato con la delicatezza di un fabbro ferraio; non si sente nessun disco flam (di cui parlammo per i The Kolors) che anticipa il ritornello; non c’è un botta e risposta tra canto e chitarra; non siamo trascinati da lunghissime e cinematografiche note di archi.
Sono differenze stilistiche e, a seconda dei gusti, si potrebbe anche argomentare che Per sempre sì sia una versione “venuta meno bene” di Se bruciasse la città. La verità è che nella musica, come in ogni arte, il contesto e i destinatari di un’opera sono fondamentali per coglierne lo specifico, e basta esaminare queste importanti distanze di arrangiamento per entrare nel mondo di questa canzone.
Per sempre sì ha una cassa dritta, da canzone ballabile in festa; ha una chitarra elettrica funky che tiene il tempo stoppando le corde anziché cantare un contrappunto della melodia vocale; dà anche agli archi un ruolo ritmico, molto disco 70s; e al posto di un paio di mazzate sul rullante per avvisarci dell’arrivo dell’inciso ci presenta un movimento discendente e pulsante di archi e batteria che come un segnale Morse (ti-tin ti-tin ti-tin) ci avvisa che è ora di alzarci in piedi, lanciare in aria la cravatta e ballare con gli sposi.
Già, perché uno degli specifici del brano di Da Vinci è che l’argomento e la destinazione (lo scenario matrimoniale, la promessa eterna e anche un po’ sguaiata d’amore) coincidono perfettamente: anche questa è una chiave per il successo, per quanto rischiosa. Si è scritto molto che Per sempre sì funziona grazie alla coreografia, che lo stesso cantante ha messo in scena sul palco dell’Ariston e nel videoclip: come se la canzone fosse nata per Tiktok, e quindi funzionasse solo in virtù del ballett, in questi tempi in cui ogni canzone diventa un meme o un edit, come discutemmo a proposito del rinnovato successo de L’amore non mi basta di Emma.
Peraltro, brano ancora comodamente nella classifica dei singoli FIMI: forse anche la resistenza delle canzoni “vecchie” è il segnale della fine di un’epoca, o quantomeno di una certa crisi del modello sanremese. Ma come sa chiunque presti attenzione da vicino alla questione, deve ancora nascere una canzone nata “per funzionare sui social”. Semmai, al contrario, sono i social a premiare certi meccanismi, spesso in modo imperscrutabile. Per dirla in altro modo, non c’è nulla di più cringe di una canzone scritta per funzionare. Anche perché, tra vecchi successi ripescati e dispersione degli ascolti lontano dalla top 100, nessun trend è più prevedibile.
Come ho avuto modo di scrivere altrove, e come già notammo proprio in queste pagine un anno fa a proposito degli esiti del Festival, il pubblico non ha più tanta voglia di ascoltare le canzoni che vengono loro proposte come il fiore della produzione musicale, il non plus ultra del pop. Il pop, forse, non esiste neanche più per come lo intendevamo, uno schiacciasassi che annulla le differenze con un linguaggio comune di parole e suoni per tutti: lo avevamo anticipato a proposito della riscoperta delle radici, uno dei trend musicali assoluti del 2025 (come avevo previsto), e del conseguente rinnovamento culturale della lingua locale, dialettale, vernacolare nella musica italiana.

La vittoria di Sal Da Vinci lo conferma: non ci sono divisioni tra Nord e Sud che tengano, quando il consenso di giurie e pubblico premia una canzone che per quanto non folkloristica non fa nemmeno nulla per nascondere la sua identità napoletana. Consenso non maggioritario, bisogna sottolinearlo, perché appunto uno degli insegnamenti che dovremo trarre da questo Festival è che ad essere finito è il mondo dei prodotti musicali per tutti i gusti e tutte le stagioni: nel 2026 non si può più dire che una canzone pop, neppure una famosissima, sia un prodotto realmente universale.
Certo, l’appeal di Per sempre sì è ampio: come abbiamo scritto, le canzoni allegre e uptempo hanno avuto un vantaggio chiaro in questa edizione, perché si sono distinte rispetto a un’abbondanza di brani lenti e tristi. In fondo, tutte e tre le canzoni finite sul podio ci comunicano, ciascuna a suo modo, l’efficacia di tenere l’umore alto, anche a dispetto di ansie, problemi, preoccupazioni, guerre e fastidi. Se in passato le ballatone strappalacrime come Brividi e Due vite hanno sbaragliato una concorrenza spesso lanciata verso il dancefloor, stavolta gli equilibri si sono invertiti: mentre ognuno di noi ha un’idea diversa di cosa sia pop e in presenza di una qualità media piuttosto bassa, l’unica cosa su cui gli italiani (a casa e in Sala Stampa) hanno concordato è che far ballare le anche fosse meglio piuttosto che dondolare la testa con mestizia. La vittoria di Sal Da Vinci, allora, rientra perfettamente in alcuni dei dogmi della musica popolare: sii familiare ma distinguiti; proponi qualcosa che la gran parte dei tuoi colleghi non dà; sii divertente ma efficiente.
In termini di efficienza non si può dire che Per sempre sì manchi di qualcosa: una canzone di nemmeno tre minuti (quindi già perfetti per il regolamento di Eurovision Song Contest, a cui Da Vinci ha confermato già di voler partecipare) che presenta tre ritornelli, gli ultimi due dei quali praticamente in successione velocissima, dopo un bridge che ripropone lo stesso giro d’accordi, tanto per non far perdere l’attenzione all’ascoltatore. Con questa costruzione e con la professionalità straordinaria del cantante, che ha interpretato il brano con trasporto (il suo respiro affannato tra le battute sembrava un mantice, per qualcuno, ed è difficile dargli torto) ma senza perdere mai il sorriso.
Tra parentesi, lui e Malika Ayane, in questa particolare gara, hanno stravinto, dimostrando di essere entertainer adulti in mezzo a tanti ragazzini con le paturnie. Anche questo è show business: anziché un quadro crudo della verità, anziché il riflesso senza filtri di un’interiorità complicata o di un’epoca spaventosa, il pubblico ha scelto il sorriso. Forse è una fuga dalla realtà, forse – come dicevamo – è il segnale che il mondo è davvero finito. Un mondo del pop nel quale non vogliamo più riconoscerci. Almeno fino al prossimo Festival di Sanremo.