One Piece, l’anime e il live action Netflix non bastano: il manga di Oda resta il modo migliore per godersi la storia

In queste settimane siamo tornati a parlare di One Piece. In parte per l’arrivo su Netflix della seconda stagione della serie live action, in parte per i nuovi dati di vendita (secondo alcune rilevazioni, non confermate, One Piece avrebbe venduto più di Superman) e in parte per il prossimo ritorno dell’anime, distribuito sia da Crunchyroll che da Netflix. Il pubblico, più o meno, è sempre lo stesso: chi conosce One Piece e lo ha sempre amato, ed è curioso di vederlo in altre forme e in altri linguaggi. Ci sono anche spettatori nuovi, che non avevano mai sentito parlare del manga di Eiichirō Oda (in Italia pubblicato da Star Comics) e che hanno cominciato la serie di Netflix o l’anime unicamente perché alla ricerca di qualcosa di nuovo, magari di leggero, con elementi fantastici e sequenze d’azione.
Un vero e proprio passaparola, però, non si è mai innescato. Non più di tanto, almeno. E non al di fuori della "bolla" – virgolette obbligatorie – di One Piece. È evidente una maggiore diffusione tra il pubblico che ha sempre seguito il manga di Oda, e che sembra essere contento e soddisfatto del lavoro che è stato fatto con l’adattamento live action. Con l’anime, invece, il discorso è diverso. Innanzitutto perché, come il manga, va avanti da molto più tempo e spesso, nel corso degli anni, è stato protagonista di diverse critiche (animazioni legnose e poco curate; episodi "filler", che non hanno aggiunto niente di nuovo o di interessante alla trama principale).
Negli ultimi anni, soprattutto grazie all’arco di Wano, c’è stata un’inversione di tendenza: agli animatori è stata data una maggiore libertà e Toei si è seriamente impegnata nel fare qualcosa di diverso, forse a causa (o per merito, a questo punto?) dell’annuncio della nuova serie animata sviluppata da WIT Studio e distribuita da Netflix. Una serie che, a quanto pare, sarà più fedele al manga e più breve. E il punto, forse, è proprio questo: maggiore è l’aderenza con l’opera originale, maggiore è la soddisfazione, per un certo pubblico, nel recuperare un particolare adattamento. E questo, volenti o nolenti, ci porta davanti a un’altra considerazione: quanto il manga di Oda sia ancora il modo migliore per conoscere e approfondire la storia di One Piece.
Con il tempo, si è evoluto e adattato. Lo stile di Oda si è trasformato e ha trovato un nuovo equilibrio. La stessa storia ha subito delle riscritture, con delle correzioni più o meno grandi e l’inserimento di nuovi temi. La complessità raggiunta dal manga nel corso del tempo, con una stratificazione di diversi capitoli e di innumerevoli saghe, può essere a malapena ripresa dall’anime. Figuriamoci, poi, dal live action, che non ha mai cercato una propria direzione, ma che ha sempre provato a rispettare la visione originale di Oda – che, ricordiamolo, è stato coinvolto sia nello sviluppo, con la scelta degli attori, che in alcune decisioni di scrittura.
Il manga di One Piece è figlio di tante cose e di tante influenze, e anche dell’esperienza di Oda. Ne abbiamo già parlato su queste pagine. Il fenomeno culturale, però, non è qualcosa di facilmente identificabile dal punto di vista critico: è molto più profondo. E ammetterlo non significa banalmente esaltare il lavoro di Oda; significa, al contrario, provare a capire le ragioni del successo di One Piece in tutte le sue forme, quindi oltre il manga, la serializzazione settimanale e la distribuzione in tankobon. Shūeisha, l’editore di One Piece, ha lanciato un contest ultimamente, proprio per decretare il personaggio più popolare della serie. A un certo punto, è stata costretta a diffondere un comunicato in cui riconosceva la presenza di voti contraffatti, che andavano eliminati dal conteggio ufficiale. Il risultato? Da più di 83 milioni di voti raccolti siamo passati ad appena – si fa per dire – 4. Insomma, a volte c’è una partecipazione aggressiva: un certo pubblico, infatti, non si limita a leggere e a seguire l’opera di Oda, ma nel tempo ha sviluppato una visione in cui l’affetto per il fumetto rischia di assumere sfumature e intensità altalenanti (dove inizia il senso di un’opera di pura finzione se viene presa così sul serio, nella vita di ogni giorno?).
Il live action di One Piece ha dovuto riassumere dei passaggi e aggiungere informazioni che nella prima parte del manga, quella su cui è basato, non erano minimamente presenti. Segno che il coinvolgimento attivo di Oda ha portato a una semplificazione del racconto, che in teoria serve ad aumentarne la fruibilità per chiunque. Purtroppo, però, non è sempre così: i dettagli aggiunti sono chiari principalmente a chi ha già letto il manga. E dunque diventa di nuovo evidente quello che dicevamo prima: la centralità del materiale originale. Che deve sì essere preso in considerazione, ma che se influenza così tanto un’opera che vive in un altro spazio e sfrutta un altro linguaggio minaccia di trasformarsi in una sorta di limite. Il grosso del pubblico della serie di Netflix, però, sembra essere contento: non si pone certi problemi, e comunque la fedeltà – così insistente, così fondamentale – all’opera originale è più che sufficiente per perdonare qualunque errore o semplificazione. Di più: per alcuni spettatori, fan di One Piece, non si poteva fare di meglio.
Questa stretta correlazione tra l’opera originale e i suoi derivati è una cosa indubbiamente positiva, perché dimostra l’intenzione e l’interesse di fare un buon lavoro. Ma rischia, allo stesso tempo, di arrivare velocemente a un limite. Pensiamo di nuovo all’anime, che proprio per far fronte ai rallentamenti nella pubblicazione del manga, per aumentare il materiale a disposizione, ha dovuto sviluppare episodi “filler”, che non hanno assolutamente niente a che fare con il materiale originale (o comunque, non sono ripresi da storie parallele). Con il live action, è chiaro che c’è una corsa contro il tempo: gli attori, specialmente i protagonisti, crescono e invecchiano; e ci sono tanti archi narrativi da adattare. La fedeltà del live action, poi, si esprime principalmente in un modo: con le citazioni, talvolta letterali, di intere sequenze del manga. E ci riferiamo alle vignette, alle espressioni dei personaggi e alle “inquadrature”. L’anime offre un supporto per quanto riguarda i vestiti e gli altri elementi dell’ambientazione (la risposta dei fan davanti a outfit o a trucchi particolari è stata semplicemente entusiasta).
Forse, come succede con le opere che ottengono un successo enorme, c’è stato un ribaltamento tra necessità produttive e necessità creative. Anziché concentrarsi innanzitutto sul manga, sono stati avviati altri progetti, progetti paralleli, che hanno finito per appesantire il carico di Oda, che ora deve supervisionare più cose, e per rallentare la pubblicazione del fumetto. E questo, va da sé, ha avuto altri effetti. Il manga continua a essere il modo migliore per vivere appieno, a 360°, la storia che ha immaginato Oda. Non c’è niente di male nel vedere o nel seguire anche l’anime o il live action; ma è chiaro che, ora come ora, rappresentano quasi delle estensioni del manga. Non c’è nessun vero approfondimento e non c’è nessuna vera intenzione, quantomeno nel live action, di discostarsi e di provare a costruire una serie indipendente, con le sue regole e i suoi punti di forza, capace di andare avanti in televisione, senza dipendere troppo dal manga (non ci riferiamo alla trama originale o agli elementi visivi; ci riferiamo principalmente al suo ritmo e alla sua costruzione narrativa).
A volte manca una visione più critica e più ampia. Il manga di One Piece è, di fatto, una sorta di Bibbia tanto per l’anime quanto per la serie di Netflix. E viene vissuto – anzi, interpretato – come una regola infrangibile da un certo pubblico. Ma di nuovo, come dicevamo prima: dove inizia il senso di un’opera di finzione, immaginata con il chiaro scopo di intrattenere gli altri e di raccontare una storia, se la si prende così sul serio, se non è nemmeno possibile esprimersi onestamente sui suoi punti deboli o meno riusciti? La forza di One Piece, dopotutto, è sempre stata questa. Oda, con il tempo, è migliorato. O almeno, ha trovato una sintesi tra necessità stilistiche e grafiche, e tra scrittura e pianificazione.
Non sempre è stato in grado di ottenere il risultato sperato, e anche questo va detto. Ma non possiamo dire che l’anime e la serie live action di One Piece debbano essere apprezzate, acriticamente, solo perché tratte dal manga. Non sarebbe corretto. E non sarebbe corretto soprattutto di fronte all’impegno di Oda. Con il manga, è ancora possibile una fruizione più immediata, personale e addirittura più intima. Con l’anime e, soprattutto, con il live action, intervengono altri fattori, come l’ansia sociale e la voglia di partecipare attivamente al dibattito del gruppo, che mettono a dura prova l’esperienza dello spettatore che vuole vivere One Piece a modo suo, anche – se è il caso – criticandolo.