Nefertiti è davvero sepolta con Tutankhamon? L’egittologo: “La teoria delle stanze segrete non ha basi solide”

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L'egittologo Gianluca Miniaci
L’egittologo Gianluca Miniaci spiega a Fanpage come la teoria delle camere e del corridoio nascosti nella tomba del faraone bambino rappresenti una speculazione smentita dalle moderne prospezioni geofisiche e senza fondamenti scientifici.

La Valle dei Re custodisce ancora il segreto archeologico più affascinante del secolo? Da anni la comunità scientifica si divide sull’ipotesi che la camera funeraria di Tutankhamon possa nascondere, dietro le sue pareti dipinte, la tomba mai trovata della leggendaria regina Nefertiti. Tra moderne scansioni georadar, antiche strategie di “camouflage” dei tombaroli e accesi dibattiti storici tra studiosi di tutto il mondo, a fare il punto sulla lunga e affascinante storia giunta fino ai nostri giorni è il professore Gianluca Miniaci, egittologo di fama internazionale e docente di Archeologia, Lingua e Storia dell’antico Egitto presso l’Università di Pisa. Con una solida esperienza maturata in istituzioni come il British Museum e il Louvre, Miniaci dirige attualmente sul campo due importanti missioni archeologiche in Egitto: gli scavi nel cimitero di Dra Abu el-Naga a Luxor e presso il sito di Zawyet Sultan nel Medio Egitto. In questa intervista, a pochi giorni dalla partenza per una nuova campagna archeologica, ci guida oltre le suggestioni del mito per analizzare con il rigore della scienza i dati reali che si celano dietro l’enigma, che resiste dai tempi di Carter.

Professore Miniaci, la tomba di Tutankhamon nasconde davvero la sepoltura di Nefertiti?

Esiste qualche remota possibilità dovuta al fatto che la tomba di Nefertiti non è ancora stata trovata, che Tutankhamon aveva vincoli di parentela con Nefertiti e che il suo sepolcro è troppo piccolo per essere quello di un faraone. Ma sono speranze legate più alla parte emozionale del lavoro di un egittologo.

Cosa intende dire?

Non bisogna mai tralasciare la parte scientifica su cui si basa la disciplina archeologica. Accurati sondaggi eseguiti con sofisticati sistemi di indagine non invasiva del sottosuolo, tramite il georadar e la modellazione tridimensionale, non hanno rilevato né porte murate né passaggi segreti. E su questo c’è poco da discutere.

Ci può spiegare come si è giunti all’utilizzo di queste moderne tecnologie di mappatura nella camera funeraria di Tutankhamon?

Nel 2015, per verificare la teoria di Nicholas Reeves secondo cui dietro le pareti si nasconderebbero altre stanze, viene chiamato lo specialista giapponese in georadar Hirokatsu Watanabe, ma le scansioni da lui condotte hanno dato risultati approssimativi. L’anno successivo, grazie alla collaborazione tra l’egittologo Zahi Hawass e il professore Francesco Porcelli del Politecnico di Torino, il rilevamento si è avvalso di due sistemi di grande attendibilità: quello di 3D Geo-Imaging e di Geostudi Astier (due aziende italiane leader nella strumentazione e nei software di geofisica applicata, ndr).

Di che si tratta?

Vengono impiegati metodi di prospezione geofisica, tra cui il Georadar (GPR Ground Penetrating Radar), la Tomografia di Resistività Elettrica (ERT Electrical Resistivity Tomography) e la magnetometria, che, attraverso l’interpretazione dei segnali e lo studio delle risposte fisiche del terreno, permettono di individuare i pieni e i vuoti o di distinguere la differenza tra i vari materiali. In sostanza, è possibile accertare la presenza sia di un mattone che di un ambiente vacante. Nel caso specifico, le strumentazioni di 3D Geo-Imaging e di Geostudi Astier non hanno evidenziato alcuna anomalia dietro le pareti nord e ovest. Nel 2018 per la comunità scientifica la questione era di fatto chiusa.

Chi l’ha riaperta e perché?

A riaprire il dibattito sono stati due ricercatori: l’ingegnere strutturale George Ballard, che in passato aveva già collaborato con il team di Porcelli prima di prendere una strada indipendente, e il geofisico egiziano Abbas Mohamed Abbas. La ricerca, guidata dall’archeologo ed ex ministro Mamdouh Eldamaty e a cui partecipa lo stesso Reeves, ha adottato il metodo ERT affiancato alla microgravimetria. L’ERT, ricordiamolo, è usato per mappare grandi anomalie elettriche sotto lo strato roccioso, quindi stanze vuote e gallerie molto più profonde, oltre i dieci metri, rispetto ai livelli raggiunti dal GPR, limitati invece a scansioni radar volumetriche ad alta risoluzione dei soli primi metri di sottosuolo o delle pareti.

E la microgravimetria?

Misura le piccolissime variazioni del campo gravitazionale terrestre per individuare la densità dei materiali.

Cioè?

Permette di identificare anomalie nelle strutture rocciose o nelle masse murarie, poiché rileva la minore attrazione gravitazionale causata dalla mancanza di massa, confermando così la presenza di una cavità o di una stanza nascosta. Per meglio dire, se c’è uno spazio vuoto, una grotta o una galleria, in quel punto c’è meno massa rispetto alla roccia piena e perciò lo strumento misurerà una gravità leggermente inferiore.

In che modo l'introduzione della microgravimetria ha modificato l'approccio rispetto a quello dei precedenti ricercatori?

Reeves e compagni, anziché scansionare dall’interno della camera di Tutankhamon, hanno effettuato le analisi dall’alto, direttamente dalla superficie soprastante, per verificare la presenza di cavità sottostanti.

Sulla collina?

Sì. In questo modo avrebbero evidenziato sei anomalie, assimilandole a potenziali stanze. La critica principale mossa ai risultati di Torino è che le stanze segrete non si troverebbero immediatamente dietro le pareti della tomba, bensì collegate tramite un profondo corridoio. Secondo il gruppo di Reeves, il team del Politecnico non ha intercettato questo passaggio perché sarebbe interamente ostruito da detriti e pietre, e la massa di sassi ha ingannato i radar interni, facendo apparire il corridoio come roccia continua.

Il dottor Catanzariti, geologo della missione Porcelli, in una recente intervista rilasciata a Fanpage.it, ha respinto le contestazioni, precisando che l’ipotesi di un corridoio colmato da detriti era già stata messa in conto nelle loro elaborazioni. Inoltre, viene evidenziato che lo studio di Abbas, Ballard e Reeves è stato pubblicato nel 2026 su un Occasional Paper non sottoposto a revisione scientifica. Qual è il suo parere in proposito?

Condivido le perplessità. Pertanto, prima di poter esprimere un giudizio definitivo e rigoroso, è necessario attendere la pubblicazione del lavoro scientifico ufficiale per esaminare la documentazione e comprendere quali tecnologie e strumentazioni siano state effettivamente adoperate. Al momento, l’equipe non ha presentato risultati concreti, ma ha annunciato l’intenzione di effettuare a breve, ottenuti i permessi governativi, alcuni micro-carotaggi con perforazioni di 7-8 centimetri nei punti in cui avrebbero individuato le presunte anomalie. Fino ad allora, senza dati strutturati, l’ipotesi di queste sei stanze rimane priva di un reale fondamento scientifico.

Professore, al di là degli aspetti tecnici di geofisica, e guardando invece alla storia dell’architettura egizia, l’ipotesi di camere nascoste all’interno della tomba di Tutankhamon può comunque considerarsi valida?

In termini congetturali, la teoria è plausibile. Gli antichi egizi ricorrevano spesso a una sorta di “camouflage”, una vera e propria strategia di ingegneria della sicurezza.

Camuffamento? Perché?

Nelle tombe reali del Nuovo Regno, intorno al 1500 a.C., la struttura prevedeva una discesa scavata nella roccia della montagna tebana che conduceva a varie camere, incrociando lungo il percorso la cosiddetta “stanza del pozzo”. In questo ambiente veniva realizzato un condotto verticale, concepito anche per depistare i tombaroli, costringendoli a fermarsi o rallentandone drasticamente la razzia.

E poi? 

Successivamente, le pareti di questa cavità venivano sigillate con mattoni, coperte di intonaco e dipinte, celando dietro la malta il passaggio, una sorta di porta segreta. È qui che scattava il vero inganno: i profanatori si confondevano sulla reale direzione della galleria poiché, una volta sepolto il faraone, l’accesso alla prosecuzione della tomba non lasciava alcuna traccia visibile dall’esterno.

In quali tombe, in particolare, si riscontra l’espediente della “stanza del pozzo”?

Questa soluzione architettonica compare per la prima volta proprio sotto il regno di Thutmosi III, faraone della XVIII dinastia (1450 a.C. circa), nella sua tomba, la KV34 della Valle dei Re, dove il profondo fossato è chiaramente visibile all’inizio del percorso ipogeo e oggi i turisti lo superano grazie a una passerella di legno. A partire da quel momento, l’uso di tale stratagemma protettivo divenne uno standard e continuò a essere un elemento fondamentale anche nelle dinastie successive, come dimostra la splendida tomba di Seti I, la KV17 (1300 a.C. circa).

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Gianluca Miniaci

Lei prima ha detto che il pozzo è concepito anche per depistare. Quindi aveva altre funzioni?

Serviva per raccogliere le rare ma devastanti piogge torrenziali del deserto, evitando che la camera funeraria decorata si allagasse.

Dunque fungeva da barriera contro i ladri e da cisterna per le alluvioni.

Esiste una terza finalità.

Quale?

Il pozzo aveva uno scopo religioso e simbolico. Rappresentava per l’anima del defunto una sorta di porta tra l’oltretomba e il mondo dei vivi. Dal punto di vista rituale, infatti, doveva raggiungere idealmente le acque sotterranee della terra, dove si trovava l’oltretomba, e da qui riportare il sovrano defunto sulla terra dove poteva attingere il potere della rigenerazione eterna.

A proposito di viaggio nell’aldilà, lo si ritrova raffigurato nell’apparato decorativo della tomba di Tutankhamon. Reeves parla di fasi di riciclo, perché?

In uno dei suoi articoli, della serie “The Burial of Nefertiti?”, argomenta che la parete nord celerebbe un riadattamento di dipinti e intonaci nati in origine per la regina Nefertiti e poi modificati in fretta e furia per seppellire Tutankhamon, morto prematuramente.

Una sorta di rielaborazione d’emergenza, quindi. Ma su quali presupposti si basa questa tesi?

Secondo l’egittologo inglese, in una scena di questa parete in cui il nuovo faraone Ay compie il rito dell’apertura della bocca, ovvero della restituzione dei sensi dopo la morte, sulla mummia di Tutankhamon, suo predecessore, i cartigli reali sarebbero stati alterati. Quello di Ay rivelerebbe un’iscrizione precedente recante il nome di Tutankhamon che celebra il rito funebre per la proprietaria originaria della tomba, Nefertiti. Si tratta però di una tesi molto controversa, che tira in ballo l’analisi stilistica delle pitture.

Come?

Per dirla in sintesi, secondo Reeves sotto il cartiglio del faraone Ay, che celebra il rito, vi sarebbero tracce del nome di Tutankhamon e sotto la figura di Tutankhamon-Osiride vi sarebbero i lineamenti originali di Nefertiti. La scena originaria avrebbe quindi mostrato un giovane Tutankhamon che seppelliva la madre o matrigna e precedente sovrana Nefertiti. Alla morte improvvisa del giovane faraone, Ay avrebbe usato la tomba per seppellirvi Tutankhamon e riciclato la scena per legittimare la propria ascesa al trono.

Nefertiti diventa Tutankhamon e Tutankhamon diventa Ay?

Proprio così. Reeves nota che alcune figure presentano fisionomie spiccatamente femminili e ne deduce che si tratti in realtà di raffigurazioni di Nefertiti riscritte a nome di Tutankhamon. A mio avviso è una congettura debole: l’arte di quel periodo risente ancora fortemente dello stile amarniano, che per convenzione estetica rappresentava la figura maschile in modo fortemente effeminato. Non siamo davanti a un mascheramento d’identità, ma a una precisa scelta stilistica dell’epoca. Anche l’argomentazione riguardante lo sfondo, inizialmente bianco e poi dipinto di giallo per emulare i canoni associati a Nefertiti, risulta oggettivamente fragile.

Quali canoni?

Lo studioso sostiene che l’ambiente iniziale fosse bianco poiché concepito per una regina, prendendo come esempio celebre la tomba di Nefertari (la QV66). Anche in questo caso, però, siamo davanti a una forzatura: nella Valle dei Re non abbiamo tombe di regine risalenti alla XVIII dinastia. Reeves aggira il problema ipotizzando che Nefertiti, alla fine del regno di Akhenaton, avesse rivestito la coreggenza con il nome di Neferneferuaton e, alla morte dello sposo, avesse assunto il titolo di faraone regnando come Smenkhkara. Tuttavia, dal punto di vista storico non abbiamo alcuna evidenza scientifica di questo passaggio di potere.

Mancanza di prove?

Il periodo che intercorre tra la fine del regno di Akhenaton e l’ascesa di Tutankhamon è estremamente nebuloso. Le fonti a nostra disposizione sono frammentarie e si prestano a letture contrastanti, alimentando ricostruzioni opposte e pareri del tutto discordanti tra gli egittologi.

Oltre a questi indizi pittorici, Reeves individua anomalie anche nella struttura architettonica. In che modo la planimetria supporterebbe l’ipotesi di una tomba preesistente?

La sua tesi si basa sulla deviazione verso destra dell’asse della struttura. Questa pianta anomala a L indicherebbe un radicale cambiamento in corso d’opera per riadeguare d’urgenza una tomba preesistente. Esattamente come per i dipinti, mi sembrano argomentazioni fragili che non reggono di fronte a verifiche oggettive.

Professore, dove è sepolta Nefertiti?

Questa è davvero la domandona, il cuore dell’intero enigma. Al momento, di lei non sappiamo dove sia finita la mummia né conosciamo l’ubicazione della tomba. Sicuramente la sua camera funeraria originaria era stata fatta scavare dal marito, il faraone Akhenaton, nella tomba reale dell’antica città di Akhetaton, oggi Amarna, da lui stesso fondata. La TA26 venne progettata con due stanze sepolcrali: una è stata completata e ha ospitato Akhenaton finché non è stato (ri)collocato molto probabilmente nella KV55 della Valle dei Re, mentre la seconda, quasi sicuramente destinata a Nefertiti, è rimasta incompleta. Poiché sembra che Nefertiti sia sopravvissuta al marito, da qui comincia il mistero: forse non è mai stata sepolta lì, o forse da Amarna il corpo è tornato a Tebe, l’odierna Luxor. Ricordiamo che Nefertiti non era solo la grande sposa reale di Akhenaton, ma potrebbe aver rappresentato la figura chiave che serviva a legittimare la successione al trono del giovane Tutankhamon.

Che ruolo ha questa parentela nel misterioso albero genealogico di Tutankhamon?

Questo intreccio familiare si colloca al centro del dibattito sulle origini di Tutankhamon, una genealogia ancora oggi enigmatica a causa di fonti frammentarie e confuse. Una prima tesi identifica Nefertiti come madre del sovrano. Secondo questa ricostruzione, la regina sarebbe stata figlia di un fratello di Tiye, madre di Akhenaton. Tuttavia, l’identità dei genitori biologici resta un rompicapo. Se la paternità di Akhenaton appare probabile, è noto che dalle unioni ufficiali egli ebbe solo figlie femmine. Per spiegare la nascita di un erede maschio, alcuni studiosi avanzano l’ipotesi di un incesto tra Akhenaton e una delle sue stesse figlie.

Un presunto legame politico e familiare potrebbe aver spinto Tutankhamon a portare Nefertiti con sé nella propria sepoltura?

Nel contesto dinastico egizio capitava che i sovrani decidessero di far traslare i sarcofagi dei propri genitori o predecessori per accoglierli all’interno delle proprie tombe reali, come nel celebre caso della regina Hatshepsut che portò il sarcofago del padre nella sua tomba della Valle dei Re, la KV60 (1430 a.C. circa). Ed è proprio da questo presupposto storico che nasce l’idea di Nicholas Reeves: non avendo ancora individuato né il corpo né una tomba per la regina, lo studioso inglese ipotizza che Nefertiti sia stata nascosta proprio lì, in una camera segreta all’interno della tomba di Tutankhamon.

È vero che Nefertiti fu faraone?

Non abbiamo evidenze storiche solide secondo cui avrebbe regnato come monarca autonoma. È una supposizione, originata del marasma che caratterizza la fine della XVIII dinastia. Tra il regno di Akhenaton e quello di Tutankhamon compare un faraone di nome Ankheperura. Secondo una teoria suggestiva ma fortemente dibattuta, dietro questo nome si nasconderebbe proprio Nefertiti, che avrebbe assunto sembianze e attributi maschili pur di governare. Di contro, molti egittologi ritengono invece che la regina fosse morta prima del marito. È un periodo storicamente oscuro, anche perché gli archivi di Stato si stavano spostando da Tell el-Amarna per ritornare a Tebe, lasciandoci una documentazione lacunosa.

Ma allora chi era davvero Nefertiti?

Era la grande sposa reale di Akhenaton ed è conosciuta principalmente per due motivi. Il primo è che fu la compagna del faraone “eretico”, il sovrano rivoluzionario che introdusse e impose il culto del disco solare Aten come unica divinità da adorare, chiudendo i templi degli altri dei, in particolare del potente Amon. Il secondo motivo, inutile negarlo, è il suo celeberrimo busto conservato al Neues Museum di Berlino.

Sono sorti dubbi sull’autenticità del reperto. È così perfetto da sembrare un falso moderno. 

Al contrario, è un pezzo assolutamente autentico e proviene da uno scavo archeologico documentato in maniera rigorosa. Fu scoperto nel 1912 all’interno del cosiddetto “laboratorio dello scultore Thutmosi” ad Amarna, da Ludwig Borchardt, egittologo tedesco che ha lasciato rapporti di scavo dettagliati. Spesso il pubblico conosce soltanto questo meraviglioso busto colorato, ma nella stessa bottega furono rinvenuti almeno una quarantina di altri busti e volti di Akhenaton e di Nefertiti, scolpiti in materiali diversi e privi di pittura. Quando la capitale Amarna fu abbandonata, tutti questi oggetti vennero lasciati lì.

Dunque non era una statua destinata a un tempio o a una tomba?

No, nasce come bozzetto preparatorio, un modello d’officina che serviva allo scultore come prototipo tridimensionale per realizzare le grandi statue ufficiali in pietra o in rame. Era uno studio artistico impiegato per copiare le sembianze di Nefertiti su altre opere, per fare le prove delle proporzioni e, nel caso specifico, persino per testare la resa del colore. Altri esemplari trovati nella bottega, infatti, non presentano alcuna colorazione.

Cosa sappiamo invece delle origini di Nefertiti? Da quale famiglia proveniva?

Come ho accennato in precedenza, sembra che potesse essere la nipote o una stretta parente della regina Tiye, la grande sposa reale di Amenofi III, una figura storica a cui spesso si dà poca importanza. Quando si entra al Museo del Cairo di piazza Tahrir, la prima cosa che impressiona il visitatore è la colossale statua dinastica di Amenofi III e Tiye, genitori di Akhenaton, alta circa sette metri. È uno dei rari casi nell’arte egizia in cui la regina è rappresentata con le stesse identiche dimensioni del faraone, a testimonianza di un potere considerevole. Tiye non aveva origini regali di nascita, la sua famiglia proveniva da Akhmim, nell’Alto Egitto, ed apparteneva a un’aristocrazia locale molto influente. Con Nefertiti, quella stessa famiglia riuscì a insinuarsi nuovamente nel ramo principale della dinastia reale.

Per concludere, professore, perché le teorie di tunnel segreti e stanze nascoste continuano a dividere gli studiosi e ad affascinare così tanto il grande pubblico?

Credo che tocchino una corda insita nella nostra natura: il fascino archeologico della scoperta, l’attrazione innata verso ciò che è sconosciuto. Quando sono in aula, i miei studenti mi pongono spesso la domanda: “Professore, cosa c’è ancora da scoprire in Egitto?”. Io sorrido e rispondo che c’è un’infinità di cose da studiare e da comprendere nel già noto. Eppure la loro mente corre inevitabilmente là, verso ciò che è ancora sepolto sotto la sabbia. È un desiderio di conoscenza che va oltre la disciplina accademica, è l’impulso che muove da sempre l’umanità.

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