Il geologo italiano che ha mappato la tomba smonta il giallo di Tutankhamon: “Nessuna stanza segreta, solo indizi”

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Il geologo Catanzariti e la maschera funeraria di Tutankhamon
Mentre l’egittologo Reeves rilancia su Nature l’ipotesi di sei camere nascoste e chiede i permessi per perforare le pareti con mini-robot, il geofisico Catanzariti frena l’entusiasmo e avverte: “Speravamo tutti di passare alla Storia trovando la regina Nefertiti, ma la roccia non mente. Le telecamere nei muri millenari sono un azzardo senza prove scientifiche”.

Undici anni fa provocò grande clamore la teoria secondo la quale la tomba di Tutankhamon potrebbe nascondere quella di Nefertiti. Da allora il dibattito nel mondo dell’egittologia non si è mai spento, rinvigorito da ciclici apporti alla discussione e annesse polemiche, come gli affluenti di un fiume in piena. Tutto nacque nel 2009 dal progetto della Factum Arte di Madrid che all’ingresso della Valle dei Re, accanto alla Carter’s House, volle realizzare una copia a grandezza naturale dell’ultima dimora del faraone appartenente alla XVIII dinastia, allo scopo di proteggere l’originale dal turismo di massa. Per farlo le superfici dell’ipogeo vennero acquisite millimetricamente tramite laser scanner 3D, rilievi integrati da oltre sedicimila fotografie scattate ad alta risoluzione, successivamente rese pubbliche e liberamente consultabili online.

In queste immagini furono catturati il colore e la texture dei dipinti murari e vennero registrate la forma esatta e le imperfezioni delle pareti. Il materiale raccolto confluì in un prezioso database utilizzato dall’egittologo inglese Nicholas Reeves per formulare, nell’estate del 2015, una delle teorie archeologiche più affascinanti e discusse degli ultimi decenni: la tomba KV62 era in origine molto più grande e costruita per una regina, identificata in Nefertiti, ma riciclata a causa della morte prematura del giovane Tutankhamon.

Fin dall’inizio la comunità scientifica ha sottoposto a circostanziate critiche il lavoro di Reeves che proprio in questi giorni, a distanza di undici anni dalla pubblicazione del primo studio, ha rilanciato la sua ipotesi con un nuovo approfondimento (cofirmato con l’ingegnere George Ballard e il geofisico Abbas Mohamed Abbas) pubblicato su Nature, nell’ambito della ricerca guidata da Mamdouh Eldamaty, professore di Egittologia all’Ain Shams University del Cairo e già ministro delle Antichità. Lo studio è articolato in tre parti. Dopo la prima di sintesi del lavoro svolto finora da Reeves e la seconda in cui Ballard riesamina i risultati degli altri gruppi di ricerca ribaltando le conclusioni, nella terza parte vengono presentati i dati delle campagne geofisiche condotte nel 2023-2024 con l’utilizzo del georadar, della microgravimetria e della tomografia a resistività elettrica.

Durante questo decennio si sono succedute diverse campagne di scansione georadar (Ground Penetrating Radar) per tentare di vedere ciò che a occhio nudo è impercettibile, ovvero per verificare la presenza di effettivi vuoti strutturali dietro quelle pareti. All’ispezione del 2017-2018 ha preso parte anche il geologo italiano Gianluca Catanzariti, responsabile della 3DGeoImaging di Torino, esperto in fisica applicata e profondo conoscitore dei siti archeologici egiziani. Catanzariti vanta un’esperienza ultraventennale e competenze specifiche nei rilievi con georadar e nel post-processing avanzato di dati 3D, soprattutto in campo archeologico. Ha partecipato al progetto di mappatura completa della Valle dei Re (VdR Luxor), è stato membro della missione nella cosiddetta Valle delle Scimmie, il ramo occidentale della necropoli reale indagato dal famoso egittologo Zahi Hawass, ed è stato coinvolto nelle ricerche della tomba di Cleopatra con l’archeologa Kathleen Martínez nel tempio di Taposiris Magna.

Dottor Catanzariti, l’articolo apparso sulla rivista Nature del 17 settembre reca come titolo "New evidence for hidden chambers beyond Tutankhamun's tomb". Quali sarebbero queste nuove prove sull’esistenza di camere nascoste nella tomba di Tutankhamon?

Direi che è stata chiamata molto generosamente evidenza qualcosa che si avvicina più all’indizio. Ma è una disputa che va avanti dal 2015.

Può spiegarci meglio?

Nell’ultimo decennio la tomba KV62, nota come ultima dimora del faraone Tutankhamon, è stata oggetto di indagini per ben tre volte, escludendo la documentazione digitale raccolta nel 2009. Partiamo dal 2015, quando l’allora ministro egiziano delle Antichità, Mamdouh Eldamaty, arrivò a sostenere la quasi certezza della presenza di queste stanze e a parlare di scoperta del secolo.

Eldamaty disse che tale scoperta, se confermata, avrebbe eclissato persino quella della tomba di Tutankhamon. Ma da chi fu promossa la ricerca?

La teoria è dell’egittologo Nicholas Reeves. Lo studioso britannico, sulla base dell’attenta osservazione di precedenti rilievi fotografici ad altissima risoluzione, trovò alcune discontinuità nelle pareti ovest e nord della camera funeraria. La sua tesi fu avvalorata da una reinterpretazione delle decorazioni parietali, su cui però non mi esprimo perché non sono un egittologo e le osservazioni stilistiche iconografiche non mi competono.

A quali conclusioni giunse Reeves?

Notando lesioni quasi invisibili e riconducibili a portali sugli intonaci ne dedusse che la camera funeraria dava accesso a due passaggi murati.

Si riferisce alle tracce di apertura nella parete nord, dietro cui si troverebbe il sepolcro di Nefertiti, e al presunto secondo ambiente nascosto dal muro ad ovest e destinato a custodire altri tesori del già ricco corredo di Tutankhamon?

Sì, ma nell’impossibilità di toccare le pareti dipinte si decise di utilizzare un georadar per la conferma definitiva e venne ingaggiato lo specialista giapponese Hirokatsu Watanabe.

Lei prima ha parlato di tre indagini, quella di Watanabe sarebbe perciò la prima. Cosa successe a questo punto?

Watanabe confermò la teoria di Reeves. La possibilità degli ambienti finora sconosciuti passò dal 60 al 90 per cento, ma mancava la certezza assoluta e l’elaborazione dei dati dell’esperto giapponese suscitò non poche perplessità.

Perché tanti dubbi?

Venne segnalata nelle presunte cavità addirittura la presenza di oggetti in materiale metallico e organico. Si vollero vedere finanche le mummie, conclusione che lasciò stupefatta tutta la comunità scientifica poiché il georadar di certo non è in grado di intercettare una mummia. Nel frenetico rincorrersi di notizie e smentite, condito da contraddittori a colpi di comunicati stampa, nella primavera del 2016 entrarono in scena i tecnici americani della National Geographic Society che, con una strumentazione più sofisticata e coadiuvati da una squadra di esperti egiziani, avevano ottenuto il permesso di replicare gli esperimenti di Watanabe.

Siamo quindi alla seconda indagine.

Esatto.

Ma cosa c’entra la National Geographic?

Era impegnata in un documentario esclusivo su Nefertiti e diventò sponsor del nuovo progetto di ricognizione.

Intanto era stato nominato il nuovo ministro delle Antichità Khaled el-Anani, oggi direttore generale dell’Unesco, e l’entusiasmo contagioso iniziò a cedere il posto alla prudenza.

Basti pensare che, dopo l’intervento di Watanabe, l’idea era quella di procedere a sondaggi endoscopici con una telecamera inserita in piccoli fori praticati nei muri. Per scongiurare tale eventualità che avrebbe potuto provocare danni irreversibili, il governo egiziano decise di coinvolgere la National Geographic, la quale ripeté la scansione, smentendo clamorosamente Watanabe.

Un colpo di scena che fa di questa storia un autentico romanzo di avventura. Altro che Indiana Jones.

E non finisce qui.

Mi scusi, l’ho interrotta, come avvenne la smentita?

Le informazioni emerse dal sondaggio dell’ingegnere Eric Berkenpas, per conto della National Geographic, furono sottoposte al rigoroso vaglio scientifico di una decina di esperti indipendenti di varie nazionalità, tra cui io. La conclusione fu univoca e annunciata durante un congresso al Cairo: non c’erano evidenze di alcuna stanza, né di alcun riempimento.

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Davanti alal tomba di Tutankhamon (ph Gianluca Catanzariti)

Insomma, la tesi di Reeves e Watanabe venne confutata e due diverse scansioni portarono a conclusioni contraddittorie. Lei fu coinvolto soltanto nell’esame dei dati?

No, anche sul campo, perché a causa di questa discordanza di dati il Ministero delle Antichità egiziano commissionò una terza scansione non invasiva con georadar sotto la direzione di Francesco Porcelli, professore ordinario di Fisica della Materia presso il Politecnico di Torino, in collaborazione con tre aziende private. Alla campagna partecipai anche io. Dopo un anno di attesa dei permessi, nel 2017 finalmente ci recammo in Egitto.

E questa è la terza indagine. Una sorta di prova del nove con aspettative molto alte, tanto che venne soprannominata “investigation tie-breaker”, l’indagine spareggio, perché aveva il compito di risolvere la lunga controversia. Quale fu l’approccio del nuovo team GPR?

Non iniziammo a lavorare subito dentro la tomba di Tutankhamon, ma fuori, nella Valle dei Re. Riuscimmo a mappare tridimensionalmente l’area circostante la tomba KV62 mediante una tecnica integrata che utilizzò il GPR, la magnetometria e la tomografia di resistività elettrica (ERT) per valutare meglio l’eterogeneità dei terreni. Il contesto è un complesso mix di depositi alluvionali naturali e rimaneggiamenti antropici dovuti a secoli di scavi. Effettuammo misurazioni che in pratica sono quelle riportate negli ultimi studi di Reeves e Ballard, ma, a differenza loro, la nostra ricerca è stata pubblicata nel 2019 su una rivista scientifica, il Journal of Cultural Heritage, soggetta agli standard di revisione.

E all’interno della tomba?

Agli inizi del 2018 acquisimmo informazioni per un’intera settimana, ma nessuna novità. Dopo un mese e mezzo di elaborazione dei dati, nei radarogrammi non riscontrammo alcuna evidenza di discontinuità significative dovute al passaggio dalla roccia naturale alle pareti di contenimento artificiali, cioè alle ipotetiche porte tamponate in muratura.

In altre parole?

Ancora una volta non c’erano evidenze né di vuoti né di riempimenti. Nessuna camera nascosta. Speravamo tutti che ci fosse qualcosa e di passare alla Storia come gli scopritori della tomba di Nefertiti, ma l’ultima parola spetta alla Scienza.

Porcelli dichiarò che le anomalie riscontrate nelle precedenti prospezioni potevano dipendere da cosiddetti “segnali fantasma”, per meglio dire le onde radar, invece di penetrare nella roccia calcarea, sono scivolate sull’intonaco dipinto, conduttore di elettricità, e rimbalzate sulla parete opposta o sul sarcofago in quarzite, facendo sballare il risultato. Fine del romanzo?

Assolutamente no.

In che senso?

Reeves non si è arreso e ha pubblicato altri due articoli, uno nel 2019 e l’altro nel 2020, della serie “The Burial of Nefertiti”, arrivata nel settembre 2026 alla quarta puntata.

Non si dà pace.

Il punto è che il nostro lavoro viene attaccato, siamo stati accusati di non aver condiviso tutti i dati, cosa non vera perché se la rivista ci avesse chiesto la condivisione, non avremmo avuto nessun problema a farlo, ci sono di mezzo prestigiose istituzioni accademiche. Eppure i nostri stessi dati vengono utilizzati per sostenere le loro teorie che cambiano di continuo. Ma, guardi, non mi va e non mi interessa alimentare polemiche, né diventarne il portavoce. La questione è che, nel merito, questo studio di evidenze non ne ha, di contraddizioni ne ha parecchie.

Dove sono state pubblicate le ultime interpretazioni di Reeves e Ballard?

In un Occasional Paper non sottoposto, per quanto io sappia, al processo di “peer review” indipendente per garantire oggettività, qualità e affidabilità.

Stando così le cose, si tratterebbe di strumentalizzazione dei dati.

Vengono adattati alle necessità della teoria. Le stanze passano da 2 a 6 e compare un corridoio largo 2 metri e discendente di circa 25-30 metri. Ma la Valle dei Re è un luogo in cui bisogna lavorare con una precisione topografica pazzesca e, soprattutto, l’intensità di questi segnali, sui quali baserebbero addirittura l’esistenza di sei stanze, è davvero assai debole.

Cos’è la microgravimetria usata in quest’ultima ricerca?

La microgravimetria è un metodo geofisico che misura la densità della roccia: laddove c’è un vuoto, ovvero una cavità, la densità scende, perché manca del materiale, e si genera così un valore di gravità inferiore rispetto all’area circostante. Ma la decodifica delle anomalie gravimetriche è intrinsecamente complessa e impone una valutazione estremamente accorta, data la natura multifattoriale del segnale registrato.

Perché il team italiano si sarebbe sbagliato?

L’accusa di non aver individuato il corridoio perché eravamo alla ricerca di una grande cavità dietro il muro è falsa, poiché l’eventualità di spazi colmati da detriti era stata messa in conto. Se ne parlò anche con Ballard, perché l’ingegnere avrebbe dovuto far parte del nostro team guidato da Porcelli, ma siccome Reeves era stato estromesso dal nuovo ministro delle Antichità, Ballard non ha più collaborato. Mi permetta una considerazione.

Prego.

I vuoti adesso non esistono più, siamo d’accordo. Se ci sono, si trovano a 15-20 metri oltre la parete nord e li avrebbero visti grazie a queste nuove misure che hanno eseguito da superficie, cioè fuori la tomba, e che sono ritenute coincidenti con quelle di Torino. Ma allora i nostri dati prima sono disapprovati e poi impiegati per argomentare la loro tesi? Quando il georadar funziona, non c'è nulla da discutere: o ci sono segnali visibili da chiunque oppure non ci sono. E non si possono cambiare le interpretazioni dei dati in funzione di quello che si sta cercando.

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Scavi nella West Valley (ph Gianluca Catanzariti)

Cosa sono le anomalie 6 e 10?

Sono le anomalie che avrebbero trovato dietro la parete nord e la parete ovest. La geofisica utilizza la fisica per ottenere i rilievi di strutture sepolte. In questo caso i dati del georadar non supportano l’esistenza di alcun vuoto o corridoio. Siamo passati da vuoti esistenti a 30 cm ad un corridoio largo 2 metri che dovrebbe proseguire per oltre 20, lungo il quale ci sarebbero 6 stanze. Insomma, l'obiettivo ogni volta si sposta.

Il georadar non può vedere tutte queste strutture?

Il georadar normalmente lavora bene sui primi 2-3 metri, sul calcare potrebbe andare un po’ più in profondità e generalmente lo fa, ma il calcare della Valle dei Re è molto alterato, è una roccia non così omogenea. Le faccio un esempio, nel tempio di Taposiris Magna, alla ricerca della tomba di Cleopatra, ho investigato i primi 2 metri, ho trovato anomalie, ho segnalato ed in effetti lì sotto c'era qualcosa. A Luxor stiamo parlando di tombe che si trovano a 7, 15, 20 metri di profondità e quindi va bene usare la microgravimetria, ma con quei numeri che vengono presentati, parlare di evidenze è scorretto.

Quindi nemmeno la microgravimetria può aiutare?

Un conto è se si lavora su una pianura, dove posizionare correttamente nello spazio le misure è fattibile. Se invece si lavora su un pendio molto inclinato, si generano particolari effetti sulle misure che sono causati dalla stessa topografia e vanno corretti in modo chirurgico. Bisogna muoversi con una precisione dell’ordine di 1-2 due centimetri soltanto per localizzare il punto in cui stai misurando.

E in questo caso specifico?

Se stai cercando una tomba e, sulla base del modello teorico, ti aspetti che produca un’anomalia di ampiezza molto piccola, confrontabile con le variazioni generate dall’ambiente e dal rumore di fondo, il problema diventa inevitabilmente quello di distinguere il segnale dal rumore. Non significa necessariamente che le misure siano di cattiva qualità, vuol dire che il segnale che stai cercando si trova vicino al limite di risoluzione effettiva del metodo in quelle condizioni. In questo caso, piccole anomalie possono avere molteplici cause e la loro interpretazione richiede particolare cautela.

Secondo quanto dichiarato al giornalista di Nature, Ballard avrebbe chiesto al Supreme Council of Antiquities (SCA) il permesso di perforare la parete della tomba di Tutankhamon con fori del diametro di 7-8 centimetri nei quali calare piccoli robot dotati di telecamere. L’auspicio è di iniziare a novembre, ma sono in molti a pensare che le autorità egiziane non rilasceranno alcuna autorizzazione, visto il clima di incertezza scientifica.

Se succedesse, ne sarei anche io parecchio stupito. Anche la National Geographic aveva preparato questi mini-robot, ma non se ne fece nulla.

A suo parere perché l’ipotesi di spazi segreti nella tomba di Tutankhamon continua ad affascinare e dividere?

Lo stesso Howard Carter dovette attraversare porte sigillate o falsi muri prima di arrivare alla camera funeraria e, alla luce di una teoria sviluppata da un egittologo noto come Nicholas Reeves, era inevitabile e doveroso prestare attenzione. Ma occorre seguire il percorso scientifico, senza deviazioni.

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