Marco Castello, gigante del pop italiano che restituisce alla musica il senso di comunità
L'aria che si respira al concerto di Marco Castello riporta indietro nel tempo, quando l'indie era un genere ampio ma circoscritto, che aveva un pubblico importante senza per forza sentire il bisogno di andare a Sanremo o fare i palazzetti. Non è un discorso nostalgico, tanti artisti che una volta consideravamo indie meritano il pubblico ampio che hanno raccolto in questi anni e che la loro musica e le loro parole siano quanto più diffuse possibile. Eppure si sentiva un senso di comunità che per qualche anno si è leggermente perso, ma che in questi ultimi tempi sta tornando in auge: i luoghi musicali erano luoghi di comunità, innanzitutto, oltre che di ascolto. Quando andavi ai concerti sapevi già che avresti incontrato un gruppo di persone che gravitavano intorno a un certo tipo di attitudine musicale. Non genere, però, quello era secondario, la passione era multiforme e trasversale e non rinchiusa in canoni ben circoscritti.
Castello di quel mondo è un po' un riassunto, innanzitutto per il suo essere completamente indipendente. Quando lo abbiamo intervistato siamo passati attraverso un paio di fasi. Il cantautore siracusano, infatti, è un po' restio a parlare, non ha un vero e proprio ufficio stampa, ma si passa dal suo management: quando finalmente abbiamo chiuso la call su Zoom, e l'intervista stava per partire, lo abbiamo trovato che disegnava la locandina della presentazione del suo ultimo album, "Quaglia sovversiva". Castello è l'esempio che il "do it yourself" ha un senso e soprattutto regala ancora la possibilità di avere in mano gran parte del meccanismo industriale che gira intorno all'uscita degli album, dei singoli, del marketing e dei concerti.
Nel concerto che ha tenuto a Caserta il 2 settembre, dopo l'apertura dei Fitness Forever – una delle band cult campane che non è chiaro come non sia sulla bocca di tutti quelli che si sono innamorati nella nu wave napoletana di questi anni – Castello è salito sul palco con una formazione di otto elementi tra fiati, sezione ritmica e chitarre. Una soluzione complessa da portare in giro, ma che serve a dare il suono che il cantautore ha costruito in questi anni. Enorme attenzione alle melodie, una capacità di scrivere hook – testuali e musicali – che ti restano appiccicati in testa dopo pochi ascolti, testi che raccontano un mondo per nulla semplice da vivere. Sebbene ci sia molta rabbia nelle sue parole, le sue canzoni sembrano pillole di zucchero avvelenate.
Un po' come quando Caetano Veloso scriveva il manifesto del tropicalismo, "Alegria, Alegria", una canzone di un'allegria malinconica che dentro aveva una forte critica alla dittatura militare brasiliana che lo aveva costretto all'esilio, insieme a Gilberto Gil. Il paragone non è causale, perché la musica popolare brasiliana è una delle massime ispirazioni per Castello, che durante il concerto a Villa Carolina a Caserta ha fatto cover sia di Gil che di un'altra pietra miliare della musica brasiliana, Jorge Ben Jor. Le sue canzoni devono molto a quell'idea musicale, così come il suo canto deve molto ad artisti come Lucio Battisti, Enzo Carella e le sue atmosfere a Lucio Dalla.
Ma la sua narrazione è più marcatamente politica, perché il cantautore di Siracusa non teme che il politico sia escludente, che allontani le persone, anzi. In "Narrazione", per esempio, chiude così:
Ma di questo son sicuro, mi farà sempre cacare
La violenza, in ogni caso, pure se per denunciare
E non basterà lo yoga, né qualsiasi uso globale
Finché produrrà seguaci e altre minchiate da comprare
Finché tutto ci è nemico, chiunque voglia dialogare
Non mi guarderò allo specchio per non farmi giudicare
Il tutt'uno occidentale, mercimonio universale
Non so più da dove vengo e non so manco dove andare
Ma se tra buoni e cattivi il divario è sostanziale
Insegniamo ai bimbi che bisogna odiare il capitale
Durante il concerto se la prende anche con la sicurezza che è troppo severa con alcune persone nelle prime file. In "Empireo Risolti" parla dell'inadeguatezza di coloro che pensano di essere risolti e avere le verità in tasca: "Io stavo pensando che per lo più mi chiama ‘divisivo' chi ama la divisa". In "Editto dal Sottoscoglio" si scaglia contro la presenza militare statunitense in Sicilia, "Pompe" è una metafora del consumismo (e mai così attuale). Ma la critica è anche interna, in "All'acqua gelata" critica chi si definisce "artista" contro il bisogno di avere più artigiani, in una canzone che critica l'overtourism nella propria città.
Ma l'impegno che abbiamo sottolineato non esclude in alcun modo l'aria di festa che riempie i suoi concerti. La sua musica porta quasi sempre a muoversi, a seguire il ritmo con il corpo, se non proprio a ballare. C'è chi saltava, chi si dimenava, chi sorrideva e basta, a un certo punto è partito un megatrenino e tutti, ma proprio tutti, cantavano e rispondevano al cantante che per tutto il concerto ha tenuto un filo diretto con il proprio pubblico. Quello di Marco Castello è un live da vedere, la sua musica va ascoltata, anche nelle sue note più agrodolci, come quelle di "Melo" che ha accompagnato una delle scene più commoventi di "Pesci piccoli" dei The Jackal. Castello è un gioiello, uno dei giganti del pop italiano contemporaneo e dal vivo si capisce anche di più il perché.