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Lorenzo Kamel: “Espellere i Palestinesi da Gaza sarebbe un crimine, tutte le parti rispettino il diritto internazionale”

Lo storico Lorenzo Kamel, esperto, tra altri temi, del conflitto israelo-palestinese ha descritto qual è la situazione in questo momento, quali sono gli obiettivi futuri di Israele e quali conseguenze avrebbe togliere fondi all’UNRWA.
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A cura di Francesco Raiola
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Lorenzo Kamel è uno storico ed esperto del conflitto israelo-palestinese – tra i suoi libri ci sono "Terra contesa. Israele, Palestina e il peso della storia" e "Israele-Palestina. Due storie, una speranza. La «nuova storiografia israeliana» allo specchio" – e per questo Fanpage.it gli ha chiesto quale sia la situazione in questo momento, a pochi giorni dalle scelte dei giudici della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia e dalla volontà di alcuni Paesi di togliere fondi all'UNRWA a seguito del sospetto che alcuni suoi collaboratori abbiano contribuito ai fatti del 7 ottobre scorso.

LItalia e altri otto paesi hanno sospeso i finanziamenti allUnrwa a seguito del presunto coinvolgimento di 12 suoi dipendenti nellattacco di Hamas dello scorso 7 ottobre. È una decisione giusta?

L’Unrwa ha 13.000 dipendenti a Gaza. Le autorità israeliane sostengono che 12 di quei 13,000 dipendenti, ovvero lo 0,09% della forza lavoro totale, abbiano preso parte all’attacco del 7 ottobre.  I vertici dell’Unrwa, un’organizzazione che potrà essere smantellata il giorno in cui verrà raggiunta un’accettabile soluzione politica alla questione dei profughi palestinesi, hanno prontamente licenziato quei 12 dipendenti e aperto un’inchiesta. Va ricordato che nel 2021 le autorità israeliane indicarono 6 Ong palestinesi che si occupano di diritti umani come organizzazioni “terroristiche”. A distanza di tempo, non avendo fornito alcuna prova al riguardo, 9 paesi europei hanno respinto quella accusa. Magari questa volta verrà provato che l’accusa è vera, sebbene anche l’articolo apparso sul Wall Street Journal, a firma dalla giornalista israeliana Carrie Keller-Lynn, non abbia fornito elementi dirimenti al riguardo.

In questa fase appare saggio prendere con le dovute cautele le affermazioni dei vertici politici di tutte le parti in causa, se non altro in considerazione dei numerosi precedenti e del fatto che le uniche evidenze di cui si abbia finora notizia provengano da ciò che alcuni giornalisti hanno definito “confessioni forzate, probabilmente estorte con la tortura”.

È possibile che l’improvvisa decisione di procedere con il blocco dei finanziamenti all’Unrwa rappresenti una mossa volta a oscurare le decisioni appena prese dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja, che ha riconosciuto il diritto dei palestinesi di Gaza ad essere protetti da atti di genocidio. Quel che invece appare certo è che staccare la spina al principale fornitore umanitario a Gaza e a quello che è un importante fattore di stabilità in Cisgiordania e nei paesi vicini, porterà, se possibile, ulteriori sofferenze a milioni di persone, già provate da una tragedia epocale. Un paese come la Svizzera, per fare un esempio, ha annunciato che non prenderà alcuna decisione in merito al pagamento degli aiuti all’Unrwa fino a quando non sarà chiarita la questione. Sarebbe bastato questo.

Altri paesi, come la Gran Bretagna, sono stati molto più critici. Per quale ragione?

Il premier Rishi Sunak ha manifestato una forte empatia nei riguardi delle comprensibili preoccupazioni espresse da Israele, vittima lo scorso 7 ottobre dell’attentato più grave della sua storia. È al contempo utile ricordare l’intervento delle autorità britanniche nel caso della Corte internazionale di giustizia relativo al genocidio dei Rohingya. Al tempo le autorità di Londra sottolinearono che la soglia per la definizione di genocidio andrebbe abbassata quando si tratta di bambini uccisi. A Gaza di bambini ne sono stati uccisi, per ora, almeno 10.000. Quale che sia l’opinione di ognuno di noi su questo tema, non si possono non notare i doppi standard adottati da molti paesi occidentali riguardo a quasi ogni aspetto di questa vicenda.

Di recente, inoltre, i giudici della Corte Internazionale di Giustizia dellAia si sono pronunciati riguardo la causa intentata per genocidio contro Israele dal Sudafrica. Cosa ne pensa?

La corte, quasi all’unanimità, ha stabilito che è plausibile che le autorità israeliane stiano perpetrando un genocidio contro i palestinesi a Gaza e ha respinto il loro tentativo di dimostrare che non sussistessero gli estremi per procedere. Ha inoltre ordinato che Israele riferisca alla corte entro un mese le precauzioni adottate per prevenire gli atti di genocidio. Quale che sia l’idea che ognuno di noi ha della questione, questi elementi non possono essere negati né sottovalutati. Tanto più se si considera che, dal 1948 a oggi, questa è la quarta volta che uno Stato viene accusato di violare la convenzione sul genocidio. Fino a questo momento, solo nel caso della Bosnia si è arrivati a un giudizio definitivo.

A Gaza, come già avvenuto nel caso della Bosnia e del Myanmar, la corte non si è espressa in favore di un cessate al fuoco. Il Sudafrica non ha chiesto alla corte di esprimersi riguardo la legalità o meno dell’intervento israeliano nella striscia di Gaza: se lo avessero fatto, i giudici sarebbero intervenuti su un punto non sollevato.

Qual è la situazione relativa alla popolazione di Gaza?

Uno studio pubblicato lo scorso 9 dicembre dal quotidiano britannico Guardian e da quello israeliano Ha’aretz, ha documentato che “la proporzione di morti civili nella Striscia di Gaza è superiore a quella di tutti i conflitti mondiali avvenuti nel 20° secolo”. Un rapporto stilato dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha provato che quello registrato nella striscia di Gaza è il “più alto livello di insicurezza alimentare mai registrato a livello mondiale”. Nessuno dovrebbe sentirsi in diritto di sottostimare l’enormità di questi dati e considerazioni.

I media israeliani riportano che lemigrazione volontaria” dei palestinesi di Gaza resti un obiettivo di primo piano della coalizione guidata dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Cosa ne pensa?

La striscia Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est rappresentano il 22% del totale della Palestina storica. Giustificare l’espulsione dei palestinesi dalla terra che è rimasta loro non è solo problematico bensì costituisce un crimine. Qualora fosse proprio necessario, i palestinesi di Gaza andrebbero temporaneamente rilocati in Israele: il 70% delle famiglie di Gaza era originaria e viveva lì. Allo stesso tempo, se il governo israeliano vuole costruire una zona cuscinetto, dovrebbe crearne una all’interno dei confini dello Stato d’Israele. Impossessarsi di ulteriore terra a Gaza, comprimendo i 2,3 milioni di palestinesi in un’area ancora più piccola rappresenta, tra altri aspetti, una violazione del diritto internazionale.

Di chi sono le maggiori responsabilità?

Ci sono responsabilità di lungo corso da entrambe le parti. Ciò premesso, la questione centrale si può riassumere in due punti. Il primo è che alle nostre latitudini si è consapevoli e si discute, almeno fino a un recente passato, molto più della violenza e dei torti di una sola delle due parti in causa. Il secondo, non meno importante, è che c’è una popolazione soggetta a un’occupazione militare da oltre mezzo secolo: è la stessa popolazione che all’inizio dello scorso secolo rappresentava i nove decimi degli abitanti locali e a cui, dal 1947 in poi, sono stati distrutti, sovente radendoli al suolo, 430 villaggi.

Qual è la sua idea sul 7 ottobre e cosa ne pensa di chi giustifica la politica di Israele sottolineando i missili lanciati negli ultimi anni da Hamas?

I missili lanciati da Hamas sono immorali, controproducenti e vanno stigmatizzati in modo netto. Lo stesso vale per l’attentato criminale del 7 ottobre. Ciò premesso, i primi missili artigianali vennero lanciati da Gaza nell’aprile 2001, 53 anni dopo l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi che trovarono poi rifugio nella striscia di Gaza – tra loro erano compresi anche quelli che molti anni dopo sarebbero divenuto i tre principali fondatori di Hamas – e 34 anni dopo l’inizio dell’occupazione israeliana della striscia di Gaza. L’imposizione delle prime restrizioni legate anche a beni di prima necessità diretti a Gaza risale invece agli anni Novanta. Tra il 2001 e il 2012 sono stati uccisi 59 israeliani – compresi 10 palestinesi con cittadinanza israeliana – a fronte di oltre 4717 palestinesi: "I numeri non mentono", commentò Gideon Levi sul quotidiano Ha’aretz in data 12 novembre 2012, "questa proporzione numerica è terrificante". Nel 2005 Ariel Sharon rimosse 7.000 ebrei israeliani da Gaza e contemporaneamente stabilì decine di migliaia di coloni negli insediamenti in tutta la Cisgiordania. Sharon non era diventato improvvisamente un uomo di pace: l’evacuazione degli insediamenti a Gaza, parafrasando Eyal Weizmann, è parte integrante delle decisioni securitarie unilaterali: ha portato a perpetuare la violenza, non a prevenirla.

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha sostenuto che a essere responsabile è unintera nazione [quella palestinesi]. Questa retorica dei civili che non sapevano, che non erano coinvolti, è assolutamente priva di basi”. Cosa ne pensa?

Alcuni provano a sminuire la gravità di queste parole, che sono state poi parafrasate anche in alcuni canti intonati da soldati israeliani al fronte, facendo presente che in seguito lo stesso Herzog, il quale è stato anche ripreso intento a firmare i missili lanciati sulla popolazione di Gaza, è stato molto più cauto nelle sue dichiarazioni. Ciò non solo non sminuisce la gravità di quelle parole, bensì ignora molte altre dichiarazioni dello stesso tenore, comprese quelle del ministro israeliano delle Comunicazioni, il quale, alla vigilia dell’udienza sul genocidio, ha sostenuto che l’espulsione della popolazione palestinese da Gaza attraverso l’uso della forza e la fame “non pregiudica in alcun modo i diritti umani”.

Qual è, secondo lei, lobiettivo delle autorità israeliane nel breve periodo?

Le autorità israeliane proveranno a prendere possesso del “Tzir Filadelfia”, il corridoio di suolo tra l’Egitto e la striscia di Gaza: l’obiettivo non è solo quello di controllare l’entrata e l’uscita delle merci, bensì anche le “espulsioni volontarie”. Su un piano più generale, resta valido il “Basic principle” espresso dal governo israeliano in carica il giorno in cui ha prestato giuramento: “Il popolo ebraico ha il diritto esclusivo e inalienabile su tutte le parti della Terra di Israele: Galilea, Negev, Golan, Giudea e Samaria”.

Che ruolo ha la religione in questo conflitto?

Non è un conflitto precipuamente religioso e ancora meno un conflitto tra ebraismo e Islam, senza contare che i palestinesi sono anche cristiani. Nelle settimane scorse i soldati israeliani hanno trovato a Gaza un cimitero ebraico dei caduti nella prima guerra mondiale: era in perfette condizioni, segno evidente del rispetto che nutrono nei loro confronti. La Chiesa di San Porfirio costruita nel 425 d.C., così come le altre chiese di Gaza, hanno aperto le loro porte a musulmani e cristiani durante gli attacchi aerei. Questi pochi esempi, tra molti altri, ci ricordano l’importanza di decostruire le narrazioni che mirano a trasformare ciò a cui stiamo assistendo in un conflitto principalmente di carattere religioso.

Lo scorso 27 gennaio è stato il Giorgio della Memoria. C’è qualche elemento storico che sente di aggiungere a quelli che sono stati analizzati sui media?

Il Memoriale di Auschwitz ha più volte ricordato che quando pensiamo ad Auschwitz dobbiamo sapere che si tratta del punto finale di un processo: “È importante ricordare”, nelle parole del Memoriale, “che l'Olocausto in realtà non ha avuto inizio con le camere a gas. Questo odio si è sviluppato gradualmente da parole, stereotipi e pregiudizi attraverso l’esclusione legale, la disumanizzazione e l’escalation della violenza”.

Da un punto di vista storico, tale processo fu legato, tra molti altri elementi, anche alle pulsioni etnocentriche e al relativo rafforzamento delle crescenti divisioni religiose proprie della storia europea tardo moderna e contemporanea. Scrivendo in riferimento all’omogeneizzazione delle società occidentali, Patrick Girard ha osservato ad esempio che “l’antisemitismo moderno non è scaturito dalle grandi differenze esistenti tra diversi gruppi, bensì dalla minaccia insita nel venire meno di quelle stesse differenze”. Alain De Benoist si è spinto oltre e ha notato, riprendendo le tesi di Zygmunt Bauman, che gli ebrei furono tra le prime vittime del processo di omogeneizzazione, “nella misura in cui la modernità non poteva più ammettere un particolarismo del quale, al contrario, era paradossalmente capace una società medievale che era una somma di particolarismi. La modernità, in altri termini, ha abolito un insieme di distanze che, concepite come invalicabili, erano anche indirettamente protettrici”.

Nei giorni scorsi un quotidiano italiano ha ospitato un articolo intitolato Lolocausto fu uninvenzione dei palestinesi”. Qual è il suo giudizio di storico?

L’autrice di quell’articolo è un ex medico, che non ha le necessarie competenze storiche e linguistiche. La tesi, che in passato costò al premier Netanyahu forti critiche da parte dell’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, mira a giustificare ciò che sta avvenendo a Gaza ed è basata su una conoscenza superficiale della storia. Ho scritto libri e articoli accademici su questo tema. Qui basterà accennare al fatto che circa 12.000 palestinesi si arruolarono con gli Alleati per combattere il nazismo. Non un solo palestinese si arruolò nella divisione “Handschar” creata da Hajj Amin al-Husseini, un leader senza istruzione religiosa imposto dalle autorità britanniche, attraverso un’elezione truccata e varie forme di violenza, ai palestinesi. Per contro, l’Italia fascista approvò le leggi razziali e mandò migliaia di ebrei italiani nei campi di concentramento presenti Germania e Polonia, ma anche in Italia, come ci insegnano le cicatrici ancora oggi visibili alla Risiera di San Sabba.

Qual è il modo più opportuno per relazionarsi a questo e ad altri conflitti?

Simone Weil scrisse che bisogna essere sempre disposti a cambiare di parte per seguire la giustizia, questa eterna fuggiasca dal campo dei vincitori. Penso che avesse perfettamente ragione. Non tanto sulla questione della “parte”, bensì nell’invitarci a non dimenticare che anche se ci occupiamo di alcune tematiche magari da decenni, o lavoriamo sulle fonti primarie, o abbiamo conosciamo, avendole viste, le cicatrici del presente, dobbiamo comunque essere disposti a mettere in dubbio noi stessi, quello che diciamo e ciò che pensiamo. Può sembrare una contraddizione rispetto a tutto ciò che ci siamo detti, ma non è così.

Qual è la soluzione ultima per avvicinare la pace?

La tragedia ultima di questo conflitto è la de-umanizzazione dell’altro. E questo coinvolge tutte le parti in causa. Un simile vicolo cieco richiede programmi di studio volti a comprendere le cicatrici degli “altri”, – siano essi israeliani o palestinesi – nonché uno stop deciso ai rifornimenti di armi e un approccio multilaterale che includa pressioni reali e concrete nei riguardi di tutti gli attori che si oppongono al consenso internazionale riguardo Gerusalemme e l’autodeterminazione di entrambi i popoli. Esistono due alternative a un approccio di questo tipo. La prima è rappresentata dal nostro tragico presente e dal nefasto unilateralismo che entrambe le parti hanno mostrato in innumerevoli occasioni. La seconda è ciò che Martin Buber definì un “monologo travestito da dialogo”, ovvero un dialogo “in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con sé stessi e tuttavia si credono sottratti alla pena del dover contare solo di sé”. Buber scrisse queste parole nel 1947. Nel 2024 appaiono più attuali che mai.

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