"Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)", Franco Cesati Editore
in foto: "Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)", Franco Cesati Editore

Saper scrivere perfettamente l'italiano non è poi così facile, ne abbiamo parlato con Vera Gheno, studiosa esperta in Linguistica e autrice di "Guida pratica all'italiano scritto" per Cesati Editore, docente all'Università di Firenze e di Siena, che dal 2000 collabora anche con l'Accademia della Crusca. Vera ha scritto un libro per chiunque voglia migliorare il proprio italiano scritto, un valido strumento per chi desidera affinare le proprie competenze e schiarire la miriade di dubbi che affollano la mente, sopratutto di chi ogni giorno con la scrittura ci lavora. Ma niente sensi di colpa, perché avere confusione e dubbi, dalla grammatica all'ortografia, dalle forme verbali alla punteggiatura, pare sia ‘umano' trattando con una lingua così ricca e complessa. Avere un approccio flessibile nell'apprendimento è una buona cosa per migliorarsi, senza però mai dimenticare che l'italiano è un codice e pertanto funziona in base a una convenzione: la norma. E si sa, quando si parla di norma, subentra sempre qualche antipacatica forma di soggezione. Sarà colpa di qualche pedante che con la sua saggezza linguistica ha coltivato i nostri complessi, e di conseguenza inibito la voglia di addentrarci nel dettaglio della nostra lingua? Ne abbiamo parlato con Vera Gheno che nella sua guida, in maniera del tutto anticonvenzionale, ha adottato uno stile molto ‘smart' e pratico, e per coerenza abbiamo deciso di darci del ‘tu' in questa intervista.

Vera, il tuo libro appare come un talismano tascabile che schiarisce istantaneamente dai tipici ai più assurdi dubbi che possono inibire chi ogni giorno digita una grande quantità di battute o di chi, come nel caso dei tuoi studenti, si ritrova a cimentarsi con l'esercizio di scrittura per esigenze accademiche. Ci racconti come è nato il tuo progetto?

Vera Gheno, docente di Linguistica all’Università di Firenze e di Siena
in foto: Vera Gheno, docente di Linguistica all’Università di Firenze e di Siena

Sono otto anni che tengo il Laboratorio di italiano scritto per Scienze umanistiche per la comunicazione all'Università di Firenze. Ho sempre avuto il cruccio di non avere un unico testo di riferimento, e quindi, grazie all'idea di una mia ex studentessa, oggi editor presso Franco Cesati, abbiamo avuto l'idea di mettere per iscritto i testi del mio corso, aggiungendo tutte le esperienze dirette che ho avuto
con i miei studenti.

Ritieni che si possa parlare di un'emergenza ortografica e
grammaticale nell'era di internet, dei social e di WhatApp?

Non penso che sia un'emergenza ortografica e grammaticale specifica del web. Penso che i social siano semplicemente la cartina di tornasole delle carenze  linguistiche esistenti nella "vita reale". La novità è vederle scritte, o meglio, digitate, in contesti informali, e quindi diventano più visibili di quanto non lo fossero nell'era pre-internet. Se tu scrivi ‘pò' o ‘qual'è' o ‘guadagnamo' o ‘deficente' o cose simili, non è più la velocità il fattore discriminante, quanto il fatto che NON SAI come queste parole si scrivano. Non lo sai online come non lo sai offline, per questo dico che internet, soprattutto i social, fanno da cartina di tornasole. Chi scrive ‘pò' qui, lo scrive anche in un compito, in un curriculum, ecc. Se uno digita, per la copula, "é", con l'accento così, che richiede pure una manovra in più sulla tastiera, non lo fa per fretta, quanto piuttosto perché non ha contezza dell'esistenza di due accenti diversi, o li ritiene irrilevanti. Secondo me non è il web che rovina la lingua, ma i parlanti che ortograficamente sono svantaggiati, e sai perché? Perché si legge poco, male e distrattamente.

Non è un caso che ‘virtuale' derivi dal latino ‘virtus': internet potrebbe invece essere un luogo dalle infinite virtù e potenzialità…

Sì, se usati correttamente, social e altri mezzi di comunicazione mediata sono una splendida risorsa che esercita specifiche parti del nostro cervello (infatti necessitano di velocità di digitazione, capacità di sintesi, apertura verso altre lingue…); chiaramente il problema diventa se l'unico registro comunicativo che possediamo è quello con il quale scriviamo su Facebook o su WhatsApp.
Occorre lavorare sulla competenza linguistica a tutto tondo: si può usare "se lo sapevo non venivo" in una chat su Messenger, ma occorre saper usare "se lo avessi saputo non sarei venuta" se mi ritrovo in un contesto più serio, come una email di lavoro.

Credi che didatticamente ci siano delle lacune nell'istruzione scolastica a proposito di adeguate competenze
grammaticali?

Per quanto la scuola abbia un ruolo rilevante, non penso che possiamo delegare completamente l'educazione linguistica a essa. La scuola ci dà lo scheletro, le basi, e ce le dà con una certa rigidità, come è giusto. Le singole persone, crescendo, devono tenere il muscolo del cervello in allenamento, per esempio leggendo, leggendo tanto. Occorre evitare di cadere in quello che Naomi S. Baron chiama "whateverismo linguistico", ossia menefreghismo per la forma della comunicazione. Accanto al contenuto, invece, ha grande importanza anche il modo in cui il contenuto viene comunicato.

Cosa hai da dire sulla ‘mediocrità ortografica' che è sotto i nostri occhi tutti i giorni? Cosa prova un linguista nel vedere l'italiano così malatrattato anche nel mondo dell'informazione?

A me non dà tanto noia vedere la gente che scrive con gli errori. Mi dà noia vedere gli errori sulle confezioni dei biscotti di grandi industrie, o il cartellone pubblicitario con l'accento sbagliato, o il "piuttosto che" disgiuntivo in un libro stampato perché la gente, d'accordo, può essere sciatta, ma non chi fa comunicazione di mestiere. Secondariamente, un grosso problema è il bias cognitivo. Quello che ti fa pensare di sapere tutto tu, mentre gli altri ne sanno sicuramente di meno, e questo è un grosso problema perché se uno non mette in dubbio le proprie conoscenze, difficilmente è disposto ad allargare i propri orizzonti mettendosi in dubbio.

Il tuo libro ha fra parentesi un sottotitolo ironico Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi). Cosa vuol dire? Sembra si tratti di una setta di secchioni considerata nazista per come ammonisce e boccia l'uso approssimativo della lingua da parte dell'italiano medio.

Grammarnazi è una "persona che manifesta eccessiva rigidità nei confronti della norma linguistica, criticando spesso e pubblicamente i propri interlocutori per i loro errori e incertezze. In generale, un soggetto che riesce sovente a rendersi antipatico perché appare più focalizzato sulla forma che sul contenuto." Questa è la definizione che ho voluto mettere in quarta di copertina per evidenziale delle differenze di approccio: grammarnazi è pedante il linguista no, perché normalmente conosce la complessità della lingua; il linguista sa che la norma cambia, e che non sempre ha senso combattere il cambiamento.

Allora mi permetto di mettere alla prova la tua flessibilità: credi che valga sempre la pena scrivere secondo le vecchie norme grammaticali, che sono molto più rigide di quelle attuali?

Bella domanda. Partiamo da una premessa: la lingua è un codice. Come ogni codice, funziona in base a una norma, cioè una serie di regole, sulle quali c'è accordo in un certo momento storico. Se esuliamo troppo dalla norma, rischiamo di non intenderci in maniera chiara, cioè di pregiudicare la chiarezza della comunicazione. Del resto, proprio per il fatto che la lingua è un codice, non ha senso scagliarsi contro la norma stessa. Se ognuno parla e scrive come gli pare, è come se improvvisamente la gente non si fermasse più al rosso e dovesse ogni volta mettere in dubbio le motivazioni per cui al rosso ci si ferma. Semplicemente, occorre anche accettare che la norma cambia con il tempo, e che a un certo momento la pressione dei parlanti la può modificare. Alla fine, si tratta di trovare un equilibrio tra la norma e il buonsenso. Un po' come succede con il comune senso del pudore, come dice Serianni in un noto paragone.

Invece a proposito della vicenda ‘Petaloso' non credi possa essere stata troppo azzardata e un po' fastidiosa come richiesta all'Accademia della Crusca?

Assolutamente no, l'aspetto più bello della Crusca è che il suo servizio di consulenza, risponde o cerca di rispondere a tutti, indipendentemente dall'"importanza" dell'interlocutore. E così ha risposto anche al bambino Matteo. Poi la viralità non è dipesa dalla Crusca, ma dai meccanismi dei social. La maestra di Matteo ha fatto una cosa molto bella: ha preso spunto dall'invenzione del suo alunno per fare una lezione sulla neologia alla sua classe di terza elementare, e in più ha messo in contatto i ragazzini con la Crusca. Mica poco, pedagogicamente parlando. Quindi, che le persone continuino pure a rivolgersi alla Crusca per qualsiasi problema linguistico. La vocazione a rispondere a tutti è nostra sin dal nome: infatti non si chiama Accademia del Fior di Farina, ma ha preso il nome dagli scarti di lavorazione della farina, perché? Perché sotto sotto sta dicendo che nella lingua non c'è niente da disprezzare: ogni fenomeno è meritevole di venire studiato. In più, il fatto che una lingua crei neologismi è segno di salute (non a caso De Mauro dice che l'italiano sta bene, sono gli italiani a passarsela maluccio).

Ringraziamo Vera Gheno per questa intervista e per eventuali refusi di battitura non mancherà occasione di migliorare.