La prima volta che ho visto la neve in vita mia era il 12 gennaio del 1985, esattamente 35 anni fa. Molto prima del climate change, dell'emergenza climatica e di Greta Thunberg. Mio padre era un giovanotto della mia stessa età (non che avessimo entrambi 8 anni il che sarebbe alquanto improbabile se non impossibile, ma nel senso che aveva l’età che ho io adesso), mia mamma era poco più che una ragazza dai lunghi capelli neri e mio fratello era il mio migliore amico. Erano i favolosi anni ’80, quelli della Milano da bere, gli anni del socialismo alla Craxi, della Perestroika, gli anni del disarmo, anni in cui Reagan confabulava segretamente con Gorbaciov su un’eventuale accordo e pace immediata in caso di attacco alieno (tutto vero, come potete leggere qui), anni in cui ci si preoccupava maggiormente di invasioni extraterrestri e guerre nucleari, che di disastri climatici e del vero cancro della terra: l’essere umano.

Dal 12 al 17 gennaio 1985: la neve a Milano

Greta Thunberg non era ancora nata, ma mio padre raccontava a me e mio fratello di posti lontani, luoghi completamente ghiacciati, terre desolate, deserti di ghiaccio e neve dove, prometteva, un giorno ci avrebbe portato, prima che gli orsi polari si estinguessero. Perché non so per quale strano motivo, ma ci teneva davvero tanto a questi orsi polari e alla loro sopravvivenza. Così sin da piccolino ho avuto cara la sorte del pianeta, delle terre, dei mari, dei ghiacci e ovviamente degli orsi polari.

La neve arrivò quasi senza preavviso, non l’avevo mai vista dal vivo e nemmeno mia mamma e mio papà, che al risveglio di quel presto mattino di gennaio di 35 anni fa erano felici come mai li avevo visti prima di allora, sembravano due bambini che giocavano per la prima volta insieme. Si lanciavano le palle di neve, si rincorrevano, poi cadendo per terra si rotolavano e si baciavano come dei ragazzini, forse in realtà non li ho mai più visti ridere così tanto, la vita non è stata molto clemente con loro, anzi mio papà si è estinto prima degli orsi polari che a quanto pare, invece, sono ancora lì. Ma quella mattina di gennaio del 1985 ci fu la più grande guerra di palle di neve che si fosse mai vista in tutte le Puglie, cominciammo noi quattro e pian piano arrivarono da ogni parte vicini e amici e il nostro cortile divenne un campo di battaglia: da una parte le ragazze e dall’altra i ragazzi e al via, urlato dal mio babbo, si scatenò l'inferno di ghiaccio.

Quando poi la grande battaglia fu finita ci fermammo per costruire «il più grande pupazzo di neve che si sia mai visto in tutto il paese» disse con il piglio e la determinatezza di chi aveva fatto la guerra. Gli mettemmo su una sciarpa rossa, un vecchio cappello del nonno, una carota come naso, un paio di miei occhiali da sole blu molto anni Ottanta che non usavo più perché erano diventati troppo piccoli, dei rami secchi come braccia e guanti rossi da neve senza dita al posto delle mani. Era bellissimo. Eravamo davvero fieri del nostro pupazzone. Lo fotografammo in mille modi e in mille posizioni con la nostra Polaroid, e peraltro credo fu proprio quello il giorno in cui venne inventato il selfie, perché ci venne l’idea di tenerla al contrario per scattarci un autoritratto: e anche se poi in realtà la foto faceva cagare, perché era mossa, sfocata e noi eravamo tutti tagliati, rimase comunque in bella mostra sul nostro frigorifero per almeno sei anni, con la data e le nostre firme. Poi, stremati e mézzi, rientrammo in casa e dopo esserci asciugati mangiammo una zuppa calda, alzandoci di tanto in tanto per andare a guardare dalla finestra il nostro trofeo di neve in cortile.

La prima grande neve al Sud

A un certo punto, si avvicinò un ragazzo, fissò a lungo il pupazzo, e noi fissammo lui, certi che stesse ammirando il miglior esemplare di pupazzo di neve che si fosse mai visto. E invece il ragazzo,  a un certo punto, abbracciò il pupazzo, lo sollevò e scappò. E noi non avemmo neppure il tempo di affacciarci alla finestra e urlare, che lui era già scomparso dietro l'angolo della strada, lontano dalla nostra vista, ma anche dall’umana comprensione. D’accordo che al Sud non abbiamo mai voglia di fare un cazzo, però il pupazzo di neve no! Lo fai tu! E se non hai voglia va bene lo stesso che tanto fra poco si scioglie. Certo, insieme al pupazzo si era zanzato anche occhiali, guanti, cappello e sciarpa del mio papà, però faceva prima a fregarci la roba che a correre per strada con un pupazzo di un metro e mezzo in pieno giorno. Per quanto solo un malato di mente lo avrebbe fermato per furto. Il giovane ladro aveva compiuto di certo il colpo del secolo, e l’aveva fatto perché un pupazzo di neve così bello non si era mai visto prima.

Nonostante questo pensiero, io e mio fratello eravamo molto tristi. Così mamma e papà, in tutta fretta, ci misero su giacche, cappotti e sciarpe e ci portarono prima in cortile a lanciarci ancora enormi palle di neve poi, sudati e stanchi, al bar Centrale a mangiare la crema alla vaniglia seduti al tavolino, che era una cosa da signori, di lusso, che non facevamo mai. Dentro era caldo, il sole sbatteva e si rifletteva sulla grande vetrata del bar, dietro la quale guardavamo incantati i grossi fiocchi di neve scendere giù uno dopo l’altro. È uno dei miei ricordi più belli, piccolo e normale, senza pretese: fuori nevicava e tutto sembrava possibile.

35 anni dopo la neve: il surriscaldamento globale

Sono passati 35 anni da quella mattina e non è poi cambiato granché: i socialisti in italia non esistono più, i craxiani si sono infiltrati in ogni maglia della politica italiana, a Milano si beve ancora molto, gli americani scatenano guerre, il 2015 di Ritorno al Futuro si è praticamente realizzato con Trump, l’Unione Sovietica si è dissolta come neve al sole, il KGB ha cambiato faccia ma resiste più forte di prima, la minaccia nucleare incombe ancora su di noi (anche se non se ne parla più come una volta forse perché non più di moda) e gli orsi polari sono ancora sull’orlo dell’estinzione. I panda no, quelli invece si son salvati il culetto.

Una cosa però è cambiata: il mondo ora è molto più piccolo e gli avvenimenti climatici straordinari come quello della grande nevicata del 1985 non destano più scalpore né poi così tanta attenzione. Magari diventano il trend topic per un paio di giorni ma poi non se ne parla più. E l’attenzione al clima, alla terra, a madre natura, all’ozono, al surriscaldamento globale da parte dei governi non è di certo aumentata, anzi pare che siano quasi del tutto disinteressati, continuando ciecamente a non attuare le necessarie misure di cambiamento. Quello che è cambiato però è l’atteggiamento delle persone o quantomeno di alcune di loro: c’è un’attenzione maggiore, più sensibile e cominciamo a non essere più soltanto un cancro ma anche un piccolo antivirus. Soprattutto i più giovani stanno imparando che non tutto è dovuto e siamo tutti esseri uguali su questo mondo, compresi gli orsi polari che non sanno nemmeno più dove cazzo andare visto che si sta sciogliendo la terra ghiacciata sotto i loro culi. E furono proprio le storie del mio babbo sulle loro terre di ghiaccio a far sì che maturassi il desiderio di prendermi cura della mia terra, di cercare di non distruggerla o vivere nel tentativo di proteggerla, di credere possibile che un altro mondo fosse possibile e proprio a partire dal suo rispetto, dalla sua cura.

Forse è già troppo tardi per incominciare a imparare, forse siamo già troppo avanti per compiere il primo passo, ma quella mattina di gennaio del 1985, l’anno della grande nevicata ho imparato che  non si smette mai di imparare ed ho appreso due lezioni fondamentali: mai fare un pupazzo di neve al sud, perché ti ciulano anche quello, e la crema alla vaniglia come quella del Bar Centrale non la sa fare nessuno.