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23 Maggio 2013
11:15

La Grande Bellezza: Paolo Sorrentino e il suo affresco di Roma

Sorrentino si fa strada nella sua Roma grottesca con la consueta forza visiva e realizza un buon film con vari difetti, fra cui l’eccessiva lunghezza e il rischio di una autoreferenzialità distruttiva sempre dietro l’angolo.
A cura di Luca Marangolo
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Che cos’è mai la grande bellezza? È un po’ come chiedersi ‘chi sono io?’, per ripetere una delle citazioni di Jep Gambardella, l’inappuntabile dandy del grottesco sfoderato da Servillo e Sorrentino in questo ultimo film. Una pellicola calligrafica fra i cui meriti principali sembra esserci quello di aver interiorizzato il gusto di Fellini: tutto il film è un po' un omaggio allo stile del maestro -anche in piccolo, dalle luci alle riprese d’ambiente- ma non è un omaggio gratuito, sterile. Al contrario, è palese che questo per Sorrentino è frutto di un percorso, virtuoso o problematico che sia, stilistico e di concezione del cinema. Ma andiamo con ordine. Cos’è la grande bellezza? E molte sono le risposte che si potrebbero dare a questa domanda, troppe. La grande Bellezza è prima di tutto una tentazione, la tentazione di qualcosa di sublime sempre in agguato: qualcosa da amare e di cui diffidare perché è un godimento troppo grande, pletorico, truce, grottesco, brutale, eccetera.

Sorrentino e Servillo a Cannes 2013
Sorrentino e Servillo a Cannes 2013

La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino è un buon film: è strutturato praticamente senza una trama, come suggerisce implicitamente la citazione di Céline all’inizio ed è un lungo (forse troppo lungo) viaggio al termine della grottesca notte romana di un giornalista, un tempo scrittore di successo, oggi fondamentalmente un mondano, il quale cerca di attraversare le sue buie e chiassose nottate fatte  di maschere disperate (imprenditori del giocattolo cocainomani, cardinali vanitosi e appassionati di cucina, autori teatrali complessati, borghesi sinistroidi). Quindi il film è tutto un percorrere quadri di insieme, con le consuete intuizioni visive brillanti (veramente ispirate a Fellini) ed una costante tensione contemporaneamente romantica e barocca a riflettere su se stessi, sul senso dell’esporre la bellezza di queste riprese che, perciò, si alternano ad un corpo grottesco, una specie di immagine oscena che emerge dal profondo, e a cui Sorrentino è profondamente legato. La tentazione di volersi abbandonare alla grande bellezza, la paura che questa cosa sia solo vanità e che il tutto non abbia senso, ma sia solo un godimento morboso che ci tormenta riemergendo dalla bellezza custodita dal nostro passato, che dargli voce sia solo pretenzioso o ancor peggio una ridicola illusione di innocenza, è l’eterno capriccio comune ad artisti come Jep Gambardella, Federico Fellini e Paolo Sorrentino. Quando si dice ‘artista’ il termine è da intendersi nel modo meno idealistico e più pragmatico: qualcuno che fa un percorso personale alla ricerca di una cifra stilistica a partire dalla sua esperienza.

Detto questo, il film ha comunque vari difetti perché  riprende la struttura delle opere felliniane senza potersi concedere lo stesso respiro. Non è un fatto di canone, nè questione di paragoni: è proprio che l’opera risulta non perfettamente risolta a livello formale perché è in bilico fra il formato di una sceneggiatura più ‘regolare'  e la volontà di replicare il gusto fluviale felliniano per una narrazione che procede per grandi tableaux. Ne viene fouri una specie di ibrido perché le due, tre essenziali svolte drammatiche della trama (o meglio si direbbe della situazione), che viene narrata in modo molto diluito, hanno un sapore tutto sommato schematico, ed è per questo che la lunghezza della visione appare ingiustificata. Si vede  inoltre che questo film emerge come apice di una riflessione che Sorrentino, in un modo tutto suo, ha operato sul suo gusto per il cinema: voler frammentare trama in squarci che oscillano fra la parodia sociale, lo sketch e l’affresco visivo, segmentando la vicenda in tanti piccole storie, e realizzando in qualche modo un esplicito desiderio di subordinare la storia alle immagini. Pochissimo rimane di un film come Le conseguenze dell'amore, poco di lavori simili ma più felici come Il Divo.  

La Grande Bellezza trova, in ogni caso, una sua autonomia rispetto al suo modello alto e offre due ore e mezzo di viaggio visivo, replicando l’eterno dilemma dell’arte che oscilla fra malinconia e bisogno di innocenza, con incursioni parodiche ostinate e sempre in bilico nell’essere eccessive. L’impressione complessiva è dunque quella di un film girato con un grande talento per le immagini e con una coscienza artistica personale ma che non ha né può avere lo spessore che le lussureggianti panoramiche, le trovate visionarie, i guizzi brillanti vorrebbero ostinatamente richiamare a sé, una specie di grande bellezza ‘postuma’ , che sembra perduta e che proprio per questo rischia di essere un trucco che si potrebbe sempre svelare.

Sabrina Ferilli interpreta Ramona ne La Grande Bellezza
Sabrina Ferilli interpreta Ramona ne La Grande Bellezza

Abbiamo la misura di un film di buon livello, se paragonato a molte altre produzioni, soprattutto per l'impatto visivo, ma comunque problematico e non eccezionale. Il lavoro di un regista che si ostina a voler essere se stesso in modo completo, ma è sempre sull'orlo rischiosissimo dell'autoreferenzialità (e, diciamolo, poca autoironia) con cui gioca pericolosamente e non senza assai fastidiose sbavature; una specie di puer senex del cinema italiano che ha il merito di seguire la sua strada senza appiattirsi, un regista che, dando sfogo al suo talento per creare immagini forti, ha fatto un film che parla palesemente dell’arte e del voler fare semplicemente e candidamente questo, mette al centro dell’attenzione la riflessione  sull'arte e si sente ‘postumo’, dando l’idea di sapere benissimo che il trucco che sta mettendo in scena è già stato svelato.

La Grande Bellezza è poi soprattutto un buon documento dell’ostinazione tipica della società italiana a voler essere sempre se stessa, lamentandosi delle proprie mediocrità salvo poi godere inconsciamente di quest’attitudine a essere immobile, languendo nel vedersi affondare. Il fatto che questo trucco (che parla di bellezza, di sacro, di innocenza, di bruttezza e via dicendo) si ostina a essere raccontato, non solo è il motivo fondamentale di ispirazione del film, ma è anche la ragione per cui  è in qualche modo un necessario segno dei tempi: se fosse venuta meno la tensione alla grande bellezza non si capirebbe proprio perché un fiume di persone si ostini ad inseguirla sprofondando nel grottesco delle proprie contraddizioni; contraddizioni che, del resto, il film svela senza infingimenti: a partire dalla velleità degli artisti malati di eccesso di godimento per finire con la ben nota sinistra borghese che il film ha il merito di ritrarre con chiarezza, la cui crisi è di triste attualità in questi giorni.

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