Kandinsky-Vita-variopinta-Colorful-life

È arrivato a Odessa da Monaco, città dove suo padre esporta thè dalla Russia, fermandosi due notti in Italia, a Venezia. Ora le luci di quella città, nella mente del bambino che ricorda, somigliano ai battiti di ali di milioni di farfalle in una foresta d’acque. Il bambino chiude gli occhi, e la voce di sua zia, Elizabeth Ticheeva, lo raggiunge come dai confini di un mondo sconosciuto.

Quando le parole della fiaba narrata da Elizabeth si traducono in immagini nella mente del bambino, queste non si organizzano nella logica concreta della forma e della materia – bensì parlano direttamente alla sua psiche vibrando della loro sostanza cromatica: il giallo dei capelli di una donna scalpita di vita, e così le note del suo flauto, che nella fiaba russa raccontata in tedesco da zia Elizabeth, animano la scena di una città sul lago; lo stesso vibrante tono canarino parla al fanciullo di un uomo folle e saggio, alto, sacro; lontano, all’orizzonte, il verde scuro delle piante suggerisce al bambino una quiete raggiunta, un riposo dopo una lunga corsa, voce di violino che diffonde pace magica; simile al suono di una campanella, la ragazza che nella fiaba sorride perché felice è arancione, brillante allegria non gravata; il suono di corno del viola è la donna che seriosa e mistica si abbraccia al suo uomo, passeggiando per i sentieri; le barbe candide dei vecchi, nel concerto variopinto della città della fiaba, sono fatte di silenzio, somma di ogni tono dell’iride, attesa di una nuova nascita, sopra la collina, in alto, nella meravigliosa città di giada.

E lui, in quel campestre tumulto festante, immagina di trovarsi là, nascosto nella barca di un uomo dalla giacca pistacchio, il berretto rosso come la nota di una tuba, forte e consapevole, impegnato a remare nel lago verso l’infinito: sogna di trovarsi là, nelle acque sullo sfondo, là, nelle armonie profonde di un violoncello che rende liberi, là, in una Venezia a forma di Russia sognata, che esiste perché percepita nel ricordo onirico della sera: là, nel blu.

Là, nel blu, i suoi genitori non se ne sono andati, lasciandolo nella casa della zia. Non si sono separati. E sua madre Lidia, bella e antica, saggia e chiara come la Russia, è rimasta con lui. Ma nella vita organizzata per forma e materia i genitori di Vasilij Kandinskij hanno divorziato, lasciando lui a casa di Elizabeth. Sarà in quella casa che il futuro teorico dell’Astrattismo apprenderà i primi fondamenti di pittura e musica, direttamente dalle labbra della sorella maggiore di sua madre.

Nella vita strutturata per punto, linea e superficie in mondo logico-geometrico, agli studi di arte e musica lui affianca quelli in legge, laureandosi nel 1892. E in quella stessa vita sposa sua cugina Anja. Ma la strada forense, o quella accademica che gli si prospettava in Estonia, non fanno per lui. Forse perché per lui il mondo, come quando era un bambino russo che ascoltava fiabe sulla sua terra in tedesco, è anzitutto un fenomeno estetico. E quella vita che si sviluppa in termini di rapporti umani borghesi e formalità quotidiane, solo un’illusione. Più vera, forse, è l’emozione: il rapporto cromatico tra la psiche e il modo con cui il mondo ci appare. Perché la vita risiede in quella vibrazione magica che il colore, con i suoi suoni, i suoi sapori, i suoi odori, fa nascere dentro la nostra anima. Kandinskij diventa un artista, un pittore, allievo di Franz von Stuck a Monaco, giovane eminente membro della comunità artistica di Schwabing. I suoi primi dipinti tradurranno proprio i ricordi di quelle visioni fiabesche che sgorgavano dai racconti di zia Elzabeth, come il suo La vita variopinta (1907).

Nel 1910, a quarantaquattro anni, Kandinskij è un artista e un insegnante d’arte affermato, attorno alla cui casa di Murnau, alle pendici del monte Heimgarten, si anima una straordinaria vita culturale. Un uomo che ha avuto la forza di lasciare la moglie per sposare una talentuosa bavarese della sua cerchia artistica, di cui si è perdutamente innamorato, Gabriele Munter. I suoi quadri sono innovativi, interessanti, meticolosi lavori in cui l’orizzonte non esiste più, e la preminenza del colore sulla forma reinventa lo schema dello spazio. Lui non immagina però che la sua arte più decisiva, quella che segnerà il suo tempo, è ancora di là da venire. Lo scopre improvvisamente, un giorno qualsiasi del 1910, quando rientrando nel suo studio scorge un dipinto stupendo, che non aveva mai visto: che somiglia in modo incredibile alle luci di Venezia che aveva sognato da bambino, nell’ultimo viaggio con i suoi genitori insieme.

Kandinskij indugia per un attimo, incredulo, sulla soglia: per un momento, pensa a un miracolo o a un’allucinazione. Finché non se ne accorge: quello che sta guardando è un suo vecchio quadro, in cui raffigurava una scena di festa campestre, ma lo aveva lasciato sul cavalletto capovolto e, di primo acchito, figure e contorni non erano pienamente distinguibili. Improvvisamente, comprende: il destino dell’arte, della sua arte, non è raffigurare un oggetto, bensì lasciare spazio al dato spirituale che sgorga dal colore; togliere ogni riferimento alla matericità, per dipingere con la stessa immediata percezione di un bambino rigoroso come un vecchio; con la lucida consapevolezza che il mondo, in ultima analisi, non è altro che un magico fenomeno estetico, la relazione ontologica tra la nostra percezione e il cosmo – e tale relazione è il colore.

Il Primo acquerello astratto si forma sulla sua tela pochi mesi dopo quella sua folgorazione. Cambia così la storia dell’arte: nasce l’Astrattismo. E lui, quarantaquattrenne, è ancora un bambino che chiudendo gli occhi può vedere il mondo a forma di fiaba. Un bambino che sa tecnicamente, ora, come tradurre le sue visioni. Lì, tutto sarà astratto dal tempo, nella più radicale cancellazione di ogni oggetto.

La Prima Guerra mondiale, i dolori della Rivoluzione d’Ottobre, la rottura dalla sua seconda amata moglie, la messa all’indice delle sue opere come arte degenerata con l’avvento di Hitler, così come i suoi successi: tutto, da quel momento, sarà rappresentato dal genio artistico di Kandinskij senza oggetto. O, per meglio dire, con l’ardire astratto di un bambino saggio che, con i suoi perfetti scarabocchi, reinventa il mondo – restituendolo all’era psichica che precede materia e forma, nel libero essere del colore. Del colore solo, nella danza del cosmo.