La statua di Federico II di Svevia presso il Palazzo Reale di Napoli.
in foto: La statua di Federico II di Svevia presso il Palazzo Reale di Napoli.

Un’espressione che è divenuta famosa con la celebre opera di De Simone “La Gatta Cenerentola”, ma che caratterizza lo spirito stesso della tradizione popolare napoletana. Un’invocazione, quasi una preghiera pagana, a cui molto spesso si indugia anche nella vita quotidiana come intercalare di speranza e buona sorte: non tutti sanno però che l’espressione “Jesce Sole” ha un’origine molto antica, che risale almeno a Federico II di Svevia.

Una filastrocca, nata ai tempi di Federico II

Jesce sole, jesce sole
nun te fa' cchiù suspirà!
Siente mai ca le ffigliuole
hanno tanto da prià..

Ben prima di entrare nell’immaginario comune come una delle canzoni più famose di Napoli, molto prima anche di divenire un vero e proprio intercalare utilizzato anche nella parlata quotidiana, “Jesce sole” era una filastrocca. Si tratta di uno dei primissimi documenti della lingua napoletana, risalente addirittura al XIII secolo all’epoca di Federico II di Svevia: un canto propiziatorio, radicato nel sentimento popolare, che le lavandaie che si recavano ai lavatoi sulla collina del Vomero intonavano per invocare giornate di sole, limpide e serene, ideali per accompagnare il loro faticoso lavoro.

La prima attestazione scritta della filastrocca risale al Quattrocento, in un codice manoscritto oggi conservato nel museo nazionale di Parigi. Come sappiamo, allora, che questo canto risale invece a ben due secoli prima? La risposta è contenuta nello stesso testo della filastrocca: nella seconda strofa si accenna ad un “Imperatore”, incitando il sole a venire fuori per scaldare anche lui. Ebbene, Federico II di Svevia fu l’unico sovrano del lungo regno napoletano ad utilizzare quell'appellativo.

Jesce jesce sole

scajenta ‘Mperatore

scanniello mio d'argento

che vale quattuciento…

Basile e La Gatta Cenerentola

La storia di “Jesce Sole” continuerà anche successivamente, in special modo con Gian Battista Basile: è infatti nel “Cunto de li cunti” che la filastrocca viene riscritta per la prima volta per intero, con l’aggiunta di una terza parte fino ad allora inesistente. Ma come si passa da una filastrocca ad una vera e propria canzone? Sarà merito, solo nell'Ottocento, di Guglielmo Cottrau, che trascrisse in musica l’ormai già celebre cantilena delle lavandaie.