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Jelecrois tra Nuova Scena e MVP: “Non sfrutto l’hype di Netflix, voglio lasciare un’impronta”

Jelecrois, nome d’arte di Mariateresa Pini, è una rapper e ballerina hip-hop che si è messa in mostra durante il talent show di Netflix Nuova Scena. Negli scorsi giorni è uscito il suo primo Ep MVP.
A cura di Vincenzo Nasto
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Jelecrois, 2024
Jelecrois, 2024

Jelecrois, nome d'arte di Mariateresa Pini, è uno dei talenti che ha maggior impressionato sul palco di Nuova Scena, il talent-show rap di Netflix, in cui è stata applaudita anche da Madame. Sul palco ha presentato Danza del ghetto, imprimendo un'idea di live-show in cui è imprescindibile l'aspetto coreografico e di staging, frutto anche dei suoi cinque anni da ballerina hip-hop. Lo scorso 10 maggio è stato pubblicato il suo primo Ep dal titolo MVP. Qui l'intervista a Jelecrois.

Come ti sei avvicinata alla musica?

Ho fatto la ballerina hip hop per cinque anni, dai 15 ai 20. Tutto partì con la breakdance in strada a Pianura (quartiere di Napoli, ndr). Si sviluppò quando un ballerino, dopo aver finito la sua esperienza ad Amici, ritornò a Pianura e decise di fare questo corso. L'arrivo del Covid portò molti a ballare davanti a un cellulare, ma questa cosa mi spegneva, per me la danza è sempre stata condivisione con le altre persone finché un giorno, tra le pubblicità dei social, mi uscì quella di una scheda audio.

Perché hai deciso di provare?

Non sapevo quando saremmo usciti da quella condizione. Mi feci mandare dei soldi da mia madre, era nel periodo natalizio, e assieme ad altri miei risparmi comprai la scheda madre e il microfono. Era tutto per gioco, infatti anche il computer mi era arrivato dopo la chiusura di un'azienda.

E quando terminarono le restrizioni?

Lasciai la musica un po' da parte, l'avrei utilizzata solo per raccontare cose mie. Poi una mia amica mi disse che suo fratello avrebbe voluto fare musica e da quel momento ci chiudemmo assieme in stanza a provare e riprovare. Tutto questo per un anno, senza saper fare altro che rec e stop, poi pubblicammo il remix di Nasty e lì la mia strofa andò virale. Grazie a quella è arrivata l'intervista con gli Arcade Boyz e Nuova Scena. Non pensavo sarebbe andata così.

E come ti sei approcciata alla scrittura?

Non è stato difficile, anche perché ho un'incredibile memoria musicale. Ricordo che la mia famiglia, sin da quando ero piccola, mi ha fatto ascoltare un sacco di musica, anche mentre facevano i servizi. E ho accumulato tanto: mi chiamavano Jukebox già all'epoca.

Hai qualche altro ricordo delle prime volte che rappavi?

Ricordo che con i miei amici che facevamo le gare a ricordare e cantare gli extrabeat di Gemitaiz e Madman. È uno stile che mi ha influenzato, infatti faccio un tipo di rap molto serrato. Credo derivi anche dalla mia formazione con la danza e il ritmo, un flusso in cui voglio proiettare tutte le persone che mi ascoltano.

Per esempio Danza del ghetto in Nuova Scena su Netflix.

Mi avevano assegnato un compito: fare un pezzo trap alla Morad. Non è il mio stile quella roba francese e poi do il meglio nella scrittura quando saliamo sui 132 BPM. Ho trasformato la cassa dritta in qualcosa che spinge.

Il segreto è stata anche l'attitudine sul palco.

Prima di entrare sul palco mi caricavo, quasi insultandomi da sola. Poi quando salivo mi liberavo da quel terrorismo psicologico che mi infliggevo e infatti me la godevo. Anche più del pubblico.

Quando si sono spente le luci di Netflix come hai reagito?

Scrivo ogni giorno almeno un paio di pezzi, poi ne scarto altrettanti. Però l'effetto di essere davanti al microfono è qualcosa che mi piace, mi diverte. Se domani dovesse finire tutto, amen.

Una cosa che sorprende dell'Ep: non c'è la ricerca, l'occhiolino, alla hit urban.

Non riesco a fare qualcosa che non mi piace, almeno in questo momento. La musica non è un prodotto che deve funzionare, ma che deve lasciare un'impronta anche nel piccolo. Se domani mi ascoltassero in 100, saprei che comunque riesco a trasmettere qualcosa.

È un modus operandi che hai seguito anche per la scelta dei live?

Ho rifiutato tanti soldi per live in cui magari l'impianto non funzionava o i ballerini non avevano la possibilità di esprimersi. Non volevo approfittare dell'hype per cavalcare l'onda, per me è inutile, anche perché avrei potuto.

Come?

Mi hanno contattato artisti per lavorare assieme, ma sono stata chiara con tutti su ciò che volevo fare, perché non volevo fare un pezzo che andava virale per la mia presenza e finiva lì. Sarebbe stato facile appoggiarsi alla linea del dialetto o del feat con la concorrente di Nuova Scena.

Quali sono gli elementi che deve avere un live?

Devi essere coraggioso, non aver paura di rifiutare i soldi. Se l'impianto fa schifo in un locale, puoi avere anche la performance più bella del mondo, con i ballerini migliori, ma la gente non capirà che il problema è del locale. Anche sapersi adattare ai vari palchi che ti offrono, trasformarsi anche attraverso il numero di ballerini che si esibiranno. Ah, e devi pagare i ballerini, come fanno i grandi artisti. Conosco persone che hanno ballato nei tour di Rosalia e Beyoncé: in maniera proporzionale è ciò che cerco di fare.

La coreografia/staging sembra essere una dimensione fondamentale per te.

Ma basta guardare l'Eurovision: anche quest'anno hanno fatto delle performance incredibili e non è un caso che è tra gli show più seguiti. Perché questi ballerini che stanno 15 ore in sala a provare non devono guadagnare, mentre noi cantanti dobbiamo prendere 3mila euro per un'esibizione?

Ballerina e autrice: hai mai pensato/provato la via del musical?

Sono stata quattro anni in una compagnia di musicale, mentre contemporaneamente facevo danza. L'ho abbandonata per motivi di tempo, ma mi ero avvicinato a quel mondo perché ho sempre voluto far teatro. Economicamente è poco sostenibile, ma ricordo di essere stata invitata a un provino per la Cavalleria Rusticana al San Carlo di Napoli. Ricordo che mi presentai con un amico, facendo breakdance e capriole su una base di Skrillex: ciò che avevamo mostrato aveva convinto in pochi minuti il regista. Era Giorgio Barberio Corsetti, uno che è entrato nei libri di storia.

Come continuò la strada?

Ci portò a Matera a lavorare per un'intera stagione, nell'anno in cui la città era Capitale della Cultura (2019 n.d.r). Mi chiesero anche di presentare una coreografia sul capitalismo, è stata una grande avventura, che mi è servita tantissimo.

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