La mossa del ministro Dario Franceschini, che con un tweet annuncia l'impossibilità che Sanremo 2021 si faccia al teatro Ariston con la presenza di figuranti nella veste di pubblico, è una di quelle destinate inevitabilmente a dividere. Se a ciò si aggiungono le "minacce" di dimissioni del conduttore del Festival, Amadeus, nel silenzio fin qui dei vertici Rai, la questione si complica ancor di più. L'annuncio del ministro ai beni culturali ancora in carica, infatti, va a innestarsi in un garbuglio di tensioni e richieste che, complice la cassa di risonanza costituita dal Festival di Sanremo, arrivano dopo settimane, se non mesi, da parte del mondo del teatro e con minor eco da quello degli esercenti delle sale cinematografiche.

Tutto ciò all'interno di una pandemia dove è oggettivamente difficile sostenere che si possano realizzare degli assembramenti programmati come quelli che inevitabilmente si creeranno con il pubblico di figuranti dell'Ariston. D'altra parte, molti programmi televisivi da mesi, anche svolti in teatri come accade al Maurizio Costanzo Show, si svolgono esattamente con le stesse modalità. Il problema, insomma, non è di facile soluzione.

Anche perché il mondo del teatro che Franceschini intende "difendere" e "compattare" è a sua volta diviso all'interno, nelle ormai strutturate trincee dei "garantiti" grazie ai finanziamenti del FUS ed extra FUS messi in campo con copiosa disponibilità da parte del MiBact e dei "precari" che da ormai un anno denunciano il collasso di un sistema che discrimina le posizioni di attori, maestranze, registi e drammaturghi a cui le misure di sostegno messe in campo non arrivano o se arrivano lo fanno in maniera del tutto insufficiente.

Ecco perché, da quando si è aperto il dibattito sulle modalità di realizzazione del prossimo Festival di Sanremo, evento principale della programmazione televisiva italiana, ma che per le sue tradizionali modalità di svolgimento lambisce (e non poco) modalità assimilabili a quelle di un normale spettacolo dal vivo, il mondo del teatro si è scagliato con forza e insolitamente compatto contro Sanremo 2021 e la sua situazione di privilegio. Dopo le denunce del teatro meno ufficiale e più nascosto, sono arrivate nell'ordine le dichiarazioni di una regista seguitissima come Emma Dante, a cui sono seguiti direttori di teatro, come il Vascello di Roma e il Teatro Nazionale di Genova, il che deve aver convinto il ministro a scendere in campo per difendere i "suoi" e così scatenare la reazione piccata del mondo della televisione che al momento tace e lascia trapelare l'intezione da parte di Amadeus di mollare.

Non avverrà, naturalmente. E una soluzione andrà trovata per salvare capra (il Festival) e cavoli (il teatro), anche se sulla salvezza di quest'ultimo in molti nutrono più di una riserva. Perché, di base, la polemica contro Sanremo 2021 è strumentale a un mondo che non ha saputo in questi mesi trovare gli interlocutori adatti, né gli strumenti concreti e i dirigenti all'altezza, per uscire da una crisi che nemmeno le ingenti risorse messe in campo hanno risolto. O quantomeno affrontato.

Sullo sfondo, poi, resta l'annoso e complicata questione della Netflix della cultura, creatura voluta dal ministro Franceschini che inevitabilmente ha tagliato fuori la RAI, nonché lo stesso destino politico del ministro, coinvolto nella crisi del Governo Conte II, con le inevitabili ripercussioni che quest'ultima avrà sullo spostamento di pedine a dir poco fondamentali sullo scacchiere delle cariche istituzionali.