Harry Styles dimostra che le popstar sono in crisi di identità: non sanno più raccontarci

Non serve un giornalista musicale per dirti che il mondo sta cambiando precipitosamente. Fra le cose più triviali, ma comunque importanti, che stiamo vedendo svanire c’è anche la nostra idea condivisa di cosa sia davvero una popstar. Ascoltare "Kiss All The Time. Disco, Occasionally", l’ultimo album di Harry Styles, conferma questa sensazione che le popstar contemporanee stiano attraversando una crisi d’identità profonda. Non sempre uscendone con opere d’arte degne di una trasformazione generazionale di questo calibro. Una popstar è per l’ascoltatore un avatar, l’incarnazione altra-da-sé delle proprie aspirazioni e preoccupazioni, delle proprie gioie e insoddisfazioni: un totem sonoro (ma anche molto carnale) nel quale sublimare le emozioni che spesso siamo costretti a contenere nel normale corso della nostra vita sociale.
Certo, gli ultimi 20 anni di social media hanno messo in discussione parte di questo assunto, ma credo che sia ancora vero che nelle canzoni pop proiettiamo tutto quello che desideriamo o di cui abbiamo paura, con il maggiore grado di sintesi e semplicità possibile – ciò che ne fa, insomma, un prodotto commerciale popolare. In modo quasi automatico, quindi, le popstar raccolgono con il retino parte dello spirito del tempo. E lo spirito del tempo, ultimamente, è molto confuso e ansioso. Eppure, se dovessimo cercare impronte di questa confusione e di quest’ansia dentro "Kiss All The Time", faremmo fatica a trovarle. La domanda che domina fra le righe dei testi, evocata esplicitamente dal cantautore nella sua intervista con Zane Lowe, è semmai: "Cosa voglio fare della mia vita?". Un interrogativo che, se ci fai caso, ricorre in altri dischi che hanno definito quest’ultimo periodo di tramonto del pop per come lo conoscevamo.
La domanda esistenziale di fondo, questo lusso da giovane divo che ha finalmente superato la pubertà, ricorre in dischi come "The Life of a Showgirl" di Taylor Swift, dei cui limiti abbiamo già avuto modo di parlare; o nel recente "SWAG" di Justin Bieber, dove la paternità e la vita familiare sono per l’ex teen idol il segnale di un cambiamento personale, ma in nessun modo illuminano una possibile transizione artistica. Parliamo di dischi confusi, che nonostante i buoni riscontri (ottimi nel caso di Swift), hanno diviso il loro mastodontico pubblico. E, se per un momento vogliamo vedere gli ascolti di "Kiss All The Time", potremo notare una simile incrinatura nel fronte di Styles.
Premetto che, al netto di questa disamina, i numeri dell'album restano straordinari: qualunque artista venga ascoltato con questa frequenza dovrebbe considerarsi benedetto da un amore incondizionato da parte di un pubblico enorme. Qui, però, stiamo provando a misurare il calibro dell’ultima uscita di Harry Styles paragonandolo al suo, finora altissimo, standard: quello di popstar nell’Olimpo della musica contemporanea, di primo tra i primi. Non per decretare eventuali successi o fallimenti, o per elargire promozioni o bocciature – cose molto antipatiche. Quel che si vuole provare a capire è il modo in cui il pubblico del 2026 accoglie il ritorno di un megadivo con il suo nuovo progetto, e cosa ne pensa nel modo più essenziale possibile: la curiosità e l’ascolto.
Paragonando gli ascolti su Spotify del primo giorno dall’uscita di "Harry’s House", il 20 maggio 2022, al primo giorno di "Kiss All The Time", il 6 marzo 2026, notiamo un calo del 30%: il primo ricevette una media di 7.510.478 stream a traccia, il secondo “solo” (virgolette obbligatorie) 5.254.575 stream a traccia. Per dare maggiore contesto a questo paragone, dobbiamo aggiungere che le dodici tracce del nuovo album non hanno occupato per intero la parte alta della classifica globale di Spotify, dovendo contendersi spazi preziosi nelle prime (comunque pregiatissime!) 22 posizioni della chart. Quattro anni fa "Harry’s House" doveva lottare per le attenzioni nel mezzo della promozione di "Un Verano Sin Ti" di Bad Bunny, oggi la star portoricana vive di rendita con "DTMF" e "Baile Inolvidable" e la loro cavalcata lunga 14 mesi. In classifica, a rubare spazio al nuovo disco di Harry, ci sono addirittura canzoni ripescate da anni lontani, come "End of Beginning" di Djo (2022) e "Babydoll" di Dominic Fike (2018) mentre successi dell’estate passata come "Man I Need" di Olivia Dean o "Back To Friends" di sombr continuano a macinare stream.

Sappiamo – l’ha detto anche Enzo Mazza, CEO di FIMI, recentemente in un’intervista su Fanpage – che la parte alta della classifica si è compressa, e che la top 200 di Spotify non padroneggia oggi come una volta: le ragioni sono molteplici, a partire dalla crescita del comparto streaming e del numero di iscritti che ha diluito e disperso gli ascolti. Tuttavia, la logica dovrebbe suggerire che il numero assoluto e non relativo degli stream accumulati dalla seconda popstar più popolare al mondo non sarebbe dovuto calare in modo così drastico. E forse, allora, bisogna cercare queste motivazioni nella proposta artistica, piuttosto che nell’analisi del mercato – per quanto, tra milioni di tracce di artisti inesistenti e piattaforme sempre meno interessate al nostro feedback ci sarebbe da dire qualcosa sulle crisi esistenziali degli artisti e degli ascoltatori.
Abbiamo contestato da queste parti, in altre occasioni, le scelte timide e formulari degli artisti, che inevitabilmente portano a un disinteresse del pubblico. In linea teorica, "Kiss All The Time" voleva proporre una versione rinnovata della musica di Harry Styles. Era il minimo: nel grande libro delle narrazioni dei dischi pop, il ritorno a lungo atteso richiede spesso una reinvenzione. Lo stesso Harry’s House, se ci pensi, arrivava proprio con simili premesse: una discreta pausa, allargata ulteriormente da una pandemia, durante la quale la giovane popstar si era presa il tempo e lo spazio per allontanarsi dai riflettori, trasferirsi per un po’ in un’altra parte del mondo, con l’obiettivo di trovare nuove motivazioni e il bisogno di digerire alcuni lutti, aveva manifestato anche la necessità di raccogliere altri stimoli musicali (in quel caso, il synth-pop e la new wave, oltre a un cenno al mito Haruomi Hosono).
Se queste premesse risultano familiari, è perché sarebbe facile ritrovarle nelle dichiarazioni rilasciate quattro anni fa come una settimana fa, setacciando fra le interviste. Certo, nel frattempo la vita è cambiata per tutti, e un po’ anche per Harry, che ora può vantare dei tempi niente male nelle maratone che ha cominciato a correre, e che come tutti noi ha dovuto arrendersi al passaggio della soglia dei 30 anni. Ma forse questi cambiamenti non suonano (letteralmente) così radicali. "Kiss All The Time", realizzato sempre in trio con gli autori/produttori Kid Harpoon e Tyler Johnson, promette di rifarsi a certi modelli musicali, ma non ne abbraccia mai fino in fondo l’estetica: non si tratta di giudicare la musica di Styles sul metro di LCD Soundsystem, o Phoenix, o Simian Mobile Disco, e altri artisti a cavallo tra indie rock ed elettronica che entrano chiaramente nel moodboard di questo disco. Tutt’altro, e lo stesso cantante nell’intervista con Lowe spiega di aver cominciato a chiudere il disco quando ha trovato un suono “suo”. Peccato che quel suono “suo” contraddica il racconto di fondo, che risulti in un arretramento che trasforma le tracce elettroniche teoricamente ispirate alla cultura notturna delle discoteche berlinesi in confuse macedonie musicali.
Ascoltando "Kiss All The Time" è difficile capire quali emozioni Harry Styles voglia indurci a sentire. Facciamo un paio di esempi. "Ready, Steady, Go!" vorrebbe essere giocosa, e un piccolo assolo strumentale verso il finale sembra darle quel necessario sussulto, ma la voce di Harry è sempre distante, filtrata, come se avesse mandato a giocare con noi un assistente. "Taste Back" avrebbe un bell’inciso di synth che potrebbe far venire in mente certi contrappunti elettronici degli MGMT, ma mantiene un mix così basso e poco energetico da non farci sentire una condizione ideale per il consumo della musica a cui si riferisce: l’ironia.
Attenzione, qui non si parla di ironia come scadente sinonimo di umorismo. Si intende proprio il distacco che dobbiamo esercitare per festeggiare ballando una musica che sta confessando tutti i nostri errori e orrori. È una forma di catarsi che potresti aver avvertito ascoltando "brat" di Charli XCX, un disco bombastico a proposito di una crisi esistenziale, dove più le canzoni propongono beat esplosivi e fluorescenti, più siamo esposti a dichiarazioni tranchant, più sentiamo sbriciolarsi l’autostima della protagonista, che si sente inadeguata di fronte ai propri pari. (Il fatto che questa lettura non fosse stata colta da Taylor Swift dimostra che qualcosa non va ai piani altissimi del pop).
Nulla di tutta questa tensione si avverte in Kiss All The Time, un album che non cerca lo scontro o l’attrito e che siede comodamente in una condizione emotiva di mezzo: non abbastanza disperato da farci sentire il bisogno di danzare sopra il malessere come uno Stromae d’altri tempi; non abbastanza innamorato da dare ai riferimenti erotici e agli aneddoti una coerenza narrativa, tanto da aver portato molti critici a parlare di liriche criptiche, non facilmente decifrabili. Ma se una popstar non è un libro aperto, viene meno il nostro assunto iniziale. Di chi dovrebbe essere avatar Harry Styles? Di persone che nonostante alcune difficoltà sono in pace con sé stesse e che non hanno nessun problema a sborsare i soldi di un volo aereo e un pernottamento per New York e di un biglietto esoso per vedere dal vivo il proprio cantante preferito? Non proprio una prospettiva larga, non proprio un pubblico generalista.
Forse i milioni di ascolti che non stanno confluendo con la consueta rapidità dentro Kiss All The Time sono fermi perché nel disco manca una vera e propria hit paragonabile a "Watermelon Sugar" o "As It Was". Nel pizzicato dei violini di "Coming Up Roses" potrebbe esserci qualcosa, anche se la canzone stessa risulta in assoluto la più aliena al progetto, e il suo eventuale successo sarebbe simbolico di qualcosa di strano. "The Waiting Game" ha un discreto refrain, anche se si tratta dell’ennesima canzone che non sappiamo esattamente come dovrebbe farci sentire. Personalmente punterei sull’inno atletico "Season 2 Weight Loss", forse la migliore resa del suono indie elettronico anni Zero che si voleva imitare qui e là.
Forse, quindi, questa crisi d’identità generale è solo mancanza di buone scritture e produzioni. Forse è mancanza di coraggio. Certo, non tutti hanno il terreno dietro le spalle per richiamarsi alle radici come Bad Bunny in "Debí Tirar Màs Foto", o l’ambizione abbastanza folle di tenere insieme tradizioni, lingue, culture e sensibilità lontanissime nel tempo e nello spazio come Rosalía in "LUX". E certamente non si può chiedere a un artista con un fatturato paragonabile a quello di un’azienda di inseguire l’esempio di artisti più piccoli come The Dare o Fcukers nel revival del cosiddetto “indie sleaze”, confusa etichetta nella quale si possono inserire buona parte delle stesse fonti musicali di "Kiss All The Time", ma riprese con una sensibilità più accurata (nonostante l’astoricità della definizione) e, soprattutto, personale. Forse il problema è che oggi alle popstar non possiamo più chiedere niente. Ed è per questo che, nella grande fuga degli ascolti lontano dalla top 200, ciascuno di noi va a cercare conforto altrove. Possibilmente, si spera, in una leva di nuove popstar meglio attrezzate a rappresentare questi anni strani, matti e disperati.