Se digitate su Google la frase “emoticon mafia” troverete un sito in lingua inglese che vi proporrà di scaricare alcuni smile “travestiti” da gangster: la faccina con cappello Borsalino, sigaro e pistola puntata; quella con il mitra esplosivo o con i baffetti “alla siciliana” o ancora con la raffigurazione del “baciamo le mani”. In sostanza, tutto il repertorio stereotipato e “ironico” del “Padrino style”.

L’intento di questo articolo, al contrario, è individuare le forme di comunicazione non verbale dei giovani camorristi o degli adolescenti borderline (ovvero incensurati, ma pienamente inseriti nelle logiche dei clan, che svolgono attività illegali nell’indotto criminale o che hanno frequentazioni e rapporti di amicizia con esponenti della camorra) quando usano Facebook.

L’attivismo social di affiliati e guaglioni ‘è miezza ‘a via, orgogliosi della propria identità deviante, è ormai un fatto acclarato, anzi un aspetto del tutto normale, all’interno di un ambiente virtuale che ha come obiettivo la replicazione della vita reale. Eppure sin dal 2009, ovvero da quando sono apparse le prime notizie sulla presenza di mafiosi in Facebook, la stampa tende a descrivere il networking degli uomini d’onore con stupore adottando frasi tipo: “Ora anche i mafiosi usano i social network” oppure “Anche la mafia (la camorra o la ndrangheta che dir si voglia) è sbarcata sui social”.

Non è questo il luogo per ribadire quanto tale retorica sia spia del timore dei media broadcast di essere travolti – e quindi di non riuscire a influenzare – lo tsunami della disintermediazione. Una smile interpretazione, tuttavia, nasconde anche un pregiudizio: i soggetti in questione hanno, nella maggior parte dei casi, un basso grado di scolarizzazione e quindi sarebbero incapaci di sfruttare le potenzialità dei social.

Si ignora (volutamente?) che la rivoluzione digitale ha annullato i parametri culturali, e con essi i limiti, ascrivibili al Novecento: grazie agli smart phone basta un click per entrare in una dimensione in cui le coordinate del “sapere analogico” (l’apprendimento attraverso la carta stampata) sono state messe in crisi dall’avanzare della pratica digitale (la condivisione di contenuti multimediali). La differenza tra le due modalità è la stessa che passa tra professione e mestiere. Niente di male e nessuna diminutio intellettualistica, ma la leva al “mestiere digitale” ha ampliato a dismisura la platea dei praticanti con un duplice effetto: da un lato si è allargata la base interclassista (o interculturale), dall’altro è aumentata la banalizzazione dei contenuti; banalizzazione che, ovviamente, riguarda anche il male o il cosiddetto odio online. La lezione di Hannah Arendt è più attuale che mai.

I protagonisti del nuovo mestiere di networker sono i nativi digitali che, grazie alle capacità manuali di dominazione del mezzo, non hanno più bisogno di dover scontare eventuali provenienze, geografiche e sociali, periferiche. In questo mestiere conta l’approccio: la capacità di unire reale e virtuale concependo un nuovo linguaggio che sia in grado di cavalcare i due mondi, piegando lo scritto al parlato e la parola alle immagini fino al punto da trasformare un sentimento complesso in un segno grafico intuitivo.

Il neorealismo de “La paranza dei bambini” di Saviano si basa sui dialoghi, infarciti di riferimenti ai post di Facebook, al micro blogging di Twitter e ai messaggi, singoli o di gruppo, di WhatsApp, della prima Google generation criminale. Anzi i dialoghi dei “bambini della paranza” sono stati inseriti nel testo con una differente forma grafica per rendere riconoscibile sulla carta stampata un’interazione che è unicamente digitale. Per i protagonisti del romanzo, WhatsApp è uno strumento di comunicazione strategico (grazie alla crittografia ent-to-end): il gruppo fisico della paranza è coincidente con il gruppo virtuale della piattaforma di messaggistica istantanea.

WhatsApp, del resto, è l’unico social di nuova generazione ad aver messo seriamente in crisi la partecipazione a Facebook degli adolescenti. Anche per questo nel 2014 Zuckerberg ne ha rilevato la proprietà per trasformare una probabile perdita di iscritti in una semplice trasmigrazione di utenti all’interno del sistema societario del colosso di Menlo Park che controlla anche Instagram.

È stato proprio il rapido sviluppo della messaggistica istantanea ad aver “normalizzato” l’adozione delle emoticon che, nei loro diversi stili grafici, hanno invaso la sfera dei social e dei mobile device.

Ora se consideriamo che i giovani affiliati ai clan di camorra, nella città di Napoli, hanno un’età media di vent’anni è del tutto plausibile che siano attivi sui social network, esattamente come i propri coetanei non criminali. E proprio come i loro coetanei postano e caricano contenuti relativi al contesto in cui vivono (violento e deviante anche quando non palesemente camorristico); ovvero digitalizzano, in lingua parlata (un napoletano rimasticato e abbreviato in sigle incomprensibili, come farebbe ogni altro adolescente del globo quando scrive un messaggio nella lingua madre), attraverso una foto allegorica o una clip esplicita, il proprio stato d’animo esemplificandolo con l’inserimento della “faccina”.

Osservare come queste emozioni virtuali prendono corpo e quale forma assumono, a seconda delle situazioni contingenti, dei contesti sociali e dei valori individuali o del gruppo di coetanei, ci consente di cogliere un’informazione non verbale associata all’espressione linguistica che ha il tono del parlato, quindi naturale e spontaneo, sia nell’elaborazione del testo scritto, sia nella scelta del segno grafico emozionale.

In realtà, nella scrittura della Google generation le emoticon sono state sostituite dalle emoji. Le prime si ottengono da combinazioni di caratteri indipendenti dall’oggetto rappresentato: sono un codice di punteggiatura da cui si ricava un’immagine corrispondente. Le seconde, invece, sono la traslitterazione di un neologismo giapponese che ancora non è stato registrato dai dizionari italiani. È una crasi tra “immagine” e moji “lettera, carattere” e identifica le icone colorate adoperate con i dispositivi mobili, inseribili nel testo tramite le tastiere virtuali.

Nel lessico comune emoticon ed emoji, per il momento, appaiono intercambiabili. A parte gli aspetti tecnici, non visibili all’utente, e la provenienza, la differenza tra le due è spesso affidata all’etimo: le emoticon sarebbero solo stati d’animo (emotion), le emoji, invece, rappresentazioni grafiche di parole o concetti. A dire il vero molte emoticon ed emoji sono simili, con poche differenze grafiche, quindi non può essere questa la caratteristica distintiva.

La differenza principale, secondo gli esperti in materia, è un’altra: le emoticon hanno origine da una combinazione di caratteri, le emoji sono nate come immagini. Inoltre, per aggiungere un’emoticon al testo bisogna digitare una specifica sequenza di caratteri, oppure copiarlo e incollarlo da un elenco, mentre l’emoji si inserisce direttamente dalla tastiera che apre uno specifico menu da cui scegliere l’oggetto o il concetto più adatto per definire una situazione.

Stando alla definizione dell’enciclopedia Treccani le emoji possono essere considerate un’evoluzione commerciale delle emoticon: «un’enorme serie di simboli raffiguranti ogni genere di oggetto (da treni, aerei, matite e buste da lettera, a faccine, cuoricini e animaletti, a rappresentare concetti, relazioni ed emozioni)»; non più sequenze di segni della tastiera ma veri e propri pittogrammi che non comprendono solo faccine con varie espressioni, ma anche immagini di oggetti e definizioni concettuali.

Come spiega la professoressa Francesca Chiusaroli (coordinatrice del progetto #emojitaliano), le nuove icone sono «sempre più preponderanti nell’odierna comunicazione scritta del web, che si sta ormai sostituendo al rapporto “in presenza” tra gli interlocutori». Il potenziale delle emoji si estende, perciò, alla dimensione relazionale non solo permettendo di esprimere emozioni impossibili da veicolare con le parole, ma anche aiutando ad evitare fraintesi. In breve, le emoji stanno acquisendo uno specifico valore metaforico, in aggiunta a quello “concreto”, che può variare, per preferenze e frequenze d’uso, da Paese a Paese e all’interno della stessa comunità nazionale a causa di elementi diastratici: provenienza sociale, età, sesso.

Possono, dunque, a seconda del retroterra culturale dell’utilizzatore, rafforzare o disambiguare il senso di una comunicazione scritta in modo simile all’uso di intonazione, gesti ed espressioni del volto nella comunicazione orale (funzione paralinguistica). Per tale ragione si prestano ad essere “catturati” da sistemi culturali (subculturali) che hanno sviluppato, attraverso il linguaggio non verbale, una serie di convenzioni comunicative in cui simboli, oggetti e segni e disegni hanno una specifica funzione gergale.

Pertanto, se il napoletano è una lingua in cui la gestualità (il segno) è un naturale completamento dell’espressione verbale e se lo slang delle mafie (tra cui quello camorristico, più degli altri, mantiene, sin dall’Ottocento, una spiccata vocazione pubblica con una precisa strategia di visibilità sociale) è fondato sulla concatenazione allegorica di parole, oggetti e simboli, ecco che le emoji divengono veicoli di trasporto nell’ambiente virtuale del retaggio culturale mafioso.

Curiosando tra i profili Facebook di giovani camorristi e adolescenti borderline si ha la conferma dell’uso delle icone come espressione aggiuntiva per dare ai post un’intonazione tipica del parlato, una qualificazione concettuale inequivocabile e rafforzare l’empatia collettiva della rete dei contatti (di solito poco aperta a presenze esterne alla comunità d’appartenenza).

I simboli più usati sono: la bomba esplodente (o la bomba a mano), la pistola, il coltello, la siringa sanguinante, il pugno (o la rosetta tirapugni), il missile, l’angelo, la croce, il teschio, il fantasma, la foglia di marijuana, le tre scimmiette sorde-cieche-mute (anche singolarmente), le icone TOP, 100 e molte altre ancora associate nella maggior parte dei casi con l’immagine del cuore. Ogni figura ha un significato diverso in base al destinatario del testo. Si possono adoperare gli stessi simboli ma il senso del messaggio cambia a seconda dell’interlocutore: l’amico, il nemico, l’infame, l’ambiguo, il codardo, il ragazzo perbene, la comitiva, la paranza, la fidanzata, l’amante e così via. Prendiamo la bomba esplodente: se inserita in una frase diretta ad uno di cui ci si fida poco è una minaccia (T’aggia fa zumpa’ all’aria – ti devo far saltare in aria – devi morire); se riferita a nu cumpagno ‘e miezza via è un’attestazione di fiducia e solidarietà (Si ‘na bomba – sei una bomba – sei un grande).

Inoltre, la frequenza d’uso di alcuni simboli è la manifestazione della capacità sincretico-adattiva digitale del gergo mafioso: le emoji raffiguranti le armi (bombe, pistole, coltelli, il missile ecc.) appartengono all’iconografia dei videogiochi sparatutto; i riferimenti alla fratellanza (il pugno, il sangue, la fogli di marijuana ecc.) vengono dalla sfera dell’Hip Hop (o se vogliamo da un sentire periferico globalizzato); altre ancora derivano dalla tradizione popolare (il teschio, il fantasma, le tre scimmiette) o dalla simbologia cattolica (l’angelo e la croce). La somma delle icone, aggiunte al testo, modificano le intenzioni del post che, il più della volte, è banale, stereotipato e copiato da altri profili di “giovani di rispetto”.

Un mush up di oggetti e concetti che dà luogo ad una sequenza simbolica originale al servizio di un messaggio a sfondo criminale. Le icone da tastiera acquistano nelle mani dei nativi digitali una funzione polisemantica che racconta sia la mentalità individuale, sia quella della comunità di appartenenza: la digitazione ibrida di parole e segni manifesta la modernità del gergo della Google generation criminale che sfrutta le emoji per tracciare i confini virtuali dell’etica mafiosa.

Le emoji non sono parole ma utili strumenti di contestualizzazione: consentono di comprendere lo stato emozionale dello scrivente. Sono usate per creare risonanza empatica con la rete dei simili, per dimostrare che dietro la tastiera c’è “uno di loro” a premere il pulsante d’invio. Il testo, perciò, non può essere frainteso in quanto le parole sono accompagnate virtualmente da un gesto, un’espressione facciale, un’inflessione della voce, una postura del corpo che, chi conosce il gergo, non può ignorare.

In conclusione, il linguaggio non verbale rimane centrale nel codice simbolico mafioso. Anzi, il codice si rinnova grazie alla simultaneità, all’efficacia e alla esemplificazione di icone che trasmettono un complesso spettro emozionale in luogo di concetti empatici troppo difficili da esprimere con le parole (soprattutto per chi ha un basso grado di scolarizzazione ma una buona predisposizione al “mestiere” digitale).

Le emoji sono lo snodo di un sistema di comunicazione bidirezionale: “parlano” all’interno del gruppo di giovani affiliati e ragazzi borderline (intra-comunicativo) e inviano messaggi minacciosi al mondo esterno (extra-comunicativo). In tal senso svolgono (proprio come le mafie) una funzione di mediazione tra la mentalità mafiosa (agglutinando, grazie ai new media, l’immaginario della globalizzazione criminale) e la cultura locale e nazionale: un ponte digitale tra due contesti solo apparentemente distanti.

Rappresentano il fulcro del gergo virtuale mafioso che ribadisce, dopo oltre due secoli, la visibilità esplicativa, connotativa e interdittiva del linguaggio camorristico.