fonte: Getty Images
in foto: fonte: Getty Images

Il 4 settembre 1989, esattamente trent'anni fa, Georges Simenon moriva a Losanna, in Svizzera, a 86 anni per una recidiva di un tumore al cervello che lo aveva afflitto qualche anno prima. All'epoca il papà del Commissario Maigret, fortunato eroe del "giallo" tra i più famosi di tutti i tempi, oltre che nelle svariate riduzioni televisive e cinematografiche, da quasi vent'anni, dopo aver dato alle stampe "Maigret e il signor Charles", aveva smesso di scrivere, dandosi ai dettati. Nastri magnetici su cui imprimeva la sua voce. Rotta nel 1978, dopo il suicidio della figlia Marie-Jo per cui interruppe il silenzio e decise di mettersi a comporre in prima persona "Memorie intime".

Nato in Belgio, a Liegi, cattolico, animato (come tanti all'epoca) da un sostanziale spirito antisemita, agli inizi della sua carriera arriva a Parigi, dove scopre grazie alla sua prodigiosa rapidità di scrittura di poter diventare uno scrittore. Nel 1928 scriverà ben 48 romanzi d'appendice. Alla fine della carriera, in quel 1972 in cui si ritirerà per le precarie condizioni di salute, tra i primi anni, i gialli, i diari e le altre linee (ingiustamente ritenute minoritarie della sua produzione) saranno quasi duecento, oltre a un numero imprecisato di racconti, articoli di giornali, lettere.

Eppure, se oggi conosciamo Simenon soprattutto attraverso lo sguardo dell'intramontabile Maigret, la letteratura gialla non lo interessava per i suoi puri meccanismi narrativi, ma perché dietro il sangue degli innocenti (e dei colpevoli) e le relative indagini per scoprire gli assassini, si nascondeva il racconto sociale della Francia, della sua provincia, di tutto quel mondo che Simenon aveva raccolto nei suoi diari di una vita, realizzati dopo lunghi viaggi in cui si immergeva di continuo. Non è solo lo scrittore che "ha dato alla Francia il genere poliziesco", me uno "scrittore di razza" come scrisse Alberto Savinio. Raccontando l'anima profonda del paese l'Oltralpe. Che in Italia cominciò a trovare successo proprio nei primi anni Ottanta e poi negli anni successivi, grazie all'intelligente operazione di Adelphi.

In definitiva, forse è possibile dire che Simenon non ebbe una vita particolarmente degna di nota, d'altronde trascorse tutto il suo tempo a scrivere. Eppure con la malattia prima poi con il suicidio della figlia, qualcosa si ruppe. E così andò a ritirarsi a Losanna, dove il male lo sorprese di nuovo e stavolta non gli lasciò scampo.