Sono passati due giorni da quando il nostro piccolino grande usa due mani per dirti quanti anni ha: prima d'istinto ne mette una aperta e poi pian piano aggiunge un ditino. Sei anni, sei primavere, una manina e un ditino, due meravigliosi occhioni blu e verdi, che guardano al mondo con la meraviglia, quella meraviglia che ti fa credere sia ancora possibile un altro mondo possibile. Sono passati diciotto anni da quel 20 luglio del 2001 a Genova, ma non ho mai smesso di credere ancora in un altro mondo possibile. 18 anni, 18 primavere, 18 stagioni, tanti governi, due repubbliche e una generazione, la mia, che nonostante tutto non ha mai smesso di credere in quell'altro mondo possibile.

Qualche giornalista con il prurito alle mani in seguito ai fatti di quei giorni, l'ha definita "la generazione che ha perso la voce", quasi come se si fosse arresa. Ma io credo sia vero piuttosto il contrario: che la mia sia una generazione che è stata sconfitta, sì, ma che non si è mai arresa. Hanno preso i nostri vent’anni, li hanno ammazzati e li hanno lasciati per terra. Tumefatti, sanguinanti, ancora vivi. È una generazione strana, la mia, una generazione che non ha ucciso i propri padri, anzi sono i padri stessi ad aver ucciso i figli, ed è proprio quello che è accaduto in quel disperato luglio: anziani padri attaccati alle loro sedie, comodamente seduti su letti di lana, si facevano scherno di noi giovane carne umana mandata al macello per strada, massacrata da chi avrebbe avuto il compito di difenderci.

Dopo 18 anni "Genova 2001″ è diventata maggiorenne, ma a quanto pare non è ancora per nulla matura: il nostro paese non è maturo, non lo è mai stato, incapace, come è, di assumersi le proprie responsabilità e aprire un dialogo sugli accadimenti di quei giorni. Ma come ha sempre fatto per tutto il corso della sua storia, pone impietosamente un velo di silenzio e omertà ad oscusare tutto, e così non siamo mai in grado di far luce sulle verità nè tantomeno sulla verità dietro quei terribili giorni seppur, come ebbe a dire Licia Pinelli, la verità sarebbe l'unica vera forma di giustizia.

Nonostante questo cerco di essere, giorno dopo giorno, un padre che non dimentica i sogni di quando era solo un figlio e quando sarà il momento, cercherò di spiegare ai miei bimbi, anzi una bimba e un bimbo, cosa cercava di fare il suo papà a Genova, con milioni di altre ragazze e ragazzi: per la prima volta nella storia, radicali, estremisti, cattolici (che poi però hanno preso il doppio delle botte di tutti noi altri, perché continuavano a porgere l'altra guancia), pacifisti, riformisti, autonomi, sognatori di ogni specie si erano riuniti sotto una bandiera comune: «Voi G8, noi sei miliardi». Ed è questo il rammarico più grande per noi, perché i giorni del Social Forum furono fra i più belli della mia vita: decine di migliaia di persone di natura e geografia totalmente diverse fra loro si radunavano pacificamente per parlare, discutere, sognare, cercare soluzioni alternative, trovare la giusta via per un altro mondo possibile, un mondo che non appariva poi così lontano. Idee, progetti, proposte, innovazioni che cambiarono il modo di guardare alle cose e al mondo stesso, nel corso degli anni, ma pare che nessuno lo sappia o lo voglia ricordare. Per la prima volta si affacciava al mondo un movimento fatto di mille anime diverse senza bandiere, che non voleva distruggere né recriminare, ma voleva costruire un’alternativa, aveva delle proposte per rendere possibile un altro mondo. Per questo fu schiacciato, distrutto, picchiato, torturato e ammazzato. Per questo fu smembrato e fatto a pezzi, mettendo gli uni contro gli altri, tornando a collocarli ognuno nella propria posizione: i cattolici da una parte, i radicali dall’altra, i riformisti, i pacifisti eccetera eccetera eccetera.

Ed è questo il nostro più grande rammarico: bastò una foto. Una sola foto. La foto di un ragazzo in canotta e passamontagna, con un estintore in mano, cancellò ogni traccia di tutto quello che di meraviglioso era stato fatto. E mentre quel pomeriggio correvo disperato con gli occhi che mi bruciavano così tanto che pensavo sarei rimasto cieco per sempre; mentre mi fermavo terrorizzato perché mi accorgevo che la mia maglietta sulla pancia era zuppa di sangue e avevo paura che fosse mio; mentre a ogni colpo che ricevevo avevo lo sfintere contratto come non mai perché ero sicuro che mi sarei cagato addosso da un momento all’altro; mentre piangevo come un disperato perché continuavo a scappare come una volpe anche se un ragazzino veniva pestato forse a morte da quattro sbirri che gli erano addosso con calci e pugni sul cranio pieno di sangue; mentre a ogni botto che sentivo mi buttavo a terra insieme a tutti gli altri perché pensavamo ci stessero sparando addosso e rimanevo con la faccia schiacciata sull’asfalto lurido finché pensavo di poter ricominciare a correre; mentre vedevo picchiare sulle ginocchia con i manganelli una donna anziana fino a farla cadere per terra con le gambe rotte solo perché aveva cercato di difendere una ragazzina che, grazie a lei, era riuscita a scappare; mentre guardavo due poliziotti ridere e fumare con i piedi appoggiati su un uomo steso per terra sotto di loro che picchiavano in testa ogni volta che provava a muoversi; mentre le camionette della polizia sfrecciavano sui marciapiedi fra tutti noi e ci buttavano giù come dei cazzo di birilli; mentre gli sbirri sparavano lacrimogeni ad altezza uomo; mentre urlavo disperato il nome di Anita che non riuscivo più a trovare e avevo il terrore, anzi la certezza, che fosse morta da qualche parte da sola; mentre cercavo di telefonare alla mia mamma perché pensavo che sarei morto sicuramente, o mi avrebbero arrestato e non l’avrei più rivista e non avrei più potuto chiederle scusa per essere andato via senza tornare; mentre vomitavo l’anima per la paura, il fiatone e i fumogeni nei polmoni che non mi facevano respirare; mentre credevo di svenire ma cercavo di non farlo pensando che poi non mi sarei più svegliato; mentre mi domandavo perché tutto questo stesse accadendo, e mentre tutto questo accadeva, pensavo solo che, se avessi avuto una pistola, un fucile, un qualcosa di grosso, lo avrei raccolto e avrei cercato di difendermi o difendere quella povera ragazzina che stavano tirando per i piedi facendole sbattere la testa per terra, quella che non smetteva di sanguinare e urlare di terrore, pensavo che l’avrei raccolto, quell’oggetto, e l’avrei tirato con tutta la mia forza contro quegli animali.

Ma in certi momenti si possono fare solo due cose: o scappi o ti difendi e non c’è giudizio su nessuna delle due. O scappi o ti difendi. Quindi, chi non sa nulla di Carlo Giuliani è meglio che taccia, per favore. Solo chi è stato a Genova può sapere cosa vuol dire essere stato a Genova. Solo chi è stato a Genova può capire cosa vuol dire mettersi a piangere senza motivo perché ti trovi in mezzo alla folla. Solo chi è stato a Genova può capire cosa vuol dire, anni dopo, sudare freddo, sentirsi male, avere nausea e vomito, solo perché i carabinieri ti hanno fermato di notte per un normale controllo di routine. Solo chi è stato a Genova può capire cosa vuol dire Genova.

Tanti anni prima di quel G8 – avevo proprio 18 anni – dopo un'accesa discussione sui sogni perduti del ‘68, in cui accusavo mio padre, e con lui la sua generazione, di aver venduto i loro sogni e la rivoluzione, "per un lurido posto fisso" e per una casa di proprietà, mio padre, guardandomi con i suoi occhioni blu, mi aveva risposto: "innanzitutto noi qui siamo in affitto" e poi aveva aggiunto che lui e la sua generazione ci avevano provato e non ci erano riusciti, "Ci hanno buttato le bombe addosso, ci hanno ammazzato e riempito di eroina, che cosa potevamo fare?" Ma nonostante tutto, diceva, non si erano mai arresi, non avevano mai smesso di crederci. Più di venticinque anni dopo, son qui che scrivo un pezzo per il diciottesimo anniversario della disfatta della mia generazione e nel farlo mi vengono i brividi perché ho usato le stesse identiche parole che mio padre aveva usato con me. Ci abbiamo provato e non ci siamo riusciti, ma non ci siamo arresi. E comprendo finalmente che forse semplicemente alle volte si vorrebbe avere una seconda possibilità.

Sono passati 18 anni da quel 20 luglio, più di 25 anni da quella discussione, ho una bimba e un bimbo bellissimi, che sono un piccolo pezzo di quell’altro mondo che credevo e continuo a credere possibile, ma non c’è giorno in cui non pensi anche solo per un istante che, se ci fossi stato io quel pomeriggio in piazza Alimonda, forse oggi non sarei qui a raccontare del mio piccolino grande e della mia piccolina piccola. Forse non sarei qui, perché in momenti come quelli puoi fare solo due cose: o scappi o ti difendi e, forse, se mi fossi trovato al posto di Carlo, non sarei scappato. Ed eccola qui la mia seconda possibilità: usa una manina e un ditino per dirti quanti anni ha, e con la sua sorellina ci ha insegnato a mettere tutto al secondo posto, perché non c'è niente di più bello che stare insieme.
Lunga vita e prospera piccoli miei e che la forza sia sempre con voi. Un altro mondo è ancora possibile.