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Flavio Giurato: “Il console generale? L’ultimo album in italiano. A Corsi ho detto: non farti spremere del sistema”

Flavio Giurato è uno dei segreti meglio custoditi del cantautorato italiano. Troppo custoditi. È uscito con l’ottavo album “Il console generale” che potrebbe essere l’ultimo in italiano: “È pronto l’album in inglese e poi un western”. Nell’intervista a Fanpage racconta dello stare fuori dal sistema, di Lucio Corsi e di suo fratello Luca Giurato.
A cura di Francesco Raiola
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Flavio Giurato
Flavio Giurato

"Un fiume carsico che riemerge quando nessuno se l'aspetta più" scriveva Massarini di Flavio Giurato e, in effetti, Giurato è (era) il fiume carsico del cantautorato italiano. È stato definito in tanti modi, spesso sinonimi di "outsider", ma non credo che gli piaccia molto, così come odia che si parli di lui al passato. Di certo Giurato è un artista al di fuori del sistema. Il 16 gennaio è uscito il suo ottavo album, "Il console generale" che rispecchia quella che è la sua idea di arte fuori dagli obblighi discografici e dalla schiavitù dei numeri. Quindi troverete canzoni da 12 minuti, come quella che lo chiude, brani su Auschwitz e la memoria, ma anche su Roma e il Cinema. E proprio il Cinema potrebbe stare nel suo futuro. Durante l'intervista, infatti, Giurato ci racconta che forse Atena 4 potrebbe essere la sua ultima canzone in italiano pubblicata, prima dell'album in inglese, atteso da una vita e ormai pronto. E come fece dopo la pubblicazione del trittico "Futili motivi", "Il tuffatore" e "Marco Polo" potrebbe anche prendersi tempo dalla musica. Cresciuto in una famiglia benestante, col padre giramondo per il suo lavoro diplomatico, Flavio Giurato è fratello di Luca (istituzione della televisione italiana) e Blasco (noto direttore della fotografia, lavorò con Tornatore a Nuovo Cinema Paradiso) e della geologa Claudia. Suo nonno, invece, era librettista di Puccini, Mascagni e Leoncavallo, tra gli altri. Una casa piena di arte che lo ha indirizzato verso una carriera musicale, che partì facendo il busker a Roma e che dop "Il tuffatore" avrebbe potuto prendere tante strade. Lui scelse quella del rifiuto del mercato, prediligendo la propria arte e rinunciando alla popolarità.

Carlo Massarini ti ha descritto come un "fiume carsico che riemerge quando nessuno se lo aspetta". Ti riconosci in questa immagine?

È questione di non rientrare nei tempi industriali di lavoro e di produzione. Io sinceramente non mi rendo conto di quanto tempo possa passare fra un lavoro e l’altro. So che lavoro dal 1978 e so che questo è l’ottavo disco. Facendo un po’ di conti sarebbe un lavoro ogni sei anni. Quindi questo fiume carsico ogni sei anni.

Forse nasceva dal silenzio dopo Marco Polo.

Sì, quello è stato il punto di svolta. Fino a quest'album ho pubblicato tre lavori con due case discografiche: Ricordi e CGD. Con Marco Polo, che è stato definito anche una specie di suicidio per quanto riguarda il rapporto con l’industria, è cambiato tutto. Poi c’è stato il passaggio dall’analogico al digitale e questo mi ha permesso di lavorare con una piccola etichetta, la Entry, in maniera artigianale: staccato dai tempi e dagli obblighi di produzione, staccato dal fatto di dover far sentire provini. Io provini non ne ho mai fatti: sono sempre andato in sala a fare i dischi.

Il digitale ti ha dato libertà, ma ha cambiato anche il modo di pensare l’album.

Con l’avvento di questo supporto, che adesso sta morendo, si è semplificato tutto: ha dato accesso ai mezzi di produzione, al posto delle macchine analogiche che erano pesanti, complesse, bellissime. In Marco Polo c’è proprio quella dimensione: pensa che la simulazione della vela che sbatte al vento è fatta con 24 piste arrivato alla fine fino a sbattere contro le testine. Però col digitale, col CD, si è anche annullata quella che per me era la visione della composizione per il vinile, per l’album: un pezzo che comincia il lavoro, un pezzo che chiude la prima facciata. Poi bisognava alzarsi, tirare su la puntina, girare il disco e riabbassarla. Il CD invece era una striscia continua, lunga abbastanza da contenere la Nona di Beethoven. Però io questo imprinting dell’album vinile l’ho sempre mantenuto. Anche lavorando sul CD ho sempre tenuto presente il pezzo che apre tutto, quello che chiude la prima facciata, quello che riapre dopo che hai girato, e poi quello che chiude tutto.

E funziona così anche per Il Console Generale?

Sì, funziona così anche con Il Console Generale. Avrei potuto pubblicarlo perché col minutaggio ci stavo, ma mi mancava proprio questa forma vinile, questa forma album. Quindi ho aspettato che arrivassero due pezzi: "Laura il cubano" e "Atene 4". L’inizio del lato B è sempre stato “Il Console Generale”, la traccia che dà il titolo. "Atene 4" l'ho riconosciuto un pezzo molto personale, che mi appartiene, e mi ha pacificato con quella forma vinile che ho sempre tenuto presente nel cuore e nella praticità.

Nel disco ci sono racconti molto diversi: Auschwitz, il carcere. Qual era l’idea generale dietro quest’album?

Quello che ci aspetta adesso, ovvero affrontare una società quantistica. Io, prima ancora del Covid e della guerra, dicevo: il vero fattore essenziale di quello che saremo sarà l’intelligenza artificiale. Ne parlo da tanti anni. Adesso, siccome tutti parlano di intelligenza artificiale, io sono un fiume carsico, quindi mi devo rinnovare, devo stare avanti. E il prossimo passo sarà quello che tutto il mondo quantistico porterà nella nostra vita. Verranno i computer quantistici, sarà tutto diverso. E poi c’è questa copertina fatta non da un grafico, ma da un poeta: Guido Celli, poeta di professione che può essere letta a seconda del pezzo che stai ascoltando. Può essere la luce dall’alto di un campo di sterminio oppure il tracciato stellare di una mappa che guida il Console Generale da Anzio fino alle bianche scogliere di Dover.

Giuliano Ciao ha scritto un libro sulla tua arte e sulla tua vita artistica. Com’è stato diventare oggetto di studio, tu che sei sempre stato fuori dal mercato?

È stato imbarazzante. Guarda, ti racconto una cosa legata a Lucio Corsi. Stavo a Milano a un concerto qualche anno fa, è venuto questo ragazzo e mi ha detto: "Io vengo da Grosseto, dalla Maremma, e vorrei aprire il concerto". Io gli ho detto: "Figurati, apri quello che ti pare". Poi quando ha fatto quel botto incredibile l’anno scorso con Sanremo gli ho scritto: adesso non ti fare spremere come un limone, non diventare un dente dell’ingranaggio. Cerca di mantenere te stesso, affermare te stesso nel rispetto della partitura, come diceva Giorgio Cantelli. E poi prendere tutto con senso dell’umorismo: quella è la chiave di tutto.

Ti hanno spesso definito outsider, qualcuno addirittura snob. Hai mai pensato che forse avresti potuto avere ancora più popolarità?

No, non era quello che mi interessava. Perché la popolarità si paga, non arriva gratis. Io per fare un pezzo posso metterci quarant’anni o posso farlo in tre quarti d’ora. Bisogna cercare di mantenere un'indipendenza che non è quella dell'etichetta: è interiore, personale. Io ho gratitudine per le case discografiche, perché mi hanno permesso di lavorare con mezzi di produzione che oggi non avrei: andare a Londra, Milano, Roma, suonare con Ray Cooper, Toto Torquati, Mel Collins… E questa mentalità mi ha permesso di restare un piccolo artigiano in bottega, con i suoi segreti, le sue abitudini, i suoi tempi. Se mi chiama l’industria e mi dice: “Hai pre-order 2000 al minuto”, sei forzato a produrre anche qualcosa che magari avresti accantonato. È proprio una maniera di lavorare che non si presta alla popolarità. La popolarità ha degli obblighi.

Il tuo è un percorso, anche quando eri in una major, è sempre stato un percorso di totale indipendenza. O sbaglio?

Sicuramente magari non paga in termini pratici, però paga nel fatto di stare bene con te stesso e di cercare di comunicare con tranquillità.

Però se tu avessi voluto i "termini pratici", probabilmente ti saresti mosso in maniera diversa dopo Il Tuffatore.

Sì, sarebbe stato diverso. Sarei stato più dentro quelle che potevano essere le esigenze di chi comanda il gioco. Invece ho cercato sempre di essere un po’ padrone di me stesso.

Mi interessava tornare indietro su un tema centrale: la memoria. È qualcosa che ritorna sempre nei tuoi racconti, dalla Seconda guerra mondiale ad Auschwitz-Birkenau. Perché hai scelto di trattarlo in quel modo?

Ti devo raccontare una cosa: qualche anno fa c’è stato l’assalto alla sede della CGIL a Roma. Dopo quel fatto ero al telefono con Piero Tievoli, il chitarrista del Tuffatore e di Marco Polo. Io gli ho detto: "Certo, se continua così tra un po’ andranno a cercare gli ebrei casa per casa". E lui mi ha risposto: "Non solo gli ebrei, ma anche quelli che gli stanno sul caz*o". Quella fu la fine della telefonata. E da lì è nato il pezzo. È proprio la pura e semplice verità. All’epoca non c’era ancora questo gran casino triste e tragico della Palestina.

Ti ha colpito?

È stato sconvolgente che possa essere successo tutto questo con protagonista lo Stato di Israele, dall’altra parte del campo. Però attenzione: se si scorda il passato, questo passato poi ti ritorna. Io sono contentissimo di aver fatto quel pezzo. L’ultima volta che l’ho fatto qui a Monte Sacro, al festival dell’Aniene, ho sentito il bisogno di dire: "Attenzione, perché se ci scordiamo il passato, poi questo passato torna". È un pezzo che mi sta molto a cuore. E non può essere adombrato da dubbi del tipo: "Perché parli di quello e non parli di quell’altro". Non mi sento che mi devo giustificare.

Il Console Generale ha a che fare con tuo padre?

Per forza ha a che fare con mio padre, nel senso che la sua figura sta lì, è innegabile. Però allo stesso tempo non ha niente a che fare: entrambe le cose. È una figura completamente immaginaria, questo console generale che non so nemmeno se una carica del genere corrisponda davvero a un comando militare nell'antica Roma.

Quando penso al racconto di tuo padre penso anche a "Digos". Cos’è quella canzone?

Ti posso raccontare un episodio di vita pratica e quotidiana. Ero con il poeta Guido Celli, a Piazza Esedra, vicino al Grand Hotel. C’è un parcheggio lì. Io all’epoca avevo una macchina molto inusuale: una Nissan enorme, un top di gamma che nessuno comprava perché era in concorrenza con BMW e Mercedes. Eravamo parcheggiati, arriva un pullman. Scende l’autista, e Guido gli dice: "Così ci chiudi". E quello: "Oh scusi, sposto subito". Io ho capito che marcavamo a Digos: era completamente spaventato.

Insomma, ho capito che non mi dirai di più.

Posso dirti che mi ha dato una gran soddisfazione farla. Mentre lo facevo capivo che era qualcosa fuori dal comune. È una storia dove non si capisce chi ammazza, chi muore. Un pezzo della canzone d’autore un po’ fuori dal comune.

"Atene 4" è l’ultima che hai scritto?

Sì, è l’ultima che ho scritto. Non so se sarà anche l’ultima che scriverò in italiano. Di programmi in italiano non ne ho, ho il disco in inglese. Devi leggerlo come se ti stessi dicendo: "Mo cambio mestiere". Ho un repertorio infinito, dei pezzi che non ho mai fatto in pubblico, non so più dove prendere per fare un concerto di tante canzoni che non ho mai portato live. Per me potrebbe anche bastare così.

Flavio Giurato
Flavio Giurato

Nel senso che potrebbe essere l'ultima canzone in italiano pubblicata?

Con me non si può mai sapere: posso fare un disco in tre notti o non farne più. Non ho più contratti e impegni discografici per un nono disco. Il nono sarà "Recent Happenings". L’ho praticamente chiuso.

Quindi è chiuso? Ne sentiamo parlare da anni di quest'album in inglese.

Io ne parlo da sempre, da prima ancora che cominciassi a pubblicare in italiano. Volevo cantare in inglese.

Da quando esiste questa idea?

C’è da prima di "Per futili motivi", non come adesso ovviamente, ma ci sono cose che sono successe tanti e tanti anni fa, prima ancora che cominciassi a pubblicare. Quando stavo a Londra a fare il busker lì. Ci sono dei pezzi che uno magari racconta anche, ma che risalgono a tantissimo tempo fa. È tutta la vita che mi porto dietro questa cosa. Finalmente l’ho realizzata. Ti dico: non ho programmi di lavorare ancora a un disco di canzoni in italiano.

Dicevi che "Atene 4" era da leggere come un avviso che volevi cambiare ancora una volta.

"Atene 4" descrive un set cinematografico. Ed è lì che voglio andare.

Quindi i prossimi progetti sono musicali, ma anche cinematografici?

Poi c'è Ash Locks, un western arrivato alla quarta stesura. Anche questo me lo porto dietro da tanti anni.

Nel libro di Giuliano Ciao si racconta che i tuoi fratelli e tua sorella non immaginavano che la musica sarebbe diventata la tua vita. Com’è possibile?

C’era il pianoforte, certo, però sai, tra me e loro c’erano dieci anni di differenza, e chiaramente le vite erano diverse. È possibile che sia passato inosservato il fatto che io stessi a suonare tutto il giorno, che nessuno se ne accorgesse davvero.

Tu eri a Praga quando ci fu l’invasione sovietica, come racconti in una canzone. Che giornata fu?

È tutto raccontato nel pezzo. Eravamo arrivati a Praga per un torneo di baseball. Di notte abbiamo cominciato a sentire una frequenza, un ciclo dal cielo. Stavano atterrando all’aeroporto. Era una richiesta d'atterraggio d'emergenza: un aereo russo con una squadra di pallavolo, e nelle borse c’erano i Kalashnikov. Hanno preso l’aeroporto, poi le radio; sono arrivati i russi e nella notte si sono presi la città. Essendo figlio di diplomatico, il giorno dopo mi sono trovato all’ambasciata italiana. Ho suonato il campanello, ho svegliato l’ambasciatore e gli ho detto: "Praga è stata invasa dalle truppe del Patto di Varsavia", come canto nella canzone. Parole testuali. È pura storia.

"Non ci credeva il diplomatico di carriera" continui. Gliel'hai proprio detto tu.

Sì, era incredulo, poi se n'è reso conto. Dopo abbiamo attraversato la città su un’Ape Piaggio, solo che i praghesi non ci stavano, avevano una forma di resistenza. Eravamo in tre dietro all'Ape Piaggio, solo che questi non si fermavano ai posti di blocco. A un certo punto ho dato pugni al tettuccio intimandogli di fermarsi. Mi hanno puntato l’arma addosso e non è come al cinema: vedi molto più ferro rispetto alla realtà rappresentata sullo schermo. Belle sensazioni, belle storie che spero di essere riuscito a trasmettere.

È bello vedere come la Storia con la "s" maiuscola si intrecci alle storie quotidiane…

Ti posso dire: ho un pezzo del primo disco sul bombardamento di San Lorenzo ("Aquile e corvi", ndr), a 100 metri da casa mia. C’era un tipografo che lavorava ancora col piombo, e mi ha raccontato che era partito per la guerra, abitava a San Lorenzo, e quando è tornato casa sua non c’era più. Insomma, io ho vissuto in epoca pre-telefono, pre-computer, era straordinario avere il racconto orale delle testimonianze di vita vissuta.

Quel bombardamento per i romani è stato così importante, penso anche alla canzone con De Gregori. Ha segnato l'immaginario.

È stato completamente inutile, non aveva nessun interesse strategico; era quasi un atto terroristico, perché il fronte era da tutt’altra parte. Non serviva a niente bombardare Roma. Però quel bombardamento è stato l’inizio di tutto quello che sarebbe stata la musica a Roma, tutto il cantautorato.

Perché?

Perché gli americani, per risarcire la città, portarono l’RCA a Roma. Costruirono questa fabbrica, praticamente un sogno, con studi di registrazione tra i più belli del mondo. Lo studio A dell’RCA era uno dei più grandi e pazzeschi: ci registravano le opere. Poi è stato smantellato per far posto alla produzione di Stereo 8. La RCA ha portato tutto quello che era la presidenza dei Melis: tutta l’attività a Roma è nata perché hanno bombardato San Lorenzo.

Come mai hai scelto "Caravan" – già conosciuta – come chiusura?

Era già previsto che "Caravan" facesse parte di quest’album. L’ho registrata quando ho avuto i musicisti giusti per farlo. Adesso ho grossi problemi a suonare in pubblico, perché i ragazzi su cui avevo puntato, che ho cresciuto e formato, sono impegnati e non possono seguire le date. È un momento molto triste per me. Alla fine, se guardi "Il manuale del cantautore" ha Mi-Lang come ultima traccia, con un arrangiamento organico pieno, mentre il resto del disco può essere più scarno. L’ultimo pezzo è quello con l’arrangiamento completo. È una scelta di lavorare con voce e chitarra, o un tamburello e voce, dà risultati molto forti. Caravan è un martello, dove parole e musica non perdono un colpo. Poi è anche un momento di riflettere sul chiudere in bellezza, senza affaticare, trovando ispirazione e modo di lavorare.

Parlavi del modo in cui si incastrano voce e ritmo. E ho ripensato a "Di nuovo i marinai già tirano le funi" che ripeti come un mantra. Come nasce l’idea di cantare così a lungo lo stesso verso?

Non c’è premeditazione, non mi metto lì a dire "voglio fare un pezzo di 20 minuti". È la sala che ti porta a quella durata. Per Marco Polo, ad esempio, c’era la serie in televisione la domenica, la guardavo e poi scrivevo qualcosa in base a quello che vedevo. C’erano scene come quella delle funi, che ritrovi nel disco, o quando canto "Compra il pesce e poi lo regala", quella è una scena. Ogni settimana facevo un pezzo al piano e poi mi sono ritrovato in sala e in tredici giorni tra Lomdra, Milano e Roma l'ho chiuso. È il lavoro in sala che ti porta a certe scelte e lunghezze.

Che ricordi hai del periodo di Il tuffatore?

Quel periodo era legato agli anni di Pubblitalia, c'era l'inglese perché si stava impadronendo dell'italiano. Avevo pubblicato il primo disco e un po' me la spassavo. Mi divertivo, vivevo tra Milano e incontri con musicisti come Giaccio, Massarini e Michelangelo Romano. Era un momento di scoperta e sperimentazione.

Sei sempre stato appassionato di Sanremo?

È una tradizione familiare: mio figlio oggi guarda Sanremo a casa con noi. Sarà che arrivò in un momento in cui la tv non l'avevano tutti, ricordo che da ragazzo andavo da amici a vedere Lascia o raddoppia?, sono cresciuto con Carosello, che mi ha segnato molto. Sono pezzi d'Italia che non esistono più.

Non hai mai pensato di partecipare?

Se me l'avessero chiesto, probabilmente avrei detto no. Sanremo era considerata come se non s'addicesse al cantautorato. Ma questo dal punto di vista lavorativo. dal punto di vista della mia vita privata non mi togliete Sanremo che mi piace da morire: coi cantanti che si esibiscono con questa orchestra incredibile.

Se dopo Il tuffatore avessi ceduto alla popolarità, avrebbe potuto essere una strada.

Sì, ma l'avrei pagata perché questo tipo di carriere non sono gratis, costano parecchi in molti termini. Sono contento di come sono andate le cose.

Come è stato avere un fratello come Luca?

Io mi sono formato sulla sua libreria. Erano i tempi degli Einaudi, non è che sono andato a comprare Sciascia, erano tutti libri di mio fratello. Crescere in quella casa significava avere accesso a cultura, cinema e musica. Vedere film come Il sorpasso o La dolce vita, ricordo mia madre tornare da una proiezione completamente trasfigurata… quell’esperienza di sedersi in una sala buia e lasciarsi raccontare una storia è stata fondamentale.

Ti dava pareri sulla musica? Ascoltava le tue canzoni?

Le ascoltava, ma non mi dava pareri sulle mie canzoni. La passione per la musica viene da mio padre che aveva tanti dischi, l’attenzione alla riproduzione in alta fedeltà… sono cose che ho preso dal Console (il padre, ndr), sicuramente.

Poi tu hai una famiglia importante a livello di background musicale.

Beh, mio nonno (Giovacchino Forzano, ndr), che lavorava come librettista, ha collaborato con Puccini e Toscanini alla Scala, ed è stato il primo regista non britannico a mettere in scena un'opera al Covent Garden di Londra. Partivano da Viareggio con Puccini a bordo di macchine scoperte, con occhialoni… viaggi così che ti segnano la vita. Mi ha portato persino in camerino da Renata Tebaldi all’opera, con questa signora che ti baciava con il vestito di Tosca: ricordi del genere ti segnano profondamente. Ho vissuto in un certo mondo cercando di prendere il meglio, sono stato fortunato, sono cresciuto tra libri, cinema e perfino opera lirica… un’esperienza incredibile. Sono venuto fuori così e di questo mi scuso.

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