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Opinioni
2 Luglio 2016
23:00

Edoardo Albinati: “La mia scuola cattolica è la culla della violenza borghese”

Intervista a tutto campo allo scrittore romano, dal suo ultimo romanzo “La scuola cattolica” (che guida la cinquina del Premio Strega) alla situazione della capitale, passando per il delitto del Circeo e l’elezione a sindaco di Virginia Raggi.
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Ritaglio dalla copertina de "La scuola cattolica"
Ritaglio dalla copertina de "La scuola cattolica"

Breve premessa personale: ho frequentato una scuola cattolica per quasi tutta la durata della mia vita di studente. Dunque, pur appartenendo a una generazione diversa da quella di Edoardo Albinati, oltre a provenire da un contesto geografico e socio-economico lontanissimo dal quartiere Trieste a Roma, mi sono per forza di cose ritrovato e ri-descritto in molti dei racconti e delle riflessioni che Albinati offre al lettore durante il percorso tracciato nel suo ultimo libro, "La scuola cattolica" (Rizzoli, pp.1296, euro 22). Un percorso letterario ed empatico che mi ha tenuto incollato alla pagine del racconto in virtù di quel carattere mitico che ogni romanzo sull'adolescenza porta sempre con sé.

Romanzo (ma anche memoir, saggio, trattato, diario) in proposito del quale molte considerazioni, forse persino troppe, sono state spese circa la sua lunghezza, a dimostrazione del fatto – esattamente come per altri versi ci racconta Albinati nel suo libro, che tra le tante cose è un affresco abbastanza definitivo della condizione maschile in Italia – che le dimensioni, a qualsiasi livello culturale, contano eccome. Così se provi a mettere in gioco tutto te stesso, tutta la tua scrittura, se metti mano a cinquant'anni di storia personale e del paese, dare vita a un'opera di milletrecento pagine agli occhi di qualcuno rischia di apparire un azzardo. Anche se al momento, considerato che "La scuola cattolica" è in pole position per la vittoria finale del Premio Strega 2016, sembra un azzardo ben riuscito.

Da un certo punto in poi, più o meno a metà, da racconto dell'adolescenza di un gruppo di maschi figli di borghesi in una scuola di preti, il libro diventa anche romanzo di formazione del paese, la scoperta agghiacciante che alcuni compagni di liceo si sono resi protagonisti di uno dei delitti più atroci e noti della storia italiana: il delitto del Circeo.

Il 29 settembre 1975, infatti, la diciassettenne Donatella Colasanti e l'amica diciannovenne Rosaria Lopez furono invitate ad una festa sul litorale pontino da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira in una villa proprietà della famiglia di quest'ultimo sul promontorio del Circeo. Qui, per più di un giorno ed una notte, le due ragazze provenienti da un quartiere popolare furono violentate, seviziate e massacrate. Rosaria Lopez alla fine fu uccisa, mentre Donatella Colasanti riuscì a scampare alla morte quasi per miracolo.

Senza pur tuttavia mai trasformarsi in un romanzo-inchiesta, anzi, al contrario, lasciando quei tragici fatti sempre dentro un solco memorialistico, la scrittura dell'autore di "Maggio selvaggio", "Vita e morte di un ingegnere", co-sceneggiatore de "Il racconto dei racconti" di Matteo Garrone, procede poderosa e via via sempre più centrifuga verso la costruzione di un'opera monumentale. Insomma, sono in molti a scrivere libri, anche belli, ma Albinati è uno di quelli che fa letteratura.

Come è stato possibile che un quartiere come Trieste, nato per essere un posto tranquillo, sia stato il luogo in cui è nata una violenza così inaudita?

È la domanda che il libro pone ai lettori. Personalmente ho preferito non proporre risposte univoche, né individuare una serie di cause, perché questo non è il compito della letteratura. Posso solo dire che ciò che è accaduto, nelle modalità in cui è accaduto, poteva avvenire soltanto lì e soltanto in quel momento storico.

Si riferisce allo scenario dell'epoca, al clima di scontro politico che si respirava in quegli anni e che fa da sfondo al delitto del Circeo?

La violenza brutale di giovani appartenenti alla borghesia rivolta a due ragazze provenienti da classi popolari, il carico di misoginia, l'ideologia di destra, mi pare che in proposito dicano molto. E poi quando più eventi si raggrumano in uno stesso luogo, più o meno nello stesso tempo, allora vuol dire che esiste una sorta di destino che la storia ha in sé. La teoria che avanzo nel libro è che quando si pensa a Roma si finisce col ricalcare sempre gli stessi due immaginari. Da un lato c'è la Roma del centro, dell'arte e della bellezza, dall'altro quella delle periferie, delle borgate, a volte ancora di stampo neorealista. Il quartiere Trieste, invece, era (e tuttora è) un quartiere "senza qualità", non connotato, quindi perfetto come palestra dove esercitare lo scontro tra gruppi politici, una sorta di tatami del conflitto sul quale sperimentare le arti estreme della violenza politica e sessuale dell'epoca. Ciò è accaduto perché la borghesia di qualsiasi epoca è capace di covare a lungo il proprio risentimento, un risentimento aspro, una voglia di vendetta che quando esplode può mostrare il volto più ferino dell'umano.

Edoardo Albinati
Edoardo Albinati

Eppure dalla lettura del romanzo emerge una sorta di fierezza borghese, oltre a un racconto dell'adolescenza vitale e privo di sensi di colpa.

Infatti questo libro è stato scritto tutt'altro che con l'intenzione di colpevolizzare la borghesia o un determinato gruppo sociale o, peggio ancora, una generazione. Certamente non è un romanzo che intende autoflagellarsi. D'altro canto, anche se oggi tendiamo a considerare la borghesia come la parte più conservatrice della società, in realtà storicamente è sempre stata la più mordace delle classi. Più che altro "La scuola cattolica" è un romanzo sull'adolescenza. O almeno così è stato percepito da molti lettori. Ciò che mi ha stupito, infatti, è stato scoprire come questa fase delicata della vita, in qualsiasi epoca storica, è un periodo uguale a se stesso, con le medesime aspirazioni, gioie, sofferenze che si ripetono sempre con la medesima vitalità per chiunque. In proposito mi piace citare la risposta che diede Truffaut dopo aver realizzato "I quattrocento colpi" a chi gli chiese chi fossero gli adolescenti: "Un adolescente è colui che fa le cose per la prima volta". Questo mi pare spieghi bene l'effervescenza di ogni adolescente in ogni epoca, anche la meno effervescente possibile.

Tra le pagine, infatti, si percepisce una sorta di dimensione mitica dell'adolescenza.

Sono d'accordo. Credo che ciò dipenda dal suo orizzonte spaziale ristretto, un quartiere borghese come tanti altri e senza grandi specificità, il che contribuisce a disegnare una dimensione temporale emotiva del racconto abbastanza lontana dall'oggi da poter essere definita, appunto, mitica.

Per quanto tempo ha lavorato alla scrittura del romanzo?

Una vita di riflessione e cinque, sei anni di scrittura. In tutto dentro ci sono almeno dieci anni della mia vita.

E in che modo lo ha fatto? Come ha unito i materiali a disposizione con l'esperienza personale?

Ho dovuto imparare a cogliere la voce di una duplice prima persona: da un lato narrativa, dall'altro frutto dell'esperienza. Un'esperienza che si è composta di molti aspetti: ha vissuto, ha raccolto materiali, ha ascoltato ciò che gli veniva riferito. La maggior parte di ciò di cui ho scritto viene fuori da immagini altrui, che mi sono state raccontate. A un certo punto, mentre scrivevo, ho capito che stavo utilizzando tutto l'armamentario dello scrittore appreso in una vita. Quando ho compreso bene cosa stavo accadendo, ho deciso di spingere al massimo sul pedale dell'Io narrante. Per cui dentro a questo romanzo troverete tutto: è una sorta di enciclopedia di me stesso scrittore.

Quanto è cambiato da "Maggio Selvaggio" ad oggi lo scrittore Albinati? All'epoca ci raccontò la sua esperienza di docente che insegnava ai carcerati, oggi invece narra la sua esperienza di giovane studente rinchiuso nel carcere della sua scuola e del suo ambiente sociale.

L'epoca in cui si vive non è mai chiara a chi la sta vivendo, quindi non saprei se e in che modo sono cambiato come autore. Personalmente mi par di rivedere una certa unitarietà in tutto quello che ho scritto. Di certo ormai mi è chiaro che per scrivere di qualcosa ho bisogno di una certa distanza temporale dai fatti. Detto più semplicemente: non si può scrivere degli anni Settanta negli anni Settanta. O immediatamente dopo.

Cosa scriverà in futuro dopo un romanzo così imponente e, in un certo senso, definitivo?

Questa è l'ultima volta che userò la prima persona, ormai ho esaurito le sue possibilità. Il che è solo un cambio di direzione, perché credo che la terza persona (o le altre) possa andare altrettanto in profondità.

Le chiedo un'ultima riflessione sull'oggi: su Roma, sulla sua situazione dopo l'elezione di Virginia Raggi a primo cittadino.

Su Roma posso esprimermi molto sommessamente, perché alle ultime elezioni non ho votato. Cosa che tornerò a fare solo quando mi sentirò nuovamente rappresentato. Quindi non posso dare né ricette, né consigli. Posso solo affermare che il declino di Roma in questi anni è stato palpabile ed era evidente a tutti. Recentemente ho partecipato a una trasmissione radio sui problemi della città. Era in diretta dalla strada e per strada, in quel momento, c'era l'inferno. Ho risposto che i problemi di Roma erano rappresentati in maniera eloquente lì. Ma sono cosciente del fatto che i problemi della città non riguardano solo il traffico. In questi anni c'è stata una mutazione dei comportamenti dei romani, che da una sorta di lassismo tutto sommato umanista si sono radicalmente trasformati nell'ottica di un progressivo abbrutimento. Riguardo alla Raggi sono colpito dal fatto che sia stata eletta una giovane donna, il che mi pare incredibile per una città incanaglita come Roma. Sembra più una sorta di atto di disperata vitalità della città che ha voluto dare una chance a un genere e una generazione mai considerati prima. Se poi tutto ciò basterà per migliorare le condizioni assai critiche della città, staremo a vedere.

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Scrittore, sceneggiatore, giornalista. Nato a Napoli nel 1979. Il suo ultimo romanzo è "Le creature" (Rizzoli). Collabora con diverse riviste e quotidiani, è redattore della trasmissione Zazà su Rai Radio 3.
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