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È morto Afrika Bambaataa, aveva 68 anni: pioniere dell’hip hop, fu accusato di abusi su minori

Afrika Bambaataa, pioniere dell’hip hop e autore di “Planet Rock”, è morto a 68 anni. Figura chiave del genere, la sua eredità resta segnata anche da accuse di abusi.
A cura di Francesco Raiola
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Afrika Bambaataa – ph Paul Bergen:Redferns
Afrika Bambaataa – ph Paul Bergen:Redferns

È morto Afrika Bambaataa, uno dei primi e più importanti esponenti dell'hip hop. L'autore di "Planet Rock" e fondatore del collettivo artistico Universal Zulu Nation è morto di cancro alla prostata in Pennsylvania all'età di 68 anni e negli ultimi anni ha dovuto lottare contro alcune accuse di abusi sessuali. Accuse che hanno oscurato il suo contributo al genere: alcuni uomini lo hanno accusato di aver abusato di loro quando erano ragazzi, accuse dalle quali il rapper si è sempre difeso rigettando tutto al mittente. "L’hip hop non sarà più lo stesso senza di lui, ma tutto ciò che l’hip hop è oggi lo deve a lui. Il suo spirito vive in ogni beat, in ogni cypher e in ogni angolo di questo mondo che ha toccato" ha scritto la sua agenzia.

Nato nel 1957 nel South Bronx, Lance Taylor, vero nome di Bambaataa, visse in un quartiere che in quegli anni andava sempre più deteriorandosi. Quegli anni sono avvolti nel mistero e nel mito, come scrive Mosi Reeves su Rolling Stones che ricorda come per anni abbia detto di essere Kevin Donovan, membro anonimo della Harlem Underground Band. Da giovane, inoltre, ha fatto parte dei Black Spades, una delle gang del South Bronx alla fine degli anni ’60. Ma la sua vita cambiò quando vinse un viaggio in Africa grazie a un concorso dell’Unicef: "Afrika Bambaataa viveva in una zona disagiata, dove era a capo della gang criminale più importante. Poi vince un viaggio in Africa. Al suo ritorno, ha in mano un nome, una missione di pace e parla continuamente di alieni" scrive Dottor Pira nel suo "La vera storia dell’hip hop!".

Il rapper crebbe in un complesso di edilizia popolare a basso reddito con la madre, la cui collezione di vinili lo avvicinò alla musica fin da bambino. Fu mixando vecchi successi che cominciò a farsi un nome nelle feste che si organizzavano nel quartiere negli anni 70. Quelle feste diventarono sempre più popolari e il nome di Afrika Bambaataa cominciò a circolare sempre più. Ispirandosi al padre dell'hip hop Kool Herc, contribuì a fondare il collettivo hip-hop Universal Zulu Nation alla fine degli anni '70 e i suoi inizi furono con la musica elettronica, ispirato da band come i Kraftwerk, ma lasciandosi trasportare anche dal funky.

Fu uno dei primi a utilizzare i breakbeat – break di batteria, che spesso erano campionati da registrazioni di vecchie canzoni funk, jazz e R&B – e usò la drum machine Roland TR-808, tornata di moda in questi ultimi anni grazie alla Trap. "Gli altri DJ suonavano i loro grandi dischi per quindici, venti minuti. Noi cambiavamo i nostri ogni minuto o due. Non potevo far durare un breakbeat più di un minuto o due" disse Bambaataa in un'intervista. Nel 1982 pubblicò quella che sarebbe stata una delle canzoni più note dell'hip hop di quegli anni, "Planet Rock", canzone completamente suonata con strumenti elettronici, e campionò proprio un pezzo di Trans Europe Express dei Kraftwerk.

Successivamente si unì agli Artists United Against Apartheid, un gruppo di musicisti che si unirono per protestare contro l'apartheid in Sudafrica, nel 1986 l'album "Planet Rock" degli Afrika Bambaataa & the Soulsonic Force raccolse i singoli pubblicati precedentemente, mentre il suo ultimo album, "Dark Matter Movin at the Speed ​​of Light", fu pubblicato nel 2004. Non raggiunse più i numeri di quel singolo, ma portò altre canzoni in classifica – "Reckless" con gli UB40 nel 1988 come Afrika Bambaataa & Family e "Afrika Shox" del Leftfield nel 1999 – e rimane comunque uno dei pionieri del genere

Negli ultimi anni, però, dovette affrontare numerose accuse di abusi sui minori: tra coloro che lo accusarono c'era Ronald Savage, attivista politico del Bronx ed ex dirigente dell'industria musicale, che poi ritrattò. Dopo di lui altre persone si fecero avanti raccontando esperienze simili. Il rapper ha sempre negato, benché nel 2016 la Universal Zulu Nation pubblicò una lettera di scuse affermando che alcuni membri del gruppo erano a conoscenza degli abusi ma "hanno scelto di non rivelarli" come scrive l'Associated Press. Nel maggio 2025 il rapper fu accusato da una donna anonima di abusi durati quattro anni, cominciati nel 1992 quando la querelante aveva solo 12 anni. Afrika Bambaataa perse la causa per contumacia, non essendosi presentato in tribunale.

Il rapper ha allargato la sua influenza anche tra i rapper anni 80/90 in Italia. In un'intervista al Messaggero, infatti, Jovanotti spiegò che il rapper del Bronx fu fondamentale per la sua crescita: "Mi piaceva il rap, non c'era solo Rapper's Delight. Era il prototipo del rap, cominciava ad esserci Afrika Bambaataa e certe cose che arrivavano proprio dei primi anni Ottanta". Ma Afrika Bambaataa è anche citato in "In linea", canzone di Neffa che rappa: "Io non scordo mai l'origine, il modo che io esprimo so da dove viene questa strada che continuo Chico, nasce giù nel Bronx già da vecchia data Zulu Nation, Afrika Bambaataa DJ Kool Herc e GrandMaster Flash. E il mio gruppo preferito sono i Tribe Called Quest" a dimostrazione dell'importanza del rapper anche al di fuori dai confini americani.

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