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Drupi: “Non sopportavo il mio nome. In tv ci vado solo se di parla di musica, non perdo la mia dignità”

Drupi si racconta in un’intervista al Corriere della Sera in cui ripercorre la sua carriera, sin dagli albori passando per Sanremo, la popolarità e arrivando ad oggi. La musica di oggi non lo entusiasma e in tv ci va solo se c’è da suonare.
A cura di Ilaria Costabile
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Intervistato dal Corriere della Sera, Drupi, uno dei cantautori più noti della musica leggera italiana si racconta attraversando la sua lunga e ricchissima carriera, sebbene da ragazzino avesse iniziato a frequentare i cantieri, lavorando come idraulico, ma la musica poi ha avuto la meglio. La sua Piccola e fragile è ancora una delle canzoni più conosciute di sempre, ed era dedicata a sua moglie, con cui è sposato da 51 anni: "Era una mia corista. Che poi fragile proprio no, ha il suo bel caratterino. Come resistiamo? Se tratti l’altro come te stesso, se lo ascolti, non è difficile". 

Gli inizi della carriera fino a Sanremo

La passione per la musica, infatti, arrivò presto e le prime esibizioni si svolgevano a Pavia sotto gli occhi di curiosi, tra cui anche qualcuno che era destinato a diventare famoso: "Col primo gruppo ci chiamavano Le Calamite, imitavamo i Beatles, stessi capelli a caschetto. Li asciugavo a testa in giù e li schiacciavo col cappello. Eravamo bravi, ci sapevamo fare con le voci. Suonavamo al pub Demetrio di Pavia, nel pubblico — me lo ha raccontato lei — c’era una Maria De Filippi ragazzina". A Milano, invece, ebbe modo di esibirsi in un posto dove incontrò grandi nomi della musica, anche loro agli albori:

Locale piccolo, ma faceva tendenza. Dividevamo il palco con i Deep Purple, che ancora non erano nessuno. Tre quarti d’ora noi, tre quarti loro, ci scambiavamo gli strumenti. Una sera capitò un ragazzetto di colore che si mise a suonare il piano del mio tastierista, che dopo averlo sentito pensò di smettere. Era Stevie Wonder

Il primo Sanremo, poi, non si può dimenticare, soprattutto quando il posto nella classifica è stato bassissimo: "Ci restai malissimo. La canzone era stata scritta per Mia Martini, io avevo inciso soltanto un provino per sentire come veniva. Poi Mimì decise di rinunciare al Festival. “Nun ce vojo annà”. Era un’amica, non mi ha mai spiegato perché. Rimase un buco. “Mandiamoci lui”, insistette Lucio Salvini, il mio discografico. Quando alla Ricordi videro la classifica finale ci fecero un mazzo tanto. Ma poi sei mesi dopo ho avuto la mia rivincita: 9 milioni di dischi venduti, è stata cantata in 26 versioni, pure dagli Abba". 

L'arrivo della popolarità

La popolarità, infatti, arrivò sebbene come racconta lui stesso, diversi anni dopo l'inizio della sua carriera: "Ci arrivai tardi. Non potevo più uscire per strada, mi inseguivano dovunque. Anche i paparazzi. Uno si appostò fuori dall’asilo di mio figlio, la maestra mi chiamò preoccupata che fosse un rapitore". Segno caratteristico di Drupi, da sempre, sono stati i suoi capelli che non taglia da un po': "Forse l’ultima volta avrò avuto dieci anni. Non li curo troppo, crescono come la gramigna". In merito al suo nome, poi, rivela di averlo odiato per qualche tempo: "Questo cavolo di nome mi stava proprio sulle balle — era un folletto della recita scolastica — fu il mio discografico a insistere e ha avuto ragione, ormai ci ho fatto pace". 

Il commento sull'assenza dalla Tv e la musica di oggi e

Sono ormai diversi anni che, però, il cantautore prova a centellinare le sue apparizioni in televisione e ipotizza anche la sua partecipazione in un reality: "Vado se c’è da suonare e da parlare di musica. All’Isola dei Famosi prenderei tanti pesci ma perderei la mia dignità per sempre, tutto il giorno in mutandoni a raccontarsi stronzate, giusto se mi pagassero 3 milioni". Per quanto riguarda, invece, la musica di oggi è piuttosto critico:

Prodotti ben fatti, però musicalmente non mi dicono nulla. Mahmood è bravo, ma della sua canzone a Sanremo non si capiva un’acca. L’ho scaricata e sono rimasto come prima. Le canzoni di Annalisa sono quattro accordi in croce che non mi emozionano. Massimo rispetto, eh.

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