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in foto: © Luca Carlino / LUZ

Sarà uno dei grandi eventi di Bookcity Milano. L'appuntamento con Concita De Gregorio e il suo "In tempo di guerra" (Einaudi Stile Libero) è per sabato 16 novembre, ore 16, nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti, dove la scrittrice e giornalista di Repubblica, volto noto della televisione e voce alla radio, sarà protagonista con il suo ultimo romanzo sui trentenni e su quella "grande rimozione italiana che è la questione giovanile" in una lettura drammatizzata con gli allievi della Scuola Holden di Torino.

Dove nasce l'idea di scrivere un romanzo basato sull'ascolto delle "storie degli altri" che di solito ospiti nel tuo spazio su Repubblica?

Io adoro le storie degli altri, sono una ragione profonda del mio mestiere e della mia esistenza. In questo caso, l'idea nasce da una semplice osservazione della realtà: in Italia nessuno parla dei trentenni. Si parla molto di adolescenti, di adulti e anziani, ma non di loro, eppure trent'anni sono un'età complicata da vivere per molti versi. A maggior ragione in un'epoca dagli orizzonti così chiusi come quelli che stiamo vivendo. Non a caso Marco, il protagonista del mio libro, che esiste per davvero, a un certo punto allude chiaramente a "un pasto che avete già consumato". È questa sensazione di non contare, di venire dopo, di essere in qualche modo postumi a se stessi, che accompagna i trentenni di oggi e non li lascia mai, come un cappio.

Tra le pagine di questo libro si osserva da vicino, in controluce, la crisi della politica. Non solo italiana, ma in tutto il mondo…

La crisi della politica oggi, a mio avviso, non si nota tanto nella rabbia, nel disinganno e nemmeno in quel sentimento di vendetta che pare essere la cifra dell'epoca in cui viviamo, ma nel fatto che non parla più dei trentacinquenni e dei quarantenni. Tra l'altro, commettendo un errore di miopia pazzesco. Perché tra non molto questa generazione diventerà maggioranza nel Paese. E se da un lato la politica ignora queste persone, queste persone hanno deciso di ricambiare la politica con la stessa moneta: ignorandola, disimpegnandosi.

Sembra uno scenario pericoloso.

Lo è. Oggi i nostri giovani, nel migliore dei casi, lasciano l'Italia e non vogliono tornarci più. Nel peggiore restano a casa e si ammalano di depressione. Statisticamente la depressione dei trentenni si sta trasformando in un fenomeno impressionante. In mezzo a questi due estremi, ci sono tutte quelle forme di partecipazione a piccole comunità, in alcuni casi vere e proprie sette, dai testimoni di Geova ai No vax, che stanno progressivamente sostituendo la partecipazione delle persone alla vita politica. E questo è molto pericoloso. Perché ogni epoca storica in cui c'è stata una svolta autoritaria è stata preceduta dalla crisi della partecipazione democratica.

Nel libro indichi delle possibili luci in fondo al tunnel, chiamiamole delle ripartenze. Dai riferimenti al "Gioco del mondo" di Cortàzar fino ad Alexander Langer.

Quando parlo con i miei figli, che come tanti della loro età sono ragazzi in cerca di qualche riferimento nel deserto che li circonda, gli dico sempre: "C'è già tutto, è già tutto lì. Bisogna solo studiare, informarsi, applicarsi". Alex Langer è stato un pacifista, un ambientalista, un uomo marginalizzato in vita e poi quasi santificato dopo la morte. Le sue parole, a rileggerle oggi, sono un manifesto politico molto attuale per un qualsiasi partito politico di sinistra che guardi ai giovani e al futuro…"

La sinossi di "In tempo di guerra" di Concita De Gregorio

Romanzo di formazione, cronaca famigliare e insieme manifesto politico, In tempo di guerra è anche un atto d’accusa contro le generazioni che ci hanno lasciato in eredità un universo saturo e ostile. Il racconto di Marco e dei suoi trent’anni tiene insieme la storia di una «generazione smarrita» e quella del Novecento: il secolo di cui tutti siamo figli. Mi ha cercata un giorno per farmi conoscere la sua battaglia, la stessa di tanti suoi coetanei. La sensazione di non trovare un posto in una famiglia in cui ognuno, quel posto, giusto o sbagliato che fosse, l’aveva trovato. Un bisnonno partigiano, un nonno comunista e uno professore. Una nonna «santa», l’altra medico. I genitori nelle milizie degli anni di piombo, poi riparati nella vita dei boschi, infine in una setta. L’elenco degli eserciti è completo, a contare tre generazioni dalla sua. E lui? «Io sono nato in un tempo di guerra mascherato da tempo di pace», mi ha detto: «Quando dico noi, non so chi siamo, noi. Siamo una moltitudine di solitudini. Non c’è niente che possiamo cambiare». E invece sí. Invece questa storia mostra che c’è sempre un luogo dove andare. Qualcosa che cambia. Anche quando fuori c’è nebbia e nessuno ti indica la strada. La vita corre e chiama, bisogna saperla ascoltare.

Concita De Gregorio