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“Caduta dentro un no”: le ballate di Barbara Garlaschelli dedicate ai più deboli

Intervista a Barbara Garlaschelli, autrice di “Caduta dentro un no” (Morellini). Centoventi ballate che toccano il profondo delle nostre coscienze frutto dell’autrice che dall’età di 16 anni è costretta su una sedia a rotelle a causa di un incidente, una delle voci italiane più originali e tradotte nel mondo, nonché una delle donne più coraggiose che si abbia la fortuna di incontrare.
A cura di Gianmarco Aimi
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Barbara Garlaschelli
Barbara Garlaschelli

«Nessuno ha il mio Dio, ma il mio Dio ha tutti quanti, me compreso». Lo si legge nel Libro Rosso di Carl Gustav Jung e la scrittrice Barbara Garlaschelli, questo tomo enorme e vistosissimo tutto disegnato non lo tiene in uno scaffale, ma sospeso su una mensola trasparente attaccata al centro di un muro e contornato da una bellissima cornice dorata. Come summa di tutte le ispirazioni. E quando si entra nella sua stanza, tra mille oggetti che colleziona compulsivamente rigorosamente coloratissimi, quel Liber Novus è così incombente che ci si sente costantemente osservati.

Siamo andati a trovarla perché dall’esilio a Piacenza – dove vive per amore da 15 anni dopo aver lasciato Milano – ha appena dato alla luce un nuovo lavoro artistico, dove la parola scritta intarsiata a curate composizioni musicali, tratta di temi tanto attuali quanto preminenti nel dibattito di questi giorni che sembra realizzato in presa diretta: la cronaca, la violenza di genere, l’immigrazione, il corpo come conflitto, l’amore, la lotta e infine la riconciliazione. Si intitola “Caduta dentro un no” (Morellini) ed è composto di 120 ballate da cui sono stati tratti 22 reading musicati e una canzone vera e propria ad opera di Mikeless, che toccano il profondo delle nostre coscienze.

Un progetto partito dalla penna dell’autrice, che stavolta è andata oltre al classico volume cartaceo grazie alla collaborazione di Viviana Gabrini e Giovanni Rosa (alle voci), di Stefania Virginia Carcupino (alla fisarmonica), di Michael Fortunati (alla chitarra) e registrato all’Elfo Studio. “Le ballate di Barbara Garlaschelli – ha scritto l’amica e collega Elena Mearini – sono racconti poetici, narrazioni di uno sguardo che registra i movimenti dell’anima e delle cose soffermandosi sui dettagli minimi, quelli che trattengono i silenzi urlati e le urla taciute, le bellezze più difficili da scovare, le verità che ti tolgono dal mondo per poi rimettertici con occhi nuovi e giusti”.

Barbara, che dall’età di 16 anni è costretta su una sedia a rotelle a causa di un incidente, non solo è una delle scrittrici italiane più originali e tradotte nel mondo (in francese, in spagnolo, in portoghese, in olandese e in serbo), ma è una delle donne più coraggiose che si abbia la fortuna di incontrare. Tanto che il marito Giampaolo è costretto sovente a ricordarle di rileggere il romanzo “Sirena”, dove lei stessa ha raccontato la disabilità, perché è talmente entusiasta da diventare difficile da arginare, come quando sente una musica per strada e lo costringe a ballare. Così nell’intervista qui di seguito, dove abbiamo ripercorso una vita che è un vero manifesto di libertà.

Un libro ispirato dai dettagli. Per una scrittrice immagino siano fondamentali.

I dettagli minimi sono tutto. Intanto in questo caso riguardano tanti temi, da quelli più intimi e personali, a quelli sociali, mentre altri sono ispirati a dei quadri. Parto sempre da un dato visivo, poi ci costruisco una narrazione. L’attenzione ai dettagli fa parte del raccontare una storia.

Scritti di getto, ma che hai messo alla prova pubblicandoli prima su Facebook. Come mai?

Sono una che corregge fino allo sfinimento, però in questo caso sono uscite molto naturalmente. Non esistono gli scrittori di getto, la scrittura è un lavoro enorme. Le ho pubblicate prima su Facebook perché è stato un modo per comunicare e vedere che effetto avevano su chi mi segue. Non le chiamo poesie, perché non lo sono, somigliano più a dei racconti, ma alla fine sono ballate ricche di storie, più che di sensazioni. Non dovevano essere musicate, poi è scattata la magia.

In che modo?

Immagine

Per la prima volta ero felice ancor prima della pubblicazione. Non mi era mai capitato. L’idea è nata dall’amicizia con il chitarrista e cantante Michael Fortunati, in arte Mikeless. Un giorno mi ha inviato un vocale su Whatsapp dove insieme a Giovanni Rosa ne suonavano e recitavano una. Sono rimasta fulminata. E in studio di registrazione, ho provato a cantare e a un certo punto mi hanno detto: “Fermi tutti, buona la prima”. La mia voce si può sentire in “Tango”. Ero entusiasta.

Tornando ai social, che rapporto hai con questi mezzi di comunicazione?

Ti permettono di accedere a una quantità di notizie enormi. Non è che prima i fatti non accadessero, semplicemente non venivano documentati. Queste ballate, in particolare quelle legate alla cronaca, trattano di fatti non eclatanti ma molto significativi. “Pesci di acqua dolce” per esempio è dedicata a Patrizia Vanini, una cassiera del Carrefour di Piacenza che si è suicidata nel fiume Po dopo essere stata messa in cassa integrazione e poi licenziata. Una storia comune, come ne capitano tutti i giorni, che però meritava di non cadere nella dimenticanza. Il lavoro le dava il suo posto nel mondo e quando le hanno tolto il lavoro le hanno tolto il mondo. È stato bruttissimo, perché tendiamo a dimenticare grandi fatti, figuriamoci quelli più piccoli. È stato un modo per riscattarla e nella mia scrittura da sempre è importante il ricordo.

Altro argomento attualissimo riguarda la violenza di genere. In questo senso, da donna, cosa pensi abbia lasciato il movimento #Metoo in Italia?

Quanto è sentito l’ho percepito dal numero di condivisioni che hanno avuto sui social queste ballate. Si comincia a parlarne solo negli ultimi anni, anche in un modo più giusto, cioè distinguendo l’amore da una uccisione. Mi sembra fondamentale. Più che chiedersi cosa lascerà il movimento #Metoo bisogna domandarsi cosa sarà stato in grado di creare. Cioè lasciare qualcosa che si trasformi in altro. Quello che ha creato credo sia coscienza civile. Poi ciò che viene fuori sui media è di tutto di più, ma comunque è innegabile una maggiore attenzione al linguaggio. Anch’io sto molto più attenta a come scrivo sui social. La tempistica è talmente rapida che tutto passa a una velocità folle e sembra che niente resti, ma non è vero. Come diceva qualcuno “le parole sono importanti” (Nanni Moretti in Palombella Rossa). Quello schiaffone del film a volte ci vorrebbe anche nella realtà.

Stesso riscatto hai voluto riservare all’immigrazione.

Mi impressiona la massa di persone che si spostano da una parte all’altra del mondo e quando stanno per arrivare incontrano un muro. Intanto non abbiamo memoria come popolo, visto che quello italiano è stato caratterizzato dall’emigrazione. E nel 2020, ritrovarci ancora con politici che vogliono chiudere i porti, alzare i muri, discriminare, seguiti da una grande massa di gente che concorda con loro, per me è terrificante. La storia non ha insegnato nulla, perché troppe poche persone studiano la storia.

Da dove nasce la tua attenzione per le discriminazioni?

Barbara e il marito Giampaolo
Barbara e il marito Giampaolo

Sono portata a raccontare le storie delle fasce deboli visto che ne faccio parte. Prima di tutto, perché sono una donna e qualcuno si illude ancora di ritenerci “deboli”. Secondo, sono una disabile. Terzo, i cinquantenni come me, sia economicamente che culturale, sono stati e si sono auto bastonati generando mostri. E infine, mi interessa il mondo degli invisibili perché se tutti ci rendessimo conto di quanti siamo e riuscissimo a metterci insieme, alle “fasce forti” che in realtà sono pochissime gli faremmo un mazzo così. Solo che siamo divisi. La diversità mi affascina, così come sento fortissima l’appartenenza al genere umano.

Venendo ai temi più personali, ti sei concentrata sull’aspetto del corpo. Un luogo “di amore, conflitto, lotta e riconciliazione”.

È legato alla mia vicenda personale. Non sono nata disabile, ma lo sono diventata quando avevo 16 anni. Il mio rapporto con il corpo si è trasformato in un tema universale quando mi sono accorta che i miei scritti, che pensavo riguardassero solo me stessa, hanno generato un’ondata di mail, lettere e messaggi che dicevano: “Non sono su una sedia a rotelle, ma ho lo stesso rapporto che hai tu con il corpo”. Perché è un luogo magico, che raccoglie le gioie ma anche i dolori. Non sappiamo ancora vivere bene con il nostro corpo, sia che si venga considerati belli, brutti o che ci si trovi trovi immobilizzati a letto. La prima cosa che vediamo quando ci si presenta è il corpo, tuo o degli altri e i social hanno in qualche modo acutizzato questa sensazione. In troppi si illudono di potersi nascondere, ma prima o poi ci devi fare i conti perché ci convivi.

Nonostante la tua disabilità, in passato non hai esitato persino nel farti fotografare nuda.

Sì, ero a letto quasi completamente nuda. Avevo solo un cuscino che mi copriva un po’, perché comunque sono sposata e bisogna tener conto del buon gusto. Si fa un gran parlare dell’uso del corpo della donna. Bisogna stare attenti, sennò diventi un corpo che viene usato, per esempio per la pubblicità. Ma per chi il corpo lo deve riconquistare, come me, il mostrarlo diventa un passaggio obbligatorio. Non dobbiamo pensare a essere tutti belli e perfetti per spogliarsi nudi e si può anche non fare. Per me, però, è stato necessario. Infatti, a 54 anni continuo imperterrita a mettermi in minigonna, ma rispetto al passato non vado oltre.

Se ti chiedo di ripensare alla tua infanzia, quale immagine ti viene in mente?

Io in bicicletta con mio padre al Parco Sempione di Milano, il giorno in cui mi ha insegnato ad andarci. Mi aveva tolto le rotelline e prima di riuscire a stare in equilibrio sono caduta mille volte.

Che bambina era Barbara?

Barbara prima dell'incidente a 15 anni
Barbara prima dell'incidente a 15 anni

Molto diversa dalla donna che vedi adesso. Ero una bambina mite e dolce e per questo ho subito anche del bullismo fino ai 10 anni. Sarebbe impensabile per la persona che sono diventata subire qualsiasi sopruso. Però quella bambina è ancora presente in me, ho imparato ad amarla e rappresenta la parte fragile che ho dentro. Se ti guardi attorno lo puoi constatare, dalle mie collezioni di tutto, senza freni, sempre di cose colorate. Pensa che colleziono ancora peluche. Coltivo la parte giocosa e non me ne vergogno. Ho una visione della libertà, mia e degli altri, assoluta. Almeno finché non disturba nessuno. Tutti dovrebbero mantenere una parte infantile.

Se non avessi avuto quel brutto incidente, saresti diventata comunque scrittrice?

Ho avuto una vita molto intensa, la definirei così. Nonostante ciò, devo dire di sì. Avevo una predisposizione per la narrativa, sia orale che scritta. Ero già una grande lettrice e ho sempre voluto fare la scrittrice. Se avessi sognato di fare la ballerina, certo, sarei diventata una donna più infelice. Un incidente del genere è talmente estremo che mi ha costretto a farci i conti, volente o nolente. Fortunatamente ho avuto dei genitori che mi sono stati vicini. Anche degli amici, però qui si è meno fortunati perché te li scegli. E poi un compagno fuori dalla norma. Per il resto ho fatto esattamente tutto quello che volevo. A volte con ottimi risultati a volte no. Ma non ho mai chiesto agevolazioni a nessuno per il solo fatto di essere su una sedia a rotelle. L’unica penalizzazione è legata agli spostamenti, perché l’Italia in questo senso fa schifo. Volevo laurearmi in Lettere e l’ho fatto, ho incontrato le persone giuste che hanno riconosciuto il mio talento, non ho nessun rimpianto.

Nella tua biografia ho letto che hai esordito con una Antologia su floppy disk. A parlarne oggi sembra di rievocare la preistoria, eppure era solo poco più di vent’anni fa.

Era il 1993, quando lavoravo in uno studio d’arte che si chiamava La Credenza. Era gestito da una coppia di matti che avevano fondato una casa editrice, la Free Book, che pubblicava solo in floppy disk. In quel momento è arrivata la possibilità di pubblicare e non ci ho pensato due volte. Quell’Antologia, dal titolo Storie di bambini, donne e assassini non ha mai visto la luce e i dischetti li ho regalati tutti. Solamente alcuni racconti sono poi finiti nel mio libro d’esordio O ridere o morire del 1995.

Ricordi la prima storia in assoluto che hai scritto?

Certamente! A 9 anni e l’avevo annotata sul mio diario. Mi trovavo in una casa di campagna con i miei genitori e alcuni amici e un giorno è divampato un incendio senza grossi danni, se non che nel rogo rimase ustionato un riccio. Mio padre tentò di salvarlo, ma il giorno dopo nonostante le cure morì. Il primo racconto era dedicato a lui. Evidentemente ho un certo feeling con la parte nera della vita. Il primo tentativo di romanzo, invece, a circa 11 anni. Sono arrivata al quinto capitolo e poi non l’ho finito. Ma ero già una forte lettrice e per me il libro non era un mistero, sapevo bene come era costruito. Non puoi diventare uno scrittore se non leggi. Troppa gente purtroppo lo pensa.

Quanti libri leggi in media?

Ultimamente il web porta via molto tempo, però è dignitoso leggere almeno cinque libri al mese. Però ci sono stati anni in cui leggevo due libri la settimana.

Nell’arco della tua carriera hai affrontato vari generi, ma forse proprio per questo feeling con la parte nera della vita hai raggiunto il successo con il noir, vincendo anche il Premio Scerbanenco nel 2004. Come vedi oggi la scena letteraria in Italia?

Spesso mi hanno accostato alla Gioventù Cannibale ma in realtà non ne ho fatto parte. Io e Nicoletta Vallorani, che è ancora la mia sister, ruotavamo intorno alla Libreria del Giallo gestita a Milano da Tecla Dozio e abbiamo aderito alla “Scuola dei duri” fondata da Andrea Pinketts. Sono stati anni stupendi, perché oltre a essere appassionati alla scrittura eravamo amici. Ci conoscevamo tutti, compresi i bolognesi come Carlo Lucarelli o Marcello Fois. Alcuni sono diventati famosissimi, come Lucarelli che era già allora il più in vista. Però devo dire che è rimasto la persona che era: un timidone con un senso dell’umorismo pazzesco, nonostante appaia ombroso. Tanti scrittori a Carlo dovrebbero fare un monumento, perché ha mantenuto costante l’atteggiamento che ci animava e cioè quello che se individui un talento cerchi di aiutarlo. Non come forma di raccomandazione, ma di riconoscenza verso chi ha aiutato noi per primi. Ecco, della scena attuale devo dire che manca totalmente quello spirito diffuso tra gli autori.

Anche tu hai diverse attività nelle quali comprendi giovani scrittori, giusto?

Sì, in particolare il sito Sdiario.com, che era nato come mio blog personale e nel tempo è diventato collettivo. Ci scrivono molti giovani autori, che poi sono diventati scrittori affermati. Per me è una soddisfazione enorme. Adesso non ci sono soltanto italiani, ma anche stranieri e spesso li pubblichiamo in lingua originale. Visto che ci tengo a sostenere chi merita, voglio segnalare l’uscita del bellissimo libro di Simonetta Vallorani Avrai i miei occhi (Zona42) che è stupendo.

Tra gli scrittori della Gioventù Cannibale, che ha fondato la “Scuola dei duri e tra i più disponibili con i giovani, c’era senz’altro Andrea Pinketts. Che ricordo hai di lui?

È sempre stato molto accogliente verso gli altri, andando alle loro presentazioni, scrivendo le prefazioni agli esordienti. Ha mantenuto lo spirito che avevamo tutti noi alle origini. Quante avventure con Andrea, dal Mystfest al Noir in Festival di Courmayeur. Io e la Vallorani eravamo sempre le uniche donne e lui si comportava da grande gentiluomo. Delle altre donne nei paraggi ha fatto strage di cuori. Una volta mi hanno chiesto se fossi innamorata di Pinketts, ma devo dire di no. Però gli ho voluto molto bene come amica. Ci siamo conosciuti benissimo e sapevo già come sarebbe andato a finire, perché la sua scelta di vita era quella. Abbiamo passato insieme anni d’oro, dove c’era una competizione positiva. Adesso non la sento più a Milano, figurati a Piacenza.

Mi sembra che tu non abbia un buon rapporto con la città in cui vivi.

Sono qui a Piacenza solo per amore, da 15 anni, e mi sembra di essere arrivata ieri perché mi sento ancora una turista per caso. C’è un atteggiamento che fatico ad accettare, in particolare in ambito culturale. Non sono una presenzialista, però rimango colpita quando fanno degli eventi perché non vengo mai coinvolta. C’è persino un festival che tratta di giallo e noir, mai che mi abbiano invitata. Posso stare sulle scatole, non c’è dubbio, però se hai un autore che abita nella tua città, non è che devi sposarlo, però almeno chiamalo a presentare la sua visione della scrittura. Non mi abituerò mai a questo atteggiamento. Eppure, ho imparato il detto piacentino che rappresenta tutto ciò: “Sappà in dal tò ort”, cioè zappa nel tuo orto.

Qual è la più grande follia che hai fatto nella vita?

Tra quelle che posso dire, amo molto ballare per strada con il mio compagno nonostante lui sia la persona più riservata del mondo. Quando c’è qualcuno che suona, io voglio ballare. All’inizio lui era un po’ titubante, adesso non fa più resistenze. Come il baciarsi in pubblico, per me non ci sono mai stati problemi.

Questa libertà l’hai imparato o l’hai sempre avuta?

Ce l’ho sempre avuta. Non la impari. Te ne fai una ragione, più che fregartene. Io sono una persona fatta in un certo modo e forse, sembrerà una bestialità dirlo, mi ha aiutato avere una disabilità. Perché mi sono sentita in prigione per tanti anni e quando mi sono liberata non ho più permesso a nessuno di farmi tornare indietro. Ciò mi permette di non sentirmi mai in imbarazzo. Non c’è niente che mi metta in difficoltà. E se lo sono, lo dico. È troppo faticoso passare per quello che non sei.

Qual è la cosa più spiacevole che hai vissuto legata alla tua disabilità?

Non tante, perché sono un treno che non ti lascia il tempo. È difficile che mi senta ferita, visto che

cerco di mettere a proprio agio le persone che ho di fronte. Capisco che, non essendoci in Italia la cultura della diversità, si debba venire incontro agli altri. Più che altro, rispetto al passato, mi sto rendendo conto io stessa che ho delle difficoltà e non posso fare tutto. Infastidisce, per esempio, quando ti invitano e non ti dicono che c’è una scala da salire oppure qualche gradino. Una volta non me ne facevo un problema, trovavo sempre una soluzione. Ora tendo a sottolinearlo, perché è giusto che la società si adegui anche a chi ha un certo tipo di problemi e non il contrario. Queste sono le discriminazioni che ti trovi più frequentemente ad affrontare. Nel privato, invece, ricordo l’unica ferita fu quando un uomo in un momento affettuoso alla domanda: “Cosa vorresti adesso?” mi ha risposto “una Barbara che cammina”. Lì per lì ci rimasi male, poi pensai a quanto era pirla e quindi non valeva la pena perdere tempo con gente così.

E invece cosa ti ha detto Giampaolo per conquistarti?

“Tu sai essere tutto”. Quello che lo rende speciale è che usa pochissime parole e moltissimi fatti. Siccome sono affascinata e vivo di parole, quando ho incontrato un uomo che sostituisce le parole ai fatti, invece di dirti mille cose e non fare un tubo, questo ha fatto la differenza. Ultimamente mi consiglia di rileggere il mio romanzo “Sirena”, dove parlo della disabilità, per rendermi conto che sono su una sedia a rotelle. Lo dice per farmi stare un po’ calma, a volte me ne dimentico. Prima di lui ho avuto diverse storie, perché da quando mi sono svegliata mi sono data da fare. Però il grande amore della vita è lui, infatti l’ho sposato. Fortunatamente ho sempre avuto amore intorno a me. Sono stata amata dai miei genitori e in particolare dall’uomo che ho più amato nella vita che è mio padre, il quale mi ha riamata in modo totale. Forse per questo tendo a essere totalizzante e quindi esigente. A volte si sbaglia a dare tutto e a pretendere altrettanto, perché dev’essere una scelta.

Il sesso legato alla disabilità è ancora un tabù, invece ne hai parlato spesso nei tuoi libri.

Per me non lo è mai stato, assolutamente. Sono anni che ne parlo e ne scrivo. Insieme ad Alessandra Sarchi ho portato in giro un reading sull’argomento che si chiama Sex & Disabled People che è arrivato persino in Spagna. Io mi occupavo della parte più ironica. Se si parla di disabili al massimo si arriva all’amore. Possono provare sentimenti, il sesso no. Piano piano il muro sta crollando, però c’è ancora molto da fare. E io provoco, non mi faccio problemi. Ragazzi, non è che dobbiamo per forza innamorarci, possiamo solo scopare e fine. In “Non volevo morire vergine” ho parlato di me perché è un argomento talmente personale che non potevo permettermi di generalizzare, ma poi è diventato un tema universale, perché tante persone anche senza disabilità ci si rivedono e fa piacere. Io ci ho sempre voluto mettere la faccia e continuerò a farlo.

Non ti sei mai tirata indietro neppure politicamente, dicendo come la pensavi. Ma se dovessi consigliare un libro da leggere alla nostra classe politica, quale sceglieresti?

Un intellettuale non può avere un profilo neutro. Un libro? Ne prendessero in mano almeno uno… Sono sicurissima che non leggono. Se dovessi consigliargliene uno tra le centinaia che mi vengono in mente, nella loro svariata mentecatezza, non potrei altro che segnalargli “Il maestro e Margherita” di Bulgakov. È un libro sul potere, sull’immaginazione, sull’amore, sulla morte, sul rispetto, sull’essere diabolici. Ma non lo leggeranno mai, purtroppo per loro ha più di 50 pagine.

Dopo tante storie noir che hai raccontato, da quel riccio passato a miglior vita a cui hai dedicato il primo racconto a 9 anni, hai mai pensato a come vorresti morire?

Prima di tutto voglio decidere. Quindi sarò io a scegliere come e quando morire. Visto che in Italia non si può fare andrò in Svizzera, dopo aver compilato un testamento biologico e cercando il metodo per soffrire il meno possibile. Per me la qualità della vita è talmente importante, che finché sarò in grado di intendere e volere continuerò, quando inizierò a capire che è il momento la farò finita. Non è facile decidere il metodo essendo tetraplegica, ma un modo di certo lo troverò.

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