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Avevamo bisogno di Oasis: Don’t Look Back in Anger: i Gallagher sono stati l’ancora di salvezza di una generazione

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Noel e Liam Gallagher degli Oasis
Il documentario che abbiamo visto in anteprima racconta il ritorno sui palchi di Liam e Noel Gallagher, ma soprattutto il rapporto tra due fratelli, una band e un pubblico che ha aspettato sedici anni.

Chi ha avuto la possibilità di vivere almeno una data della reunion degli Oasis ha ben presente quanto l'effetto di quei live sia stato totalizzante. Molto più che un concerto. Molto più che una reunion. Molto più che una semplice band rock'n'roll. Tutti lì, con gli occhi lucidi dopo "Champagne Supernova" e il naso verso l’alto ad ammirare i fuochi d’artificio conclusivi, mentre il gruppo lasciava il palco. È stata la riscoperta di un immaginario collettivo di una potenza umana e sociale rara. Ma come si poteva comprimere tutto questo, anche solo in parte, in un documentario? "Oasis: Dont Look Back In Anger" si prende la responsabilità (tutt’altro che facile) di raccontare non solo gli Oasis sedici anni dopo ma anche l’enorme bagaglio emotivo che si porta dietro un "affare di famiglia" senza scavare in modo ossessivo nelle cause. Perché, prima di tutto, la fine degli Oasis in quei camerini del Rock En Seine nel 2009, è stata la fine del rapporto di due fratelli: Liam e Noel Gallagher.

Non il solito concert movie

Il mercato cinematografico dell’ultimo periodo ci dice che il documentario musicale è tornato centrale e sta vivendo un momento d’oro. Dall'altra, però, molte (troppe) volte ci si ritrova davanti lungometraggi patinati di agiografie o semplici esercizi di brand management. "Oasis: Don’t Look Back In Anger" non è nulla di questo: è una storia musicale enorme che ritorna (gli Oasis) e tante piccolissime storie comuni di persone qualunque, alle latitudini più disparate, che si mescolano, tappa dopo tappa. C'è chi ha un figlio non verbale che però vuole ascoltare solo "Talk Tonight" e lo fa stare bene; ultras argentini del San Lorenzo che riadattano "Wonderwall" per i loro cori; due pescatrici subacquee coreane per cui "Acquiesce" è molto più di una canzone o una fan brasiliana col cane di nome Bonehead che le ha cambiato la vita. Piccole storie di grande umanità e la frase di Liam "Oasis saves" (Gli Oasis salvano), acquisisce infinite declinazioni.

Avere come ideatore lo sceneggiatore, produttore e regista Steven Knight – la mente dietro alla serie tv Peaky Blinders – ha dato una grande spinta. Ma non è da meno la regia di Dylan Southern e Will Lovelace, che in precedenza hanno lavorato a "Shut Up and Play the Hits" sulle ultime 48 ore degli LCD Soundsystem di James Murphy e "New York: la rinascita del rock and roll", con la decennale storia dei germogli indie rock prima e soprattutto dopo  l'11 settembre di Strokes e soci, a New York.

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Fan degli Oasis

Se è facile immaginare l'impatto visivo delle registrazioni dei concerti nel parco e nelle arene, quando si entra nell'enorme sala prove, protagonista della prima parte del documentario, ci si ritrova in tutta un'altra dimensione. Telecamere fisse e nessun cameraman: praticamente il "Grande Fratello" britpop. Una rarità. Il primo giorno Liam non si presenta. Noel e il resto del gruppo suonano i pezzi che eseguiranno senza di lui. Alla prova seguente si sente un rumore e si apre una porta: eccolo. Si percepisce la tensione. Due battute con i tecnici e la band, e iniziano le prove al completo. È un riavvicinamento lentissimo tra i due. Sono ruggini vere, anche se pochi ci credevano. E queste immagini le confermano. Fino a quel momento c'erano state solo le foto istituzionali dell'annuncio della riconciliazione artistica e qualche sorriso tiratissimo negli scatti scartati. Liam sembra un dipendente: entra spavaldo con la sua borsa, canta, saluta e se ne va come se timbrasse il cartellino in ufficio. Noel, parlando col resto del gruppo, si chiede se si diverta e se sia contento. Per il fratello è un modo di esorcizzare i demoni che ha dentro: "Te ne deve fregare moltissimo, per non fregartene un cazzo", spiega Liam e la frase rende bene l’idea di chi sia e delle difficoltà iniziali. Semmai un giorno fossero disponibili altre ore di girato di quelle sei settimane di prove, senza dubbio le guarderemmo.

Alla prova finale, il giorno precedente del grande ritorno, Liam non si presenta. "La sera prima dell'evento non l'ho visto. Per uno dei momenti più importanti della nostra vita, lui non ha provato. Si presenta 20 minuti prima del concerto e chiede com'è il catering?", racconta Noel. Ma è quando entrano assieme sul palco del Principality Stadium di Cardiff che inaspettatamente Liam prende la mano di Noel e la alza al cielo. Un semplice gesto che cambia tutto. Noel ci mette un po' a carburare. Ammette che per 40 minuti non ci ha capito nulla e avrebbe chiesto volentieri un time-out. Invece il fratello cantava come se avesse 30 anni. Praticamente un nuovo esordio ma con un carico di aspettative pesanti come macigni. I più scettici ipotizzavano che sarebbero durati poche date, ma sono stati smentiti. Se tutto ha funzionato è stato soprattutto merito dei due fratelli che hanno ricomposto la frattura tra di loro e ritrovato i fan che li hanno aspettati.

I registi hanno partecipato a dodici live in tre continenti, ma dimenticate i soliti vanagloriosi concert movie, qui il punto di vista è soprattutto quello del pubblico: negli sguardi delle prime file, nelle lacrime e negli abbracci, oltre che nel backstage. Sono i dettagli più piccoli a essere valorizzati. In ogni città i registi hanno scelto il meglio per caratterizzare le immagini e le storie, ad esempio a Los Angeles come direttore della fotografia c'era Lol Crawley, vincitore dell’Oscar per The Brutalist.

Oltre a Liam e Noel è fondamentale il ruolo del chitarrista Paul "Bonehead" Arthurs, che aveva lasciato il gruppo a fine anni 90. Nel documentario gli viene riconosciuto quello che tutti i fan degli Oasis hanno sempre sostenuto: "Bonehead è il sound degli Oasis, abbiamo passato 11 anni a inseguire quel suono". È il collettore e l’ammortizzatore dei due e nell'economia del gruppo è di vitale importanza. Dovrà poi abbandonare il tour per curare un cancro alla prostata.

Poca nostalgia e tanto presente

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Liam Gallagher

Le immagini storiche di repertorio sono flash veloci che si contrappongono al presente. Commovente il tributo per la scomparsa dell’amico e bassista degli Stone Roses, Gary Mounfield, detto Mani. Ma c’è pochissima nostalgia in tutto il documentario. Si guarda all’oggi e a come le nuove generazioni, troppo giovani per averli potuti vedere dal vivo nel loro primo periodo, abbiano negli anni amplificato questa loro assenza. Gli Oasis passano così di generazione in generazione, come capita con la fede calcistica. Le voci dei due protagonisti all’inizio sono registrate separatamente, prima del ritorno sul palco, poi si riavvicinano fino ad essere assieme, dopo circa 20 anni, seduti uno a fianco all'altro nell'intervista della terza fase conclusiva dove lo spirito portante del perdono ritorna forte. Ma Noel ci tiene sottolineare: "Non so cosa siano gli Oasis, ma di sicuro non sono di destra: noi accogliamo tutti".

Dal momento del loro scioglimento, nel 2009, il mondo è decisamente peggiorato e non lo nascondono nemmeno loro. "Dont Look Back in Anger" non è un titolo casuale: era diventato una sorta di inno per Manchester dopo l'attentato nel 2017 al concerto di Ariana Grande, in cui morirono 23 persone, compreso l’attentatore. A più livelli, personale e globale, quella canzone è un messaggio di perdono e pace, spesso difficile da attuare, ma necessario. Due ore di documentario saldano ancora di più l'amore per quei due ragazzacci e forse non sposteranno di un millimetro chi ha idee negative irremovibili sul gruppo di Manchester. Se non altro, però, mentre sul finire risuonano le note di "What the World Needs Now Is Love" di Burt Bacharach e Hal David, ognuno di noi ha un po' più chiara l’importanza curativa della musica, semmai ce ne fosse ancora bisogno.

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Sono giornalista e social media manager. Ho gestito e coordinato le piattaforme social di Wired Italia dal 2014 come social media manager. Dal 2018 al 2026 sono stato social media editor e mi sono occupato dei piani editoriali e delle strategie legate ai social della testata. Sono giornalista musicale e mi occupo anche di cultura pop e sottoculture alternative, tecnologia, cinema e sport. Head of web content ed editor del sito del magazine Rumore e co-direttore artistico della rassegna Futura-Rumore.
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