"Autore", o meglio il latino "auctor", è la base sia di autoritario, sia di autorevole. Ma è un tronco che nel passare dei secoli, e nel passaggio da latino a italiano, ha avuto modo di ramificarsi moltissimo. "Autorevole" è una voce dotta recuperata dal latino nel Trecento: il latino è stato per lunghi secoli il maggior bacino a cui attingere per trovare parole nuove (!) da impiegare in italiano. Il dato curioso è che a partire dal latino "auctorabilis" sostituisce il suffisso dotto "-abile" con quello popolare "-evole".

L'autorevole gode dell'autorità data dal prestigio, dalla credibilità, e in questo si mostra più vicino alle ricche sfumature dell'auctor latino. Saremmo portati a tradurlo come "autore", ma non era così semplice: l'auctor aveva la carica di un artefice fondatore, di un promotore e precursore, di un maestro che si fa modello, e quindi di un garante in grado di sorreggere, sanzionare, ratificare. Il parere autorevole ha la forza del merito e della reputazione che chi lo pronuncia si è conquistato: per essere considerato, per essere adottato non ha bisogno di usare la forza. La sua aura, non campata nella pura suggestione ma saldamente radicata, è più che sufficiente.
Va notato che, per quanto l'autorevolezza sia spesso legata all'autorità ("Credo che quel che dice sia giusto perché è un'autorità in materia"), etimologicamente appartengono a diramazioni differenti. L'autorità, emersa in italiano sempre come voce dotta recuperata nel Trecento dal latino "auctoritas", inizia subito a riparlare di potere. Invece (specie in virtù di quel suffisso "-evole", così liscio e blando) l'autorevolezza ci parla di un'attitudine a sancire, a garantire, determinata dalla capacità di essere base e avanguardia.

L'autoritario, invece, arriva a noi nella seconda metà dell'Ottocento dal francese auctoritaire, che ovviamente spunta sempre dal ramo dell'auctoritas latina. E mentre in francese parte descrivendo (con grande eloquenza) chi ama o favorisce l'autorità, in italiano si recepisce subito come prepotente, come chi usa l'autorità. E questo non stupisce, il suffisso "-ario" lo troviamo spesso nella lingua giuridica, nei nomi di chi abbia ed eserciti un diritto. L'autoritario è in una posizione di forza che gli permette di far valere la propria autorità unilateralmente, in modo dispotico e intransigente. Infatti siamo abituati ad affibbiare quasi automaticamente questo aggettivo ai regimi, ma naturalmente si riconosce il profilo di questo aggettivo in qualunque azione che cerchi di accentrare il potere esprimendolo in modo impositivo. L'esito violento dell'autoritario è dei più naturali.

Questa fondamentale differenza nel modo di essere di due autorità si può riassumere così: l'autorevole sorregge dal basso col suo sereno prestigio, l'autoritario impone dall'alto con la sua forza prepotente. La forza della ragione contro la ragione della forza.