24 Grana: “Le periferie non sono sacrificabili. La trap le canta, noi vorremmo ricucire il dialogo tra generazioni”
Già dalle prime note di "Nino", canzone che apre "Bidonville", i 24 Grana ti fanno immergere in atmosfere familiari, come se non fossero passati 14 anni dall'ultimo album di inediti della band napoletana. Una carriera fatta di sperimentazioni e grandi canzoni, pilastro della scena alternativa italiana degli anni 90, dei tempi delle Posse, quando il rock alternativo si contaminava con sonorità dub, reggae e new wave e la band capitanata da Francesco Di Bella (insieme a Peppe Fontanella, Renato Minale e Armando Cotugno) raccontava storie di marginalità, descrivendo la crisi sociale di quel periodo, ma con un'energia che li ha resi un cult. Poi gli anni passarono, le persone crescevano, qualcuno si trasferiva all'estero, insomma, i 24 Grana scelsero di interrompere quell'esperienza.
Ma qualche anno fa tornarono con un inedito e con una serie di concerti che li hanno riportati ai vecchi fasti. Di Bella ha continuato con album solisti, ma un nuovo album dei 24 Grana era atteso. E avrebbero potuto buttare dentro qualche canzone che avrebbe giustificato un tour, invece 11 canzoni sono centrate, la batteria di Minale introduce a questo nuovo progetto, poi arrivano il basso di Cotugno e la chitarra di Fontanella, con un hook incredibile, così come la voce di Di Bella, una tra le più riconoscibili della scena.
Ma oltre alla voce, Di Bella è tra i songwriter più attenti della sua generazione e oggi sembra sempre più un gigante, accompagnato da un tessuto sonoro che riflette la curiosità di una band che non è rimasta ancorata al passato, ma ha continuato a evolversi senza perdere la propria riconoscibilità.. E la marginalità è ancora al centro del loro racconto, non a caso hanno scelto una canzone che porta il nome di una delle periferie meno glam di Napoli per lanciare il progetto. Poi c'è Gaza, il racconto del padre a un figlio, c'è la camorra, ma soprattutto in quest'album c'è un'idea che sembra più radicale della denuncia sociale: il rifiuto di considerare inevitabile ciò che raccontano. Ecco l'intervista a Di Bella e Fontanella.
Com'è tornare a fare promo per un album, tornare in studio per un album e pensare le canzoni per un album?
Francesco Di Bella: È più leggero di prima, sicuramente, abbiamo un approccio molto più disincantato rispetto a tante cose: conosciamo le dinamiche e sappiamo che una band come i 24 Grana può arrivare fino a un certo punto. Ad esempio, per quanto riguarda l'hype. Quello a cui tenevamo di più, come al solito, era creare, come si chiamano adesso, dei contenuti importanti. I contenuti importanti sono le canzoni, il concept che sta alla base del disco e quindi i messaggi che vogliamo far veicolare dall'altezza della nostra età. L'idea di fare canzoni nuove ci è venuta principalmente – oltre al piacere di condividere composizioni e arrangiamenti – quando abbiamo iniziato a fare la reunion e ci siamo resi conto che il pubblico, anche quello in prima fila, era costituito da ragazzi giovanissimi.
Peppe Fontanella: Noi abbiamo una cifra e un modo ben preciso di esprimerci. In realtà è stato proprio questo – una forte sincerità comunicativa – il motivo per cui, a un certo punto, abbiamo deciso che era il caso di congelare il progetto. Quando abbiamo iniziato a sfibrarci e a sentire che quello che volevamo dire rischiava di diventare diluito o stanco, abbiamo preferito fermarci un momento e riflettere. Riprendere in mano le fila è stato un percorso molto ponderato.
E come è successo?
Peppe: Ci siamo incontrati in un locale di Renato quasi per caso — io, Renato e Francesco — per un live che si era tenuto al Mamamù, e ci è subito tornata la voglia di suonare, di fare una jam alla garage band, come ai vecchi tempi. La connessione si è riattivata subito, ma costruire un percorso che ci portasse a un disco finito è stato un cammino lungo e meditato
Cosa cercano i giovani nei 24 Grana?
Francesco: Avevano bisogno di quello che abbiamo sempre cercato di dare, sia in termini di energia, sia di testi. E così abbiamo pensato di rivolgerci direttamente alle persone più giovani, raccontando in maniera più contemporanea quelle che sono sempre state le nostre istanze, il nostro punto di vista e le cose che ci interessano, con il piacere di ritrovare certi argomenti con una maturità maggiore. E c'è anche un po' l'idea, visto che qualcuno di noi ha dei figli, di rivolgerci a persone estremamente giovani un po' dall'alto della nostra esperienza.
Giovani che hanno ancora fame di un disco suonato, indie rock, new wave.
Francesco: A me è sempre piaciuto ricucire, quindi in questo caso anche ricucire un rapporto tra adulti e giovani. Se c'è una funzione che ci siamo sempre dati come band, è proprio quella di ricucire il tessuto sociale e generazionale.
Peppe Fontanella: I giovani sono uno dei leitmotiv del disco. Il Nino della canzone è il figlio di Francesco, ma il tema c'è anche in "Overdose": cerchiamo di dialogare con loro perché li abbiamo visti sotto il palco con grande e piacevole sorpresa. Non era scontato, dato che molti di loro non avevano l'età per seguire i nostri ultimi concerti prima dello stop. Questo seme sotto terra ha continuato a vivere e ad alimentarsi anche senza la nostra presenza diretta, ed era giusto riprenderlo in mano e coltivarlo.
Francesco: Sì, poi a noi non è mai piaciuto essere considerati un cliché. Quindi, se dovevamo ripresentarci a questo pubblico più giovane – ma anche a quello più adulto -, doveva essere con una nuova prova di forza verso noi stessi, la nostra creatività e la mia capacità di creare un ponte attraverso il linguaggio. Tornando al concetto del "ricucire" di cui parlavamo prima: è vero che a suonare il rock oggi sono spesso le band di una volta, ma è altrettanto giusto che siamo noi, da un'altra generazione, a cercare di far riaccendere la miccia del rock tra i giovanissimi, almeno in Italia e in Campania. È un fenomeno soprattutto italiano quello che fa sembrare il rock indietro rispetto ad altri generi. Ma se guardiamo all'estero e pensiamo ai Fontaines D.C., ai Geese, ai Wunderhorse o alle Wet Leg, ci sono tantissimi ragazzi giovani che hanno abbracciato le chitarre e il rock ‘n' roll come la propria musica.
Voi siete sempre stati una band che ha cucito vari generi e varie tendenze, la dub eccetera. Quando avete deciso di mettere giù il nuovo album, la scelta musicale come è arrivata?
Peppe: Di reference ce ne siamo passate, giusto perché, parlando di musica, ci fa sempre piacere scambiarci ascolti. Però fondamentalmente è stato un percorso naturale: ognuno di noi in questi dieci anni, oltre a vivere esperienze personali, ha accumulato nuove esperienze musicali – che sono il nostro modo di esprimerci -, ha ascoltato tantissima musica e l'ha poi sintetizzata. Non ci siamo mai fossilizzati a decidere a tavolino come esprimerci, perché ci divertiamo e siamo curiosi: passiamo dall'elettronica e dalla sperimentale al jazz, dalla musica classica al rock più classico. E alla fine suoniamo tutti e quattro insieme. Alla fine decide la saletta: ci mettiamo lì e suoniamo.
Francesco: Inoltre, siamo stati bravi a costruire intorno a noi una squadra di collaboratori con cui ci siamo trovati benissimo e che hanno saputo tirare fuori il meglio da noi: Felice Calenda, che ci ha aiutati nella produzione artistica dell'album; Daniele Moresano, nel cui studio a Montecorice abbiamo registrato – una situazione ideale in Cilento per sentirci a casa e fuori da tutto -; e Carmine Di Leo, che ci ha aiutati con le parti di tastiera. Secondo me i 24 Grana sono stati bravi ad aprirsi alle giuste collaborazioni, una cosa non sempre scontata per una band che suona insieme da così tanti anni e che rischia di diventare una struttura chiusa. Noi invece siamo stati molto porosi, trasformando queste energie esterne in qualcosa di profondamente "ventiquattragranesco", come dice mia figlia Sofia.
Peppe: Vabbè, poi non siamo mai stati un gruppo di genere, per cui questa porosità di cui parla Francesco è parte del nostro DNA. Oltre alla musica ascoltata e alle collaborazioni, ci possiamo permettere il lusso di cambiare vestito – andando contro a "Resto sempre uguale" – senza rimanere ingabbiati in un'unica veste, riuscendo però – speriamo sempre – a rimanere immediatamente riconoscibili.
A proposito di questo fare da cerniera, è impossibile non leggere l'attualità di un verso come "La rabbia serve a non farci spegnere". Rispecchia molto quello che c'è intorno a noi in questo periodo e parla dei giovani.
Francesco: Sì, in fondo un po' ce lo siamo cercati e un po' è arrivato quando doveva arrivare. Nelle cose che ho scritto in precedenza, nei miei album solisti, non ero riuscito a tornare così esplicitamente nel politico, probabilmente perché la realtà intorno non esprimeva ancora quest'urgenza. Oggi invece l'urgenza c'è: la vediamo nelle periferie, la vediamo nelle manifestazioni e, come a volte accade quando la poesia ci mette lo zampino, queste parole si sono magicamente sposate con il sound dei 24 Grana. Sono davvero contento che questa band possa essere inserita ancora una volta in un quadro sociale che ha bisogno di canzoni urgenti, di musica urgente. Questo è il dato di fatto che sto riscontrando oggi come autore.
È un album in cui chi vi conosce sta comodo, nel senso che si sente che è un album dei 24 Grana, ma torna con tematiche nuove che poi si universalizzano. Il tema della marginalità l'avete sempre trattato: vi chiedo, oggi qual è la marginalità di cui è fondamentale parlare?
Peppe: In quel senso, la metafora della periferia parte dal titolo del primo estratto, Stadera, che riguarda una periferia che purtroppo non è assolutamente presa in considerazione dalle amministrazioni, ma che può essere facilmente trasfigurata e diventare quasi un modo di vivere e di esistere. È periferico anche il paese in collina dove è stato tolto l'ospedale di frontiera e una persona deve farsi 30 km di curve per andare a curarsi. Quella periferia di Napoli non è sotto i riflettori e mancano i servizi.
Cosa rappresenta questa periferia?
Peppe: Rappresenta le persone sacrificabili: sono sacrificabili le persone della periferia est o ovest di Napoli perché mancano i servizi e le amministrazioni scelgono dove dirigere soldi e attenzione. E il collegamento è fatto: è sacrificabile Gaza a quel mostro tentacolare composto da Israele e America, ed è sacrificabile persino un abitante del centro storico che dopo generazioni viene sfrattato per i B&B, o i vecchi artigiani sostituiti dalle friggitorie. Continuiamo a trattare la marginalità di cui parlavi, guardandoci attorno e sintetizzando il nostro pensiero su quello che ci succede.
Stadera è la strada che ti porta anche al carcere, quindi rappresenta comunque la vostra storia…
Francesco: Ed è la porta di Napoli, perché è alle spalle dello svincolo dell'autostrada. È la spazzatura sotto il tappeto, un posto senza infrastrutture che non gode neanche delle luci della ribalta perché non è particolarmente criminale ma nemmeno instagrammabile. E ce ne sono tanti di posti così a Napoli e in Italia. Le periferie sono un po' i posti dove ci sono le persone fragili, e a noi è sempre piaciuto difendere la fragilità in ogni senso.
È una narrazione che in questo momento viene delegata soprattutto alla scena rap e trap. È una narrazione diversa, a volte meno consapevole, ma è interessante, Francesco, come tu la segua.
Francesco: Io seguo molto la scena trap attraverso mio figlio, e devo dire che ho capito tante cose. Sicuramente al momento è l'unico genere musicale che parla effettivamente di periferie, raccontandole però da un punto di vista molto individualistico: il riscatto è meno collettivo rispetto a quello che poteva essere per bocca di Luca Zulù. Però, anche se se ne salva uno solo, per chi ascolta è come se quell'uno salvasse tutti, e questo non è un dettaglio da trascurare. Lo vedo attraverso mio figlio.
In che modo?
Francesco: Da come ascolta questa musica e da quello che mi traduce: non ci sono solo le dodici catene di brillanti di Sfera Ebbasta, c'è molto di più dietro quel berretto a visiera. Io trovo l'epica della trap un po' esagerata per i miei gusti musicali e politici, però attualmente mi sembra la musica più urgente, l'unica capace di "far bruciare" le periferie. Ho sempre amato il cantautorato e continuo ad amarlo, ma a volte lo trovo un po' "tiepidino"; lì dentro, invece, mi arriva qualcosa che assomiglia a un pugno nello stomaco.
Peppe: C'è un bias legato all'età di noi boomer: al netto dei gusti personali, dobbiamo tenere presente che la trap è lo strumento espressivo del momento. Negli anni '60 e '70 un songwriter imbracciava una chitarra; oggi i ragazzi hanno questo mezzo per esprimersi rapidamente, per sentirsi parte di un gruppo e per essere accettati. Se togliamo il velo degli stereotipi, troviamo ragazzi e autori che hanno davvero belle cose da dire.
Francesco: Oggi le dichiarazioni più scottanti le stanno facendo i trapper, come Ghali o altri. Poi in pezzi come "Overdose" cerchiamo di far ragionare anche chi ascolta la trap, dicendo: "Sì, ok, ma quella roba pura poi ci consuma".
Overdose è proprio una critica diretta a quell'immaginario
Francesco: Lo è, ma basata su argomenti condivisibili. Capisco loro, e vorrei che loro capissero noi. Il modo più bello che ho trovato per comunicare con mio figlio è stato proprio attraverso le canzoni. Questo è un vero ponte generazionale: toccherebbe a noi più grandi essere più inclusivi rispetto al portato culturale delle nuove generazioni, anziché aborrire tutto d'ufficio, cercando invece di capire come si è arrivati a questa ricerca esasperata di consumo e di lusso.
E tuo figlio Nino come ha preso la canzone?
Francesco: Molto bene, gli è piaciuta un sacco. Sono quelle cose che se gliele dici in macchina mentre si va in giro non funzionano, invece attraverso una canzone, senza dovergli dire "ascoltala", gli sono arrivate diversamente. Andare oltre la paternale e usare un codice condiviso, che è quello musicale, è fondamentale. La musica serve a noi più grandi per interrogarci su quale contributo possiamo dare al loro mondo.
Nel disco c'è ovviamente anche Gaza, che rientra nel discorso dell'impegno sociale che avete sempre avuto.
Francesco: Gaza è la prima cosa dopo Genova che ha richiamato l'attenzione di così tanti giovani. È un evento drammatico, ma mi ha fatto capire con commozione che i ragazzi capiscono, hanno un senso del collettivo importante e hanno voglia di radunarsi di nuovo per le giuste battaglie.
Mi pare che il messaggio oltre alla denuncia sociale sia anche il rifiuto di considerare inevitabile ciò che raccontate.
Peppe: Gaza è un esempio, perché insieme al dolore per la distruzione c'è la speranza, perché come cantiamo nel brano, "ci chiama ancora". Non è solo la coscienza della distruzione, ma un grido di speranza: noi occidentali non possiamo non averla se loro, da sotto le macerie, continuano a chiamarci e a chiederci di mantenere un faro acceso su di loro.
"Sotto San Gennaro" parla di camorra, ma è un testo che parla del sopruso del potere.
Peppe: Nel testo di "Sotto San Gennaro" ci sono le "stese", ma è proprio la scrittura di Francesco che permette di salire dal particolare all'universale. Parliamo di piccole esperienze quotidiane per raccontare la nostra visione del mondo. Nessuno direbbe che i 24 Grana fanno musica combat in senso classico; piuttosto, cerchiamo di affrontare i problemi sociali attraverso una via più poetica. Del resto, l'esistenza di gruppi come i Negrita ci ricorda che non era bello parlare di certe cose solo negli anni '90, e che quel bisogno non è mai svanito.
Prima dicevate: "Siamo una live band". Quando tornerete sul palco per portare questo album dal vivo?
Francesco: Il tour partirà il 16 dicembre da Largo Venue a Roma. Festeggeremo i 30 anni di band alla Casa della Musica a Napoli il 30 dicembre. Poi riprendiamo a gennaio: il 13 a Milano, il 14 a Torino, il 15 a Bologna. Poi il tour proseguirà in Sicilia e andremo allo Spazio Porto a Taranto. Torneremo anche a Treviso, al New Age di Roncade, dove non andavamo da più di vent'anni! È significativo perché vuol dire che Bidonville è stato intercettato anche in Veneto, il che non è scontato per una band così impregnata di napoletano.
Che cosa suonerete?
Francesco: Ritroveremo questo pubblico che ci aspetta e noi aspettiamo loro. Avremo da suonare un repertorio diverso, perché ci sarà tanta attesa per i pezzi storici, ma noi abbiamo una gran voglia di suonare Bidonville, e dai feedback vediamo che anche i fan hanno voglia di sentire questi brani dal vivo. Sarà una bella scaletta lunga.